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El cobre nuestro – Da Pinochet a Lagos come il Cile sta uccidendo il suo futuro

Tra i paesi del terzo mondo dipendenti da uno o pochi prodotti agricoli o minerari, il Cile godrebbe di una situazione privilegiata. Nell’estrazione del rame – che serve per esempio per i doppini telefonici - pesa quanto tutti i paesi dell’OPEC per il petrolio: quasi il 40%. E visto che l’OPEC esiste proprio per controllare il prezzo del greggio, aumentandone o diminuendone la produzione, sarebbe sensato pensare che anche il dominio sulle maggiori riserve di rame al mondo possa essere un vantaggio.
1 aprile 2004 - Gennaro Carotenuto (http://www.gennarocarotenuto.it)
Fonte: l''articolo e' apparso sull'ultimo numero di Latinoamerica
http://www.giannimina-latinoamerica.it/

Tanto importante era, è e sarà il rame per il paese australe, che l’11 luglio del 1971 il Parlamento ne vota all’unanimità la nazionalizzazione. Nessuno, neanche la destra più reazionaria ha il coraggio di opporsi, almeno in pubblico. Ma proprio la volontà di destinare il rame allo sviluppo solidale del paese è, 26 mesi dopo, la causa principale del tradimento, finanziato anche dalle multinazionali del settore, contro il governo democratico di Salvador Allende.

Tuttavia, neanche Augusto Pinochet, che dopo il golpe approfitta degli introiti del rame nazionalizzato per impostare una politica di crescita – iniqua - ha il coraggio di negare che il rame sia dei cileni. La costituzione che il dittatore impone al paese ne sancisce l’inalienabilità, lasciando però aperta la porta alle concessioni alle multinazionali che rientrano così dalla finestra. Il fondamentalismo neoliberale dei cosiddetti Chicago boys – i giovani economisti di ultra-destra formati nelle università statunitensi - concede agevolazioni senza limiti agli investimenti stranieri. Le leggi volute da Hernán Buchi e José Piñera , proprio i più noti Chicago Boys, trasformano le concessioni minerarie in “concessioni piene”; di fatto un eufemismo per proprietà privata. Arrivano, unico caso al mondo, a rinunciare alle royalties sulla principale ricchezza del paese. Il risultato, 32 anni dopo la nazionalizzazione, è che il rame smette di essere una risorsa per i cileni.

Il prezzo medio del rame negli anni tra il 1950 ed il 1995 si mantiene costante intorno ai 140 centesimi di dollaro la libra. Ancora nel 1995 il prezzo medio è di 133 centesimi. La media degli ultimi 5 anni del secolo crolla a 69,3 centesimi , il minimo storico.

Il governo di centro-sinistra, così come gli economisti neoliberali, negano di essere in grado di influenzare produzione e prezzo del metallo rosso. È la leggenda della mano invisibile del mercato alla quale i neoliberali credono come i bambini alla Befana. Ma la realtà – come vedremo - è che i governi cileni sono responsabili del crollo dei prezzi.

La ragione di questo è infatti la sovrapproduzione. Negli anni ‘60 e fino a tutto il governo di UP, si sperava in un aumento di produzione da circa 700.000 fino ad un milione di tonnellate metriche (TM) l’anno. L’efficienza delle multinazionali modernizza ed esalta la capacità produttiva. Nel 1990 si arriva a 1,6 milioni. Nel ’96, tre milioni e nel 2000 addirittura 4,5.

Ma estrarre rame non significa venderlo. Nel tempo in cui il Cile triplica la produzione fornendo agevolazioni abnormi e non necessarie all'esportazione, il consumo mondiale di rame aumenta appena del 13%. E il prezzo crolla.

A 70-80 centesimi il paese perde oltre 3.000 milioni l’anno. Equivale al 4% annuo di PIL; una misura che decide la crisi o il galoppo di un’economia capitalista. Riprivatizzando il rame, dal 1974 al 1999 sono stati catturati investimenti stranieri per 15.000 milioni di dollari. Legislazione troppo favorevole più troppi investimenti uguale sovrapproduzione uguale prezzo che affonda. “È l'economia, stupido”, avrebbe detto Bill Clinton. Nel solo quinquennio 1996-2000 le perdite sono di 16.000 milioni.

Per lo Stato è un tracollo. Ancora nel 1989, incassa dal rame 2.223 milioni, il 26% di tutte le entrate. Nel 2001 entrano appena 344 milioni , solo l’1,8% della fiscalità generale. Mentre la produzione triplica, le entrate crollano dell’80%.

