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    Nicaragua

    Sandinismo: dalla paura al consenso popolare

    Venticinque anni dopo la sconfitta elettorale di quel lontano 25F
    27 febbraio 2015 - Giorgio Trucchi

    Foto La Prensa

    Sono passati venticinque anni, un quarto di secolo, dai trascendentali cambiamenti politici ed elettorali vissuti dal Nicaragua quel lontano 25 febbraio. Molto si è modificato nello scenario nazionale, basta guardare i più recenti sondaggi sugli indici di gradimento e popolarità per rendersene conto.
     
    Tuttavia, l'opposizione politica e gli organismi della cosiddetta “società civile”, sempre più atomizzati, continuano a sentire la mancanza di quella Unione nazionale oppositrice, Uno, che nel 1990 riuscì a sconfiggere elettoralmente il Fronte Sandinista di liberazione nazionale, Fsln. 
     
    Questa settimana, Informe Pastrán ha riunito vari esperti, nazionali e internazionali, per valutare i cambiamenti delle opinioni e delle tendenze della popolazione nicaraguense durante gli ultimi anni.
     
    Non bisogna comunque essere un esperto di sondaggistica per capire che l’elemento più importante negli ultimi 25 anni è il cambiamento che è avvenuto nel panorama politico. La realtà è talmente visibile che non esiste maggior cecità strategica di quella che porta un politico a volere continuare un progetto fallimentare, voltando le spalle a tutti i sondaggi che esprimono la volontà popolare.

    La prima conclusione è che la paura che investì buona parte della popolazione nel 1990, di fronte all’ipotesi di una continuazione del governo sandinista di Daniel Ortega e con esso, della guerra e della crisi economica, si è oramai trasformata in popolarità, accettazione, simpatia politica e ammirazione. Tutto ciò ha consolidato la base sandinista e la fedeltà al nuovo progetto iniziato con la vittoria elettorale del 2006, tanto che molte persone che si dichiarano “politicamente indipendenti” gli hanno dato un voto di fiducia.
     
    Questo fa sì che la coppia formata dal presidente Daniel Ortega e dalla coordinatrice del Consiglio di comunicazione e cittadinanza, Rosario Murillo, possa contare oggi su una quantità di voti provenienti da uno zoccolo duro che, non solo ha garantito al Fsln la vittoria del 2006 e nelle elezioni, nazionali e amministrative, che si sono succedute negli anni, ma che, in mancanza di grandi stravolgimenti politici, garantirà loro un comodo successo nel 2016 e oltre.
     
    Leadership contro debolezza 
     
    L’attuale forza del leader sandinista ha anche opacato le polemiche sorte, a livello nazionale e internazionale, durante le elezioni del 2008 e 2011 per presunte irregolarità. Alla fine, tali accuse sono state sistematicamente ridimensionate e minimizzate da quello che è uno dei pilastri fondamentali della democrazia rappresentativa e cioè il concetto che il popolo è sovrano nelle sue decisioni quando sono prese a maggioranza. 
     
    E se lo svolgimento delle elezioni è stato messo in discussione dall’opposizione politica e da alcuni attori internazionali, lo stesso non accade con la popolazione quando esprime il suo giudizio su Daniel Ortega e Rosario Murillo, la cui leadership è “genuina e misurabile con metodi scientifici”, assicurano gli esperti.

    Vari analisti affermano poi che, il giorno in cui la comunità internazionale cominci a sospettare che tale indice di gradimento e accettazione stia diminuendo e che i risultati elettorali siano totalmente difformi dai sondaggi e dalle proiezioni, non esiterà un solo momento a porre maggiore attenzione a ciò che accade e a dare tutto il proprio sostegno all’opposizione politica, esigendo maggiore qualità e trasparenza dei processi elettorali futuri.
     
    Possiamo quindi dire con certezza che la continuità di Daniel Ortega al governo è il risultato della volontà di oltre il 50 per cento dei nicaraguensi, una cosa impensabile solo 25 anni fa.
     
    Seppur buona parte della popolazione esprima insoddisfazione per le condizioni socioeconomiche ancora sfavorevoli, per la disoccupazione e per l’aumento del prezzo dei prodotti di prima necessità, allo stesso tempo dimostra ottimismo e ha fiducia in Daniel Ortega e negli sforzi che sta facendo per migliorare la situazione.
     
    In tutti i sondaggi, la maggioranza della popolazione è dell’opinione che il presidente nicaraguense svolga bene o molto bene il suo ruolo e non dubita delle sue buone intenzioni in quanto alle politiche portate avanti dal governo.

    Per gli esperti, questo non è un elemento da sottovalutare in quanto dimostra che, indipendentemente dagli errori che Ortega possa commettere e dalle scelte sbagliate che possa fare, la maggioranza dei nicaraguensi crede che alla base di tutto c’è sempre il desiderio di migliorare le condizioni di vita delle persone e che, alla fine del suo mandato presidenziale, il Paese si troverà in condizioni molto migliori. Anche questo era impensabile 25 anni fa. 
     
