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Recensione al libro di Flaviano Bianchini, trasformatosi in migrante per raggiungere gli Stati Uniti

Migrantes. Clandestino verso il sogno americano

Flaviano Bianchini, redattore di Peacelink, è fondatore e direttore di Source International
12 ottobre 2015 - David Lifodi

 

internet Migrantes si legge tutto d’un fiato, senza tregua, perché gli avvenimenti si susseguono.  Non c’è tregua per Flaviano Bianchini, divenuto Aymar Blanco con un abile cambio d’identità per raggiungere gli Stati Uniti dal Centroamerica, sperimentando il viaggio che compiono decine di migliaia di migranti ogni anno.

Grazie ad un racconto che è, al tempo stesso, reportage giornalistico, ma soprattutto un’esperienza vissuta in prima linea, Bianchini racconta ciò che ogni giorno sono costretti a subire i migranti nel loro percorso a ostacoli dal centro e dal sud dell’America di sotto agli Usa. Flaviano-Aymar vive sulla propria pelle il carcere, i viaggi pericolosissimi sulla Bestia, il treno merci utilizzato dagli immigrati per raggiungere il sogno americano, e faccia a faccia con i cartelli della droga e poliziotti molto spesso al loro servizio.  Al tempo stesso, il racconto di Flaviano è caratterizzato da riflessioni molto intime sulla sofferenza umana,  da slanci di solidarietà e, più in generale, da una constatazione che lo accompagnerà per tutto il viaggio: per fortuna nel suo passaporto, lasciato ad un amico prima di intraprendere questo viaggio così rischioso, c’è scritto Unione Europea – Repubblica Italiana. Questa fortuna non ce l’hanno i migranti che viaggiano con lui e che, pur riuscendo a raggiungere lo stesso gli Stati Uniti, finiranno nella maggior parte dei casi ad essere sfruttati e sottopagati per lavori umilissimi nell’America profonda, in qualche maquiladora di confine o al servizio dei cartelli del narcotraffico che lavorano a cavallo della frontiera. In un certo senso, i migranti sono dei moderni partigiani che, zaino in spalla e pochissime cose addosso, ogni giorno sono costretti a confrontarsi con una realtà nuova. Per certi versi, Migrantes è molto simile ad un best-seller della lotta partigiana: Senza tregua-La guerra dei Gap, di Giovanni Pesce, detto Visone. Entrambi, Giovanni e Flaviano, sono soli con loro stessi nella maggior parte delle scelte importanti, ma al tempo stesso in compagnia, con altri gappisti e con altri migranti. Ed è molto simile anche la conclusione di entrambe le storie. Il senso di liberazione che avverte Visone quando giunge a Milano dopo che fascisti e nazisti sono stati cacciati è uguale a quello di Flaviano nel suo arrivo a Tucson: entrambi non sono più clandestini e non devono più nascondersi. Finalmente. Ma per farcela hanno dovuto sudare e sfidare pericoli che avrebbero potuto mettere a repentaglio anche la loro vita. All’inizio della sua avventura Flaviano scrive: “Lo chiamano passaporto, ma a seconda di quello che c’è scritto ti può portare in posti diversi. Se quello stesso cartoncino è verdognolo e magari c’è scritto República de El Salvador allora sei fregato”. Il viaggio di Flaviano comincia passando la frontiera tra Guatemala e Messico. Dei pantaloni di fustagno, una maglietta del Barcellona, scarpacce da ginnastica, calzini logori ed una carnagione scura che lo aiuta nel travestimento: Flaviano parte così, zaino in spalla con il minimo indispensabile e via verso il sogno americano. Ora è Aymar Blanco, peruviano proveniente da Pucallpa. La sua lunga esperienza in America Latina gli sarà d’aiuto in questo viaggio della speranza in cui l’obiettivo primario è quello di non finire tra i perdidos, quelli che vengono arrestati e ricacciati al punto di partenza, in Messico o Guatemala. Più volte, nei momenti di sconforto, Flaviano pensa di dichiarare la sua vera identità e tirarsi fuori dalle difficoltà, ad esempio quando viene arrestato insieme ad altri migranti, in una delle retate della polizia sulla Bestia, con il rischio concreto, che i poliziotti vendano lui e i suoi compagni di sventura ad uno dei cartelli della droga. Trascorrere 48 ore in un carcere messicano non è proprio una passeggiata, tra violenze e abusi di ogni tipo, eppure Aymar-Flaviano resiste: una promessa è una promessa, e la sua è quella di raggiungere gli Stati Uniti con le stesse modalità dei migranti. E allora la sua odissea verso il sogno americano racconta il dramma di un’America Centrale schiava dei trattati di libero commercio e delle multinazionali, dove le merci possono passare senza alcun problema, mentre gli esseri umani sono costretti a schivare la polizia, i narcos e affidarsi a coyotes e polleros per passare il confine. Durante il viaggio, Flaviano sperimenta quanto può abbrutirsi l’essere umano, ma al tempo stesso è testimone e, in alcuni casi, protagonista, di toccanti storie di solidarietà. Le donne che lanciano pacchi di biscotti e tortillas ai migranti che salgono e scendono dalla Bestia, le famiglie che li ospitano quando sono braccati con il rischio di essere arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, servono a Flaviano-Aymar per superare i momenti di maggiore difficoltà, la fame, il freddo, il caldo, la sete e ancora gli “ostacoli” naturali di un paese quale è il Messico, dalle montagne al deserto.

Il traffico è unidirezionale, “Si va dal Guatemala al Messico. La meta ultima sono gli Stati Uniti. Verso sud non ci vuole andare nessuno”, ma sono pochi quelli che davvero ce la fanno. Flaviano ce l’ha fatta, con notevoli rischi, ma il dramma dei migranti centro e latinoamericani resta. Di fronte alla sua descrizione, sempre lucida, della realtà migratoria latinoamericana, i governi abbassano gli occhi facendo finta di niente, ma se, anche qui da noi, tanta gente leggesse il racconto di Flaviano, magari ci sarebbe più solidarietà, maggior rispetto e attenzione per i migranti che arrivano sulle nostre coste.

Migrantes. Clandestino verso il sogno americano

di Flaviano Bianchini

pagg. 230

Bfs edizioni 2015 – Pisa

Biblioteca Franco Serantini

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it.
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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