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La destra condiziona fortemente la presidenta per cacciarla dal Planalto

Brasile: Dilma Rousseff in mezzo al guado. I dilemmi di sinistra e movimenti

Pericolo di un golpe soft. Soffiano sul fuoco elites e transnazionali
25 febbraio 2015 - David Lifodi

È l’ottobre 2014 quando le organizzazioni popolari e i partiti di sinistra si mobilitano per spingere Dilma Rousseff verso la riconferma della presidenza: a distanza di alcuni mesi, in molti si chiedono se tutto ciò sia davvero servito a qualcosa e quali sono i futuri scenari che, per il campo progressista, non si preannunciano certo dei migliori. Dilma Rousseff è ancora al Planalto, ma sono molti i temi in cui si rischiano pericolosi passi indietro all’insegna dell’ideologia conservatrice.

A questo proposito, a nessuno sfugge la gravità della nomina di Joaquim Levy a ministro del Tesoro e quella di Kátia Abreu all’Agricoltura. Levy è stato per anni un uomo di spicco del Banco Bradesco, notoriamente sostenitore delle politiche liberiste, mentre Katia Abreu, oltre ad essere storicamente un’acerrima nemica dei Sem terra, proviene dal Partido do Movimento Democrático Brasileiro (Pmdb), ormai divenuto fondamentale per la sopravvivenza del Partido dos Trabalhadores (Pt) al Congresso, espressione di una classe politica ufficialmente moderata, ma in realtà assai vicina alla destra, e con dei dirigenti spesso coinvolti in episodi di corruzione. L’elezione di Eduardo Cunha, proprio del Pmdb, a presidente del Congresso, è un altro elemento che fa capire quanto Dilma Rousseff abbia le mani legate. In molti scommettono che la seconda presidenza di Dilma sarà un calvario, sia da destra sia da sinistra. Del resto, sostengono i movimenti sociali, Rousseff dovrà fare i conti anche con una crescita economica assai in calo, mentre leader dell’opposizione tucana, da Alysio Nunes a José Serra, si dicono certi che la presidenta non arriverà a fine mandato. La stampa di destra, su tutti l’oligopolio mediatico Globo, e le elites, cercano quotidianamente l’impeachment contro Rousseff ,rimproverandole lo scandalo Petrobras, l’ente petrolifero di stato intorno al quale si è sviluppato un enorme controllo illegale degli appalti, ma questo ben prima dell’avvento della presidenta al Planalto. In questo scenario Dilma, che nel primo mandato, sfruttando la crescita economica era riuscita, in qualche modo, a soddisfare le aspettative della borghesia e delle transnazionali (a scapito dei lavoratori e della classe operaia) senza però affondare il Brasile sociale, stavolta sembra non avere altra strada se non quella di attuare delle politiche chiaramente antipopolari. Difendere il governo da un ulteriore spostamento a destra oppure fare pressione su Dilma con le storiche rivendicazioni di sinistra, peraltro rimaste sempre incompiute anche in epoca lulista, dalla riforma agraria alla difesa della sovranità territoriale, passando per la tutela dei beni comuni, delle risorse naturali e per l’opposizione a quel neodesenvolventismo alfiere delle privatizzazioni, dell’estrazione mineraria e delle centrali idroelettriche? Questo, fin dalla prima presidenza Lula, è il dilemma dei movimenti sociali e delle forze di sinistra, che nel corso del 2014 erano riusciti a raccogliere otto milioni di firme per il Plebiscito pela Costituente, che purtroppo corre seriamente il rischio di rimanere lettera morta. Di certo, Dilma Rousseff e prima ancora Lula, purtroppo non si sono segnalati per politiche particolarmente progressiste (nonostante gli ottimi risultati conseguiti con programmi quali Fame Zero, grazie al quale milioni di brasiliani sono usciti dalla povertà estrema), ma ciò che inquieta, in questo momento storico, è proprio l’impossibilità di agire di Dilma, completamente prigioniera delle elites economiche e reazionarie che hanno sempre controllato il paese. Un esempio lampante di tutto ciò viene dalla Commissione per la verità istituita nel 2012, con la presidenta già al Planalto, allo scopo di indagare sui crimini commessi dalla dittatura militare al governo tra il 1964 e il 1985 e sul ruolo che ebbe quest’ultima nell’ambito del Plan Cóndor. I generali Castelo Branco, Emilio Garrastazu Médici, Ernesto Geisel e João Baptista Figuereido ebbero enormi responsabilità nei crimini, nei sequestri e nelle sparizioni che coinvolsero oppositori di sinistra e cattolici impegnati a resistere contro la dittatura. La stessa Dilma, che all’epoca apparteneva ad un gruppo d’ispirazione guevarista e fu detenuta e torturata,  ha accolto con soddisfazione il rapporto consegnatole dalla Commissione nel dicembre 2014. Il lavoro della Commissione per la Verità non evidenziava solo il numero degli oppositori uccisi dalla dittatura, ma conteneva il nome di quasi 400 repressori, dei quali la metà è viva e in libertà, senza aver mai pagato per i crimini commessi. Pare che Dilma abbia affermato che il Brasile esige giustizia per i desaparecidos, soprattutto le giovani generazioni, ma legge di amnistia fatta approvare da Ernesto Geisel nel 1979 mette al riparo i torturatori dall’essere giudicati e condannati, e purtroppo la lobby militare è anche oggi talmente forte, e trasversale agli schieramenti politici del Congresso, che pensare ad una sua cancellazione appare pura utopia. In pratica, la presidenta si sarebbe accontentata di ottenere la verità, ma sa che ottenere giustizia è praticamente impossibile. La strada di Dilma Rousseff sembra, purtroppo, senza uscita: votata dalle classi sociali più povere (ma nemmeno in massa, perché nella cintura operaia di San Paolo, dove negli anni ’80 avvennero i primi grandi scioperi di massa dei metallurgici, la gente le ha preferito Aécio Neves) nella speranza che la sua presidenza fosse un po’ meno aperta all’agronegozio e al capitalismo finanziario delle destre, adesso Dilma rischia comunque di veder prevalere il progetto di quella parte di paese sostenitrice del liberismo, delle privatizzazioni e dell’agrobusiness. Alla fine, Rousseff e Neves non sono uguali, ma comunque molti simili e purtroppo lo spostamento sempre più al centro del Pt non è servito per calmare l’odio che ha la borghesia nei confronti di Dilma e dei petisti (descritti dalla stampa reazionaria come “bolscevichi”, sic!).  È in questo contesto che in Brasile potrebbe verificarsi un golpe soft, con le sinistre (moderate e radicali) indecise sulla posizione da prendere di fronte ad una destra composta da elementi apertamente fascisti che sa bene qual è la posta in gioco: se il Brasile andasse a destra cambierebbe l’intero scenario politico dell’America Latina.

In Brasile, come del resto in Argentina e Venezuela (altri due paesi a forte sovvertimento dell’ordine costituito), le destre sono state sconfitte più o meno duramente nell’urna, ma opposizioni antidemocratiche, ben supportate da  media apertamente golpisti e approfittando di una congiuntura economica non favorevole, cercano di sfruttare ogni occasione per causare ribaltamenti politici che stravolgerebbero l’intero continente.

 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it.
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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