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internet

I genitori degli studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa non mollano: esigono spiegazioni sui fatti dello scorso 26 settembre, quando la polizia aggredì i giovani normalistas nella città di Iguala (stato del Guerrero), ne arrestò 43 e poi li consegnò ad un cartello della droga, quello dei Guerreros Unidos, affinché li facesse sparire: secondo la versione ufficiale sono stati torturati e poi bruciati nella discarica di Cocula.

Eppure il caso dei normalistas desaparecidos presenta ancora molti lati oscuri: ad esempio ha fatto strada, nell’ultimo periodo, l’ipotesi che gli studenti siano stati bruciati nei crematori dell’esercito messicano o di alcune imprese private. Contro i genitori dei desaparecidos lo Stato ha organizzato una vera e propria campagna a colpi di minacce, intimidazioni e repressione. Di recente, i genitori dei giovani sono stati assaltati dalla polizia presso la caserma dell’esercito di Iguala, di fronte alla quale protestavano per chiedere di potervi accedere. “L’ingresso dovrà avvenire in maniera disciplinata e regolata nel rispetto delle istituzioni”, ha laconicamente commentato una magistratura in gran parte collusa con i vertici dello Stato: entrare nelle caserme avrebbe significato, probabilmente, scoperchiare altri scheletri nell’armadio di uno stato ormai amministrato dai narcos, dove le organizzazioni criminali e le istituzioni si spalleggiano vicendevolmente. È in questo contesto che i genitori dei desaparecidos e le organizzazioni impegnate per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, avevano chiesto che in occasione dell’incontro tra il presidente Usa Barack Obama ed Enrique Peña Nieto, avvenuto a inizio gennaio, si parlasse di un eventuale stop al commercio di armi che parte dagli Stati Uniti per giungere in Messico e del massacro di Ayotzinapa. Come era immaginabile, nessuno di questi due temi è stato inserito all’ordine del giorno. La petizione recapitata al Congresso dalle organizzazioni per i diritti umani, allo scopo di chiedere a Obama di non inviare più armi al Messico non è stata presa in considerazione: del resto il Congresso è a maggioranza repubblicana e lo stesso presidente Usa avrebbe avuto difficoltà nell’ammonire un altro paese in tema di diritti umani, se non altro in considerazione del fatto che gli stessi Stati Uniti non brillano certo in questa materia. Di conseguenza, è stato fin troppo facile, per Peña Nieto, minimizzare sui fatti di Iguala. Inoltre, in molti hanno notato che il ristabilimento delle relazioni con Cuba aveva come scopo principale quello di rifarsi una credibilità politica in un continente dove gli Stati Uniti continuano a giocare sporco, come dimostra il caso messicano. E ancora, gli Usa hanno tutto l’interesse a mantenere buone relazioni con il Messico in chiave di rafforzamento dell’Alleanza del Pacifico, ritenuto un baluardo contro i paesi dell’Alba e il socialismo del XXI secolo. Obama, e il suo successore, indipendentemente da chi sarà, intendono mantenere il Messico sottomesso allo scopo di rafforzare quel libero commercio a cui lo stesso Peña Nieto ha dato impulso fin dalla sua elezione promettendo di realizzare quel Pacto por México che vuol presentare il Messico sulla scena internazionale come una potenza emergente. Ci aveva già provato Salinas de Gortari, nel 1994, a illudere il paese sostenendo che per entrare nel primo mondo bastava far parte del Nafta: i risultati, allora e adesso, sono sotto gli occhi di tutti. Povertà e disuguaglianze sociali sono cresciute di pari passo, insieme ad una crescita esponenziale della violenza nel contesto di uno Stato gestito dal potere politico e dai signori della droga. Lo Stato non è più soltanto infiltrato dalla criminalità, ma si è fuso con essa. Privatizzazioni in economia e scandali familistici (vedi le dichiarazioni dei redditi della sposa di Peña Nieto, Angélica Rivera, starlette di telenovelas che aveva omesso due ville, al pari di Luis Videgaray, Secretario de Hacienda e grande amico del presidente) hanno caratterizzato il peñanietismo. È in questo contesto che hanno prosperato personaggi come José Luis Abarca (sindaco di Iguala) e la sua sposa Maria de los Angeles Pineda, in carcere da novembre in qualità di mandanti morali del massacro dei normalistas (oltre ad essere vicini ad alcuni cartelli del narcotraffico) e il centinaio di poliziotti in prigione per aver partecipato alla sparizione degli studenti. E sempre nello stesso brodo di coltura hanno avuto buon gioco leader di sindacati gialli e giornalisti allineati con il potere, anch’essi responsabili di aver facilitato il clima di ostilità nei confronti dei normalistas e, più in generale, delle comunità indigene, contadine e delle mille resistenze tuttora presenti in Messico. Elba Esther Gordillo, già sindacalista ed ex segretaria del Partido Revolucionario Institucional (Pri), ha definito più volte le scuole normali rurali (fondate per promuovere l’insegnamento nelle campagne) come un covo di “delinquenti e di buoni a nulla”, mentre l’opinionista Ricardo Alemán, sul quotidiano El Universal, ha accusato le scuole di “essere covi del crimine organizzato”. Tutti coloro che intralciano l’agroindustria, la costruzione di dighe e l’estrazione mineraria prima o poi finiscono per pagarla: un tempo intervenivano le guardie armate, adesso il sicariato politico è divenuto di esclusiva proprietà dei narcos su indicazione dello Stato. Il narcotraffico rappresenta ormai la prima fonte di valuta per il Messico. A partire dall’insediamento di Peña Nieto, avvenuto nel 2012, le prigioni si sono riempite di militanti sociali (nei casi in cui non sono stati uccisi, come accaduto invece a Romano Atilan Tirado, leader del movimento contro la costruzione della diga Picachos): le pratiche della guerra sporca, peraltro mai del tutto sospese, come testimonia il conflitto a bassa intensità contro le comunità zapatiste, hanno ripreso vigore. L’associazione Nestora Libre, impegnata a difendere i diritti dei prigionieri politici, segnala che dal dicembre 2012 almeno 350 persone sono in carcere per motivi politici.

Nonostante tutto, in Messico le resistenze si sono moltiplicate per creare un’alternativa dal basso che nasca sulle rovine di uno Stato ormai in disfacimento e in decomposizione, ma non per questo meno pericoloso. Il massacro di Ayotzinapa ha contribuito ad accrescere la rabbia anche tra le fasce della popolazione finora rimaste apatiche: potrebbe essere l’arma in più per mettere fine alla sopravvivenza del regime. 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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