    Il sogno del Canale 
     
    La difficile situazione che sta vivendo il Venezuela e le inevitabili ripercussioni che ci saranno sul progetto di Petrocaribe, hanno portato il presidente Daniel Ortega a scommettere su una nuova strategia per garantire la crescita economica e la stabilità a partire dal 2015 e cioè la costruzione del canale interoceanico. Si tratta di un megaprogetto che avrà un forte impatto non solo a livello nazionale e regionale, ma addirittura mondiale, dato che renderà più veloce e meno caro il trasporto di milioni di tonnellate di merci e materie prime tra l'Oceano atlantico e il pacifico. 
     
    Secondo le proiezioni del governo, il canale eleverebbe la crescita annuale del Pil del 10 per cento. Nonostante ciò, per molti analisti e organismi internazionali questo progetto non sarà preso in considerazione nelle analisi finanziarie, di rischio e di sviluppo del Paese, fino a quando non sia stato presentato lo schema di finanziamento del progetto stesso.

    Da valutare, inoltre, l’impatto che avrà la variegata opposizione interna alla costruzione del canale e l’uso politico che certi settori di essa faranno del tema, proiettandolo a livello internazionale, soprattutto in Europa.
     
    Non sono tutte rose e fiori 
     
    E questo si capisce leggendo quanto riportato dal Democracy Index (Indicatore di Democrazia), calcolato dal settimanale The Economist e che esamina lo stato della democrazia in 167 paesi in base a cinque categorie: processo elettorale e pluralismo, libertà civili, funzione del governo, partecipazione politica e partecipazione culturale.

    Per ciò che riguarda il Nicaragua, questo indicatore si è progressivamente ridotto e il Paese ha perso 16 posizioni tra il 2008 e il 2013, posizionandosi al posto 94. Principale motivo sarebbe l'aumento progressivo della concentrazione dei poteri nelle mani del presidente Daniel Ortega.
     
    Nonostante ciò, l’Economist riconosce che Ortega è il chiaro favorito nelle elezioni del prossimo anno, a causa dell’apatia dell’elettorato e soprattutto dell’inconsistenza dell’opposizione, sempre più litigiosa e divisa e senza un vero progetto politico che sia alternativo a quello dei sandinisti.

    Elezioni 2016: la vera sfida per l'opposizione 
     
    Il Fsln si presenterà alle elezioni presidenziali e legislative del prossimo anno e a quelle amministrative del 2017 come chiaro favorito. Oltre alle riforme costituzionali realizzate lo scorso anno e alla ratifica di decine di magistrati e alte cariche dello Stato il cui mandato era scaduto da alcuni anni, Ortega e il Fronte sandinista hanno esteso la propria influenza anche all’interno dei Consigli regionali delle Regioni autonome dell’Atlantico Nord, Raan, e dell’Atlantico Sud, Raas.

    Ma il partire come sicuro favorito è dovuto anche al prevedibile ulteriore rafforzamento e consolidamento delle relazioni con la cupola imprenditoriale nicaraguense, la cui maggior espressione risiede nel Consiglio superiore dell’impresa privata, Cosep, e con il braccio commerciale nordamericano rappresentato dalla Camera di commercio americana del Nicaragua, Amcham.

    Un passo avanti Ortega l’ha anche fatto nelle relazioni con la non meno influente alta gerarchia della Chiesa cattolica, con cui si è riunito lo scorso anno e mantiene una comunicazione aperta.

    Due elementi destabilizzanti e fonte di forte pressione che sono venuti meno alle opposizioni e che, invece, avevano contribuito in modo determinante a generare quel clima di incertezza e paura che era stato fatale al Fronte Sandinista e a Ortega nel 1990.
     
    La consegna massiccia di documenti d’identità alla popolazione insieme alla decisione di prolungare, fino alle prossime elezioni, la validità dei documenti già scaduti, sarà un altro elemento che favorirà i grandi partiti che godono di stabilità e capacità organizzativa a livello nazionale.
      
    Non possiamo dimenticare, infine, l’abilità con cui il presidente Ortega ha saputo manovrare fino a qui le relazioni, tanto care a settori strategici della società e agli imprenditori, con il governo degli Stati Uniti. L’inizio del disgelo tra il governo di Obama e Cuba porterà, come effetto collaterale, un ulteriore avvicinamento tra il governo Ortega e quello statunitense, un colpo mortale -uno dei tanti- alle speranze, già deboli, delle opposizioni.

    Opposizioni che si sono ritrovate questo 25 febbraio per celebrare “il ritorno alla democrazia” del 1990. L’ex ministro della Presidenza, nonché genero della ex presidente Violeta Barrios, Antonio Lacayo, ha approfittato dell’occasione per ricordare che “in questi 25 anni abbiamo fatto dei passi indietro a causa di chi non crede ancora nella democrazia e preferisce sistemi obsoleti e autoritari del passato”, in chiaro riferimento all’attuale governo.

    Dello stesso avviso la moglie Cristiana Chamorro. “Se non prendiamo sul serio la necessità di potere eleggere liberamente, butteremo nella spazzatura i grandi passi in avanti fatti quando nel 1979 abbiamo abbattuto una dittatura e quando, nel 1990, abbiamo potuto eleggere liberamente le nostre autorità”.

    Originale in spagnolo: LINyM

    Note:

    Di Informe Pastrán e LINyM

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