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Bolivia: Morales ancora presidente nel segno della stabilità economica

Il dilemma di Evo: governabilità o cambio sociale?
13 ottobre 2014 - David Lifodi

internet 61% dei consensi e 2/3 dei seggi in Parlamento: è il risultato del masazo, il successo travolgente del Movimiento al Socialismo, che conferma alla presidenza della Bolivia Evo Morales e attribuisce al Mas una maggioranza schiacciante nel paese. Per il suo principale sfidante, Samuel Doria Medina, della Concertación de la Unidad Demócrata, solo il 24% delle preferenze.

Era stato lo stesso Evo, a poche ore dalla chiusura della campagna elettorale, a parlare di masazo, aspettandosi un ampio successo: il presidente, che starà in carica fino al 2020, si è imposto in otto dipartimenti su nove (con l’eccezione del Beni). Inoltre, il Mas occuperà 24 seggi su 36 al Senato e 80 su 130 alla Camera. Lasciando da parte i dati numerici, è interessante analizzare la mutazione di un paese che, fino ad alcuni fa, correva il rischio della balcanizzazione dovuta all’ostilità dei dipartimenti separatisti dell’Oriente boliviano, a partire dalla capitale Santa Cruz, rispetto a quelli a maggioranza indigena e contadina, dove il gradimento nei confronti di Morales è sempre stato molto alto. Il presidente boliviano ha dovuto far fronte a numerosi tentativi (illegali) di destituzione e di destabilizzazione dell’intero paese, ma adesso lo scenario sembra essere mutato. In primo luogo, Evo ha sfruttato la pochezza dell’opposizione. Gli argomenti sbandierati dai suo sfidanti (corruzione, diritti umani e l’immancabile narcotraffico) rappresentavano il solito vecchio arsenale pieno di luoghi comuni che peraltro non è riuscito ad unire un’opposizione presentatasi divisa alle presidenziali. Doria Medina, Jorge “Tuto” Quiroga (erede del dittatore Banzer ed effimero presidente del paese dall’agosto 2001 all’agosto 2002) e Juan Del Granado del Movimiento Sin Miedo (nato a seguito di una scissione dal Mas, ma con una linea politica piuttosto ambigua) non sono stati capaci di fare fronte comune. La coppia Quiroga-Medina si presentava già in partenza come poco credibile: erano loro che negli anni ’90 avevano contribuito alla privatizzazione del paese, mentre Juan del Granado, per quasi dieci anni sindaco della capitale La Paz, aveva appoggiato questa strada all’epoca di Gonzalo Sánchez de Lozada, uno tra i peggiori presidenti della storia boliviana, costretto a fuggire in elicottero in direzione Miami a seguito della rivolta popolare del 17 ottobre 2003. D’altro canto, Morales ha sfruttato la congiuntura che ha collocato la Bolivia, nel 2013, al secondo posto tra le economie della regione con il maggior tasso di crescita: è per questo che i 2/3 dei boliviani lo hanno votato, sia coloro che si identificano con la nazionalizzazione degli idrocarburi (peraltro più pubblicizzata a parole che tramite fatti concreti) sia quelli che fino a pochi anni fa lo osteggiavano: è sotto quest’ultimo aspetto che, soprattutto da sinistra, sono giunte forti critiche al presidente indio, a partire dalle osservazioni del politologo statunitense James Petras. In una riflessione ad ampio raggio pubblicata circa dieci mesi fa, Petras ha scritto che, ad un linguaggio fortemente radicale, Evo ha fatto seguire delle politiche poco diverse da quelle neoliberiste, meritandosi così l’appellativo del “più conservatore tra i radicali”. Tra i suoi alleati, notava con disappunto Petras, ci sono i movimenti sociali e indigeni, ma anche gli investitori stranieri e i signori dell’agroindustria. Pablo Stefanoni, giornalista argentino residente in Bolivia e profondo conoscitore della politica del paese andino, tanto da aver scritto nel 2007 il libro Evo Morales e il riscatto degli indigeni della Bolivia (Sperling & Kupfer) sottolinea che l’attuale scenario politico è molto diverso da quelli precedenti. In particolare, la guerra regionalista scatenata contro di lui dall’Oriente boliviano adesso sembra svanita e il suo obiettivo di conquistare quei dipartimenti che un tempo aspiravano all’autonomia è stato raggiunto. Addirittura, un programma della Cnn ha assegnato alla Bolivia la medaglia d’oro per le sue politiche economiche e lo stesso ha fatto il Fondo Monetario Internazionale. Non solo: il New York Times ha lodato la prudente politica di Evo nel campo degli investimenti economici, mentre i ministri del suo governo sono convinti che socialismo ed equilibrio macroeconomico possano convivere.  Di fatto, evidenziava Stefanoni ben prima delle presidenziali, Morales non rappresenta più il cambio, come nel 2005, e nemmeno è el enterrador de la oligarquía come nel 2009, quanto, piuttosto, una garanzia di stabilità: per questo, anche i suoi più acerrimi avversari hanno smorzato i loro toni e nei dipartimenti dove era definito come “narco-presidente” è divenuto improvvisamente un uomo affidabile. Gli anni della guerra a Morales porque no gobierna para todos, ma solo per gli indigeni e i contadini sembrano essere passati. Lo stesso Petras ha riconosciuto che, sotto Morales, la Bolivia ha raggiunto una stabilità politica e sociale senza precedenti, pur denunciando a parole l’imperialismo Usa per poi aprire le porte alle imprese minerarie, per non parlare del pasticcio del Tipnis. Eppure, se Morales ha innegabilmente abbracciato un modello economico post-neoliberale, è altrettanto vero che ha raggiunto dei risultati significativi a partire dalla diminuzione dei livelli di povertà. Come altri governi “rosa” dell’America Latina, la povertà estrema è scesa dal 38% del 2005 al 21% del 2013, facendo si che la Bolivia non sia più il paese più povero dell’America Latina, secondo quanto evidenziato anche dall’Indice di Gini. La Bolivia que queremos, il programma presidenziale per il 2015-2020 su cui ha scommesso Morales, prevede un’agenda volta a migliorare ulteriormente le infrastrutture del paese, anche se mantenendo una certa attenzione per evitare di inimicarsi le principali istituzioni internazionali.

In generale, il successo di Morales è senza dubbio una buona notizia, soprattutto perché i suoi antagonisti (in particolare Doria  Medina e Quiroga) rappresentavano il volto peggiore della politica boliviana, ma la complessità dello scenario politico del paese andino e l’indirizzo del Mas fanno sorgere degli interrogativi su quale sia il vero volto del socialismo del XXI secolo: quello dialogante con interlocutori di idee assai diverse (soprattutto in campo economico) o quello più radicale, per certi aspetti più difficile da mettere in pratica quando si raggiunge il potere? Nel frattempo Evo si gode il successo e l’America Latina integrazionista tira un sospiro di sollievo in vista del pericoloso ballottaggio presidenziale brasiliano di fine ottobre, quando si giocherà buona parte del futuro politico di quella parte del continente che, seppur con contraddizioni e sfumature diverse, ha deciso di non chinare più la testa di fronte al neoliberismo.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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