Ancora nel 1995, per ogni libra di rame, lo stato riceve dalla CODELCO - l’agenzia governativa che sovrintende a quel 30% scarso di produzione che è rimasto al settore pubblico – ben 72 centesimi di dollaro. Nel 2001 appena 9,4 centesimi.

Sono numeri che portano dritti ad una conclusione. Se nel 2001, si esportano 4,65 milioni di TM ma lo Stato riceve una cifra inferiore a quando produceva 2,41 milioni vuol dire che il Cile, nel solo 2001, regala alle multinazionali 2,2 milioni di TM della sua più preziosa materia prima non rinnovabile.

Le ricadute sulla società cilena, che in pochi avvertono passeggiando per le avenidas Apoquindo o Providencia, così come in pochi le percepivano nel microcentro di Buenos Aires prima del crollo, sono catastrofiche.

I bassi prezzi, causati dal dumping delle multinazionali, conducono alla rovina tutte le piccole e medie imprese minerarie. Secondo l’economista Marilú Trautmann, dal 1990 ad oggi, nonostante – o forse proprio “a causa di” - una legislazione del lavoro che risponde a tutti i dettami di flessibilizzazione neoliberale, il rame ha bruciato il 69% della forza lavoro impiegata. Oggi appena il 2% dei cileni lavora nel settore. Il Nord si sta trasformando in un deserto occupazionale oltre che geologico.

È l’altra faccia dell’involuzione industriale del paese. Oramai il rame cileno non viene più esportato già raffinato, ma concentrato, praticamente grezzo. È un altro passo indietro che umilia le conoscenze tecniche dell’ingegneria mineraria cilena, sviluppate in 180 anni di estrazione industriale. Causa al paese perdite per ulteriori 1.500 milioni di dollari l’anno e 20.000 posti di lavoro.

Non basta: a pagare le tasse è solo la CODELCO. I privati non ne pagano. E proprio per il non pagare tasse – vedremo come - le multinazionali continuano a trovare conveniente l’estrazione, anche a prezzi sempre più bassi.

Ma anche gli utili della CODELCO stanno scemando rapidamente. Ancora nel 1989, da sola, copriva il 125% dei costi dello stato sociale residuale dopo 17 anni di dittatura. Un decennio dopo, copre solo il 12,5% di questo: la decima parte. A queste condizioni, uno stato in condizione di orientare la propria economia, limiterebbe drasticamente la produzione. Anche così il Prof. Caputo , calcola che ci vorrebbero dai 3 ai 5 anni per smaltire gli invenduti e far recuperare il prezzo. Ma uno stato neoliberale periferico come quello cileno, non ha nessuno strumento per difendersi. Vincolato da trattati e ortodossie resta solo uno strumento per garantire gli interessi degli investitori esteri.

Si passa ogni limite. Il senatore democristiano Jorge Lavandero, che lotta da anni perché almeno le miniere privatizzate paghino le tasse, denuncia che le 47 miniere private, nel corso dell’anno 2002, esportando rame per 5.000 milioni di dollari versano allo stato appena 20 milioni di tasse .

La cosa più grave è che le multinazionali non evadono il pur generoso fisco cileno: approfittano della legislazione vigente tanto in dittatura come con i governi della Concertazione : sgravi, detassazioni, decine di fantasiose agevolazioni che, con il pretesto neoliberale dell’attrarre investimenti, fanno sì che oggi il rame in Cile stia lì, disponibile per chi vuole portarlo via. Gratis.

La miniera della “Disputada de las Condes”, sulla cordigliera, non lontano da Santiago, è stata fino al 2001 di proprietà della famigerata Exxon, che fu tra le prime multinazionali a non provare vergogna a fare affari con il macellaio di Santiago. Da 25 anni consecutivi dichiara perdite di esercizio e non ha mai pagato un solo peso di tasse. In realtà occulta quasi 6.000 milioni di dollari di produzione ed almeno 1.800 milioni di profitto. Come già quello di Pinochet, anche i governi democratici chiudono entrambi gli occhi.

Nel 2001 la miniera, viene venduta alla Anglo-American, per la bella somma di 1.300 milioni di dollari. Niente male per un’azienda da sempre in – teorico - passivo. In quel caso il governo prova a chiedere 300 milioni di dollari sulla transazione, visto che, anche se le miniere si comprano e si vendono, restano in teoria, proprietà di tutti i cileni. Dopo un paio di riunioni ai massimi livelli, e con la Exxon che minaccia di chiedere lei indennizzi allo stato, i 300 milioni si riducono a 28.

