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Sul presidente pesano le accuse di genocidio dei maya e contrabbando di droga negli anni Ottanta e Novanta

Guatemala: gli scandali investono Otto Pérez Molina

La società civile chiede le dimissioni di “Mano Dura”
22 giugno 2015 - David Lifodi

internet Lo scandalo senza precedenti che ha investito i massimi vertici istituzionali del Guatemala ed ha riportato nelle piazze una grande moltitudine di persone, composta soprattutto da cittadini autoconvocati senza alcun sostegno da parte dei partiti, potrebbe rappresentare la scintilla di una sollevazione popolare, auspicano molti analisti politici ed esponenti dei movimenti sociali del paese centroamericano.

Nelle piazze la protesta non si arresta, al grido di Renuncia Ya, riferito al presidente Otto Pérez Molina, dopo le dimissioni già date dalla sua vice Roxana Baldetti. Tuttavia, per gli indignados guatemaltechi, la strada non è semplice, considerando anche la debolezza della sinistra guatemalteca, ma tutti concordano sul fatto che Otto Pérez Molina debba abbandonare la guida del paese. Se la volontà popolare si imporrà su “Mano Dura”, il Guatemala potrà sperare davvero in un nuovo corso, alternativo non solo all’estrema destra, ma anche alla sostanziale unità di vedute che accomuna l’estabilishment di centro-sinistra e centro-destra con la benedizione degli Stati Uniti. Allo scandalo per corruzione legato all’appropriazione indebita dei fondi statali per mano del gruppo mafioso La Línea, a cui appartenevano sia il presidente che la vice presidente del Guatemala, va aggiunto un altro caso che certo non depone a favore di Otto Pérez Molina. Due mesi prima che venissero stipulati gli accordi di pace dopo oltre trenta anni di conflitto armato tra lo stato e le formazioni guerrigliere, l’allora generale dell’esercito Molina temeva per la sua carriera poiché l’intenzione del presidente Arzú era quella di sbarazzarsi dei militari che maggiormente avevano le mani sporche di sangue. “Mano Dura” era uno di questi, sebbene abbia sempre sbandierato ai quattro venti il suo ruolo insostituibile negli accordi di pace del 28 dicembre 1996. Tra i nomi in mano di Julio Balconi, il ministro della Difesa durante la presidenza di Álvaro Arzú incaricato di fare piazza pulita dei militari maggiormente legati alla dittatura e responsabili della persecuzione delle comunità maya, si trovava anche Otto Pérez Molina, il quale figurava nella lista degli impresentabili anche per un altro motivo: il coinvolgimento nella gestione del traffico di droga alle dogane di frontiera in combutta con il militare Alfredo Moreno. In pratica, entrambi erano accusati di contrabbando. Fu per questo che nel 2004, quando il Partido Patriota, di cui Molina è fondatore, entrò per la prima volta al Congresso facendo parte della coalizione governativa di Óscar Berger (presidente legato apertamente ai grandi potentati economici), “Mano Dura” non chiese alcun ministero per il suo partito, ma un posto per Otto Leal, suo cognato, affinché si occupasse di gestire il sistema doganale: in questo modo, Molina sperava di proseguire impunemente nella sua attività di contrabbando e smercio della droga come aveva fatto durante gli anni della guerra civile. Secondo alcuni documenti riservati declassificati di recente, è emerso che il cognato di Molina faceva parte della cosiddetta Red Moreno, cinghia di trasmissione con l’attuale La Línea e le sue attività criminali. Non si tratta dell’unico scandalo in cui è coinvolto l’attuale presidente guatemalteco. Finalmente è emersa pubblicamente anche la sua responsabilità nello sterminio della comunità maya: nel 1982 Molina fu prima a capo della sicurezza del dittatore Lucas García e poi, quando quest’ultimo fu sollevato dal colpo di stato di Ríos Montt, fu inviato in prima linea in territorio maya-ixil partecipando attivamente allo sterminio degli indigeni negli anni Ottanta: il nome di Molina è apparso nei documenti del Plan Victoria 82 e del Plan Sofía, i due piani militari in cui si progettava il genocidio ai danni della popolazione del Triangulo Ixil, la regione che comprende i municipi di Nebaj, Chajul e Cotzal, a nord del dipartimento del Quiché. La fedeltà di Molina ad entrambi i dittatori fu tale che è assai semplice dimostrare il suo ruolo attivo nelle pratiche di tortura e sterminio delle comunità indigene, il cui dramma fu ben documentato da Guatemala nunca mas, il rapporto sulle violazioni dei diritti umani ad opera dell’esercito  presentato da monsignor Juan Gerardi il 25 aprile 1998. Il giorno dopo la sua presentazione pubblica, Gerardi fu ucciso da sicari di stato: eta il 26 aprile 1998,  E ancora, sul degrado delle istituzioni guatemalteche pesa anche il recente assassinio dell’ex magistrato della Corte Costituzionale Francisco José Palomo Tejada, legato ai settori più reazionari dell’imprenditoria guatemalteca, alla stampa mainstream del paese centroamericano nonché ai circoli militari che ancora oggi insistono nel difendere il vecchio dittatore Ríos Montt dall’accusa di genocidio del popolo maya. Palomo era stato deputato del Frente Republicano Guatemalteco (Frg), il partito di Ríos Montt, nel Parlamento Centroamericano (Parlacen), nonché avvocato difensore dello stesso Montt e dei militari coinvolti nel massacro del villaggio maya di Dos Erres, dipartimento del Péten, avvenuto nel 1982.  Inoltre, Palomo aveva lavorato per anni insieme a César Calderón, l’avvocato difensore del gruppo criminale La Línea, che si è fatto largo negli ultimi anni, grazie all’influenza di Otto Pérez Molina, su La Cofradía, un altro gruppo paramilitare dedito a traffici illeciti a cui l’attuale presidente guatemalteco ha fatto la guerra fin dalla seconda metà degli anni Novanta. In questo scenario così confuso, l’astuzia dell’estabilishment e dello stesso Molina è quella di non far trasparire relazioni chiare e dirette con un personaggio ambiguo come Palomo, ma approfittare di un crescente sentimento di paura generalizzato che si fa strada tra la popolazione.

In questa difficile situazione, oltre ai settori più reazionari della società guatemalteca, gli indignados devono guardarsi anche dalle mosse dell’ambasciata Usa a Città del Guatemala: pare che proprio da qui siano partite le maggiori pressioni su Roxana Baldetti affinché si dimettesse, ma gli stessi Stati Uniti faranno di tutto per guidare una transizione del paese verso governi e presidenti comunque fedeli al Washington Consensus ed ostacolare il desiderio di cambiamento della società guatemalteca. 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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