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    El Salvador: Parenti delle vittime della repressione esigono verità e giustizia

    Arcivescovato di San Salvador deve consegnare documentazione su più di 50 mila casi di violazione dei diritti umani
    7 ottobre 2014 - Giorgio Trucchi

    Manifestazione per la consegna degli archivi (Foto Archivio)

    Rappresentanti delle vittime delle peggiori forme di violazione dei diritti umani della piccola e popolata nazione centroamericana, hanno manifestato davanti alla sede dell’arcivescovato di San Salvador per ottenere la consegna immediata degli archivi di oltre 50 mila casi di violazione, avvenuti durante le decadi degli anni 70 e 80.

    La protesta avviene dopo che, un anno fa, il 3° settembre 2013, l’arcivescovo di San Salvador, il conservatore José Luis Escobar Alas, aveva deciso di chiudere le porte e cambiare le serrature degli uffici di Tutela Legale. I manifestanti avvertono che gli unici a poter decidere cosa fare e come utilizzare i documenti degli archivi sono i famigliari delle vittime della repressione.

    L’ufficio di Tutela Legale fu creato da monsignor Óscar Arnuflo Romero nel 1977 con il nome di “Soccorso Giuridico” per garantire assistenza legale ai più poveri. Nel 1982, dopo l’assassinio di Romero da parte di settori dell’estrema destra politica, economica e militare salvadoregna, l’arcivescovo Arturo Rivera Damas lo trasformò in “Tutela Legale” e lo convertì in un vero e proprio organismo di protezione dei diritti umani.

    Da quel momento cominciarono a fluire le denunce delle vittime della guerra civile, soprattutto quelle dei massacri brutali perpetrati contro la popolazione civile dagli squadroni della morte e dai battaglioni speciali.

    Le testimonianze dei sopravvissuti dei massacri del río Sumpul e di El Mozote, dove persero la vita migliaia di uomini, donne, anziani, bambini e bambine, e quelle sull’assassinio di monsignor Romero fanno parte dei documenti che sono rimasti negli uffici di Tutela Legale.

    Poco dopo la chiusura, il 18 ottobre 2013, i locali erano stati perquisiti dalla Procura della Repubblica. Il procuratore capo, Luis Martínez, aveva giustificato l’atto con l’esigenza della Procura di “preservare informazioni importanti sui massacri avvenuti durante il periodo della guerra civile e sulle denunce di violazione dei diritti umani”.

    Wilfredo Medrano, vicedirettore di Tutela Legale, aveva criticato apertamente la decisione dell’arcivescovato, considerandolo un atto irresponsabile. “Tutela Legale è in possesso del più grande archivio storico sul conflitto armato interno. Ci sono più di 50 mila denunce di sparizioni, omicidi, massacri, torture. Tutta questa documentazione non è della Chiesa cattolica, bensí delle persone che, con dolore, hanno contribuito a crearla”, ha detto Medrano.

    Sia le vittime che le organizzazioni per i diritti umani hanno convocato una conferenza stampa, durante la quale hanno ribadito che l’arcivescovato non ha mai chiarito i motivi della chiusura di Tutela Legale e che, dietro a questa decisione assurda, ci sarebbero interessi occulti che puntano a ostacolare la ricerca della verità.

    Massacro gesuiti

    Intanto, l’Università Centroamericana di El Salvador “José Simeón Cañas” (UCA), ha fatto sapere di ritenersi soddisfatta della decisione dei tribunali spagnoli di permettere al giudice Eloy Velasco, di continuare a indagare sul massacro dei sei sacerdoti gesuiti e di due loro collaboratrici, commesso da militari salvadoregni nel novembre 1989.

    “È un delitto di lesa umanità e si deve arrivare alla verità. La UCA è disposta a perdonare gli assassini, ma per farlo dobbiamo conoscere la verità, dobbiamo sapere chi sono le persone da perdonare. La popolazione deve conoscere la verità”, ha detto Luis Monterrosa, direttore dell’Istituto dei diritti umani della UCA (IDEHUCA).

    Secondo la decisione presa lo scorso sabato, lo Stato spagnolo potrà indagare, processare e giudicare tutti quei casi in cui le vittime siano cittadini spagnoli.

    “Il Paese ha bisogno di sapere chi ha ordinato ai militari di assassinare i gesuiti, ma soprattutto, ha bisogno di avere la garanzia che episodi come questi non accadano più e che, né l’esercito né altre forze politico-militari, si arroghino il diritto di porsi al di sopra dello stato di diritto”, ha concluso Monterrosa.

    © Articolo di Giorgio Trucchi per Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org

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