Solo in Cile le multinazionali del rame possono essere così insaziabili. E il bello è che non sarebbe un grande sforzo pagare le tasse più basse al mondo: appena il 14%. Tra gli altri produttori di rame, Argentina e Perù sono al 25%, la Bolivia al 30%. Stati Uniti, Canada, Brasile e Messico superano il 35%. Non solo il Cile è un paradiso tributario ma il rame è uno dei minerali a più alto rendimento. Anche negli anni di bassi prezzi, come quelli attuali, e pagando le tasse, il profitto si calcola nel 30% netto. In quelli di vacche grasse, può toccare il 50%. Sono dati che sbugiardano la vulgata neoliberale per la quale un regime fiscale decente provocherebbe la fuga dei capitali. Con questi rendimenti, dal Cile non scappa proprio nessuno .

I governi democratici non possono e non vogliono nulla. Nel 2002, per tappare le falle enormi aperte nello stato sociale, il governo di Ricardo Lagos, piuttosto che far pagare tasse o royalties alle compagnie minerarie, sceglie di aumentare di un punto l’IVA, misura che colpisce in maggior misura i ceti che dello stato sociale hanno più bisogno. È l'ortodossia neoliberale che si fa religione, con tanto di cardinali e sant'uffizio.

Come abbiamo visto, i Chicago Boys, al contrario della mano invisibile del mercato, esistono davvero. Hanno nomi e cognomi e sono colpevoli. L’eccesso di investimenti è creato dall’eccesso di facilitazioni, causate dalla connivenza con l'FMI e le multinazionali. E le basi del disastro sono proprio la privatizzazione di fatto dei giacimenti e un regime tributario tanto generoso. Eppure, tra privatizzazioni, riduzioni fiscali, e flessibilizzazione del mercato del lavoro, il Cile ha solo realizzato quello che il Fondo prescrive come panacea di tutti i mali.

Ma il fondamentalismo neoliberale oramai impedisce di cogliere i segnali che il mercato dà. E dà letteralmente i numeri: secondo Buchi l’obbiettivo è triplicare ancora la produzione cilena fino a 13,5 milioni di TM nel 2010. Per lo stato è una politica suicida, che continua a convenire alle sole multinazionali. Queste danno fondo al rame cileno mentre abbassano la produzione delle loro miniere negli Stati Uniti ed in Canada. Quando il prezzo risalirà, potranno venderlo meglio, mentre le miniere cilene saranno esauste. È davvero una lezione di “Teoria della dipendenza” di Theotonio dos Santos , con l’economia e gli interessi degli stati periferici, consegnati nelle mani dei centri economici mondiali.

Le miniere di Chuquicamata, le più importanti del paese, non avrebbero che un decennio di vita davanti. Il rame oggi, con la privatizzazione, non serve più a finanziare sviluppo, né a creare lavoro e nemmeno più a garantire entrate al fisco. E lo stato è stato reso impotente dal neoliberismo.

Nonostante la vulgata che ha sempre descritto il Cile – come già l’Argentina – come un successo, il paese si sta avvitando nel modello di “crescita impoverente” teorizzata anche da economisti neoliberali. Secondo questa teoria, il possesso di una materia prima in quantità e qualità preponderante rispetto al resto del mondo, se sommato all’apertura indiscriminata del mercato, produce un abbassamento del prezzo uguale e contrario all’aumento della produzione, e pertanto del benessere generato. Il premio Nobel per l’Economia 1987, Robert Solow, sostiene che l’avere scelto il ruolo di mero produttore primario di rame, compromette lo stesso futuro del Cile a lungo termine, non essendo questo in grado di creare né lavoro né reddito, in una situazione dove l’esposizione alla globalizzazione causa una caduta durevole del prezzo della materia prima. Conclude Solow che “non ci sono scuse per cedere la principale risorsa che appartiene a tutto il popolo cileno”. Non c’è bisogno di essere premio Nobel per l’economia per capire che “è razionale vendere quando il prezzo è alto e conservare quando questo è basso”. A meno di non essere una multinazionale che, con il rame cileno, sta facendo esattamente il contrario. Perché – ma questo un Chicago boy non lo confesserà mai – gli interessi della multinazionale sono esattamente opposti a quelli dei cittadini cileni.

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