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Il nuovo presidente vuol favorire gli oligopoli mediatici

Argentina: Macri all’attacco della Ley de Medios

Tra i beneficiari il gruppo Clarín, il suo principale sponsor durante la campagna presidenziale
22 dicembre 2015 - David Lifodi

internet

Mauricio Macri si è insediato ufficialmente da pochi giorni alla presidenza dell’Argentina e già è stato costretto a dover fare fronte ad una prima marcia di protesta, quella dei sostenitori della Ley de Medios, varata nell’era kirchnerista, ma invisa all’ex sindaco di Buenos Aires perché penalizzante nei confronti dei grandi oligopoli mediatici. Macri è notoriamente vicino al gruppo Clarín, contro il quale Cristina Kirchner aveva instaurato una vera e propria battaglia senza esclusione di colpi, per questo, fin dalla campagna presidenziale, Macri aveva giurato che avrebbe cambiato la Ley de Medios se fosse arrivato alla Casa Rosada

Il primo atto di Macri è stato quello di nominare ministro della Comunicazione Oscar Aguad, avvocato, ex giocatore di rugby, ma soprattutto amico di Luciano Benjamín Menéndez, uno dei repressori della dittatura militare, con la quale, la presidenza Macri, mostra già un’inquietante similitudine. Nelle sue prime 48 ore di governo, Videla emise 16 decreti mentre Macri, nello stesso tempo, addirittura 29, tanto da indurre la stampa a scrivere che l’attività del presidente è quella di gatillar decretos, giocando sul termine gatillo, che significa grilletto, e sottintendendo quindi che il nuovo inquilino della Casa Rosada “spari decreti” a raffica. L’intento di far saltare la Ley de Medios è subito balenato dalle parole di Aguad: “I media competeranno liberamente nel mercato”. La dichiarazione, guarda caso, è avvenuta dagli schermi di Cadena 3, nota proprio per sostenere il libero mercato. Secondo la società civile, però, attaccare la Ley de Medios, è llegale, in primo luogo perché Macri finge di ignorare che è stata approvata dal Parlamento e, in seconda istanza, in quanto minimizza l’ampio dibattito sul tema nell’intero paese. L’attacco di Macri alla Ley de Medios è arrivato da uno dei tanti Decretos de Necesidad y Urgencia (Dnu) che hanno contraddistinto i suoi primi giorni alla Casa Rosada. Tuttavia il famigerato Dnu 13/2015, che vuole spazzare via la Ley de Medios, ha molti punti decisamente illiberali, tanto da far storcere la bocca anche al peronismo anti-kirchnerista, a partire dai duhaldisti, passando per l’Unión Cívica Radical e addirittura per Propuesta Republicana (il partito dello stesso Macri). Approvata anche grazie al lavoro della Coalición por una Radiodifusión Democrática, composta da circa 300 organizzazioni comunitarie, dei diritti umani, sindacali e di piccole e medie imprese, la Ley de Medios aveva imposto forti limiti al cosiddetto latifondo mediatico del Clarín e di altre grandi corporazioni mediatiche ed ottenuto l’appoggio dei movimenti sociali  con i famosi 21 punti per il diritto alla comunicazione, tra i quali quello che sanciva il divieto di concentrare i media nelle mani di pochi padroni. Anzi, la colpa del kirchnerismo è stata semmai quella di non riuscire a portare a fondo l’opera di pulizia delle corporazioni mediatiche senza sostenere a sufficienza il lavoro dei mezzi di comunicazione alternativi e comunitari. Adesso il gruppo Clarín può festeggiare la possibilità che la Ley de Medios venga smantellata grazie al presidente che la sua direzione ha sempre sognato. Del resto la Ley de Medios, approvata il 10 ottobre 2009, intendeva favorire una gestione plurale dell’informazione ed evitare che la concentrazione dei media nelle mani di pochi padroni evitasse una continua distorsione degli avvenimenti: per questo il gruppo Clarín ha condotto, nel corso degli anni, una campagna di stampa caratterizzata da una serie di colpi bassi nei confronti dell’ex-presidenta Cristina Kirchner. La battaglia per la democratizzazione dei media era stata vinta poiché la Ley de Medios non solo sostituiva quella risalente all’epoca della dittatura, ma ridimensionava i gruppi monopolistici e permetteva il riconoscimento delle attività audiovisive come d’interesse culturale pubblico, cedeva un terzo delle frequenze ad associazioni senza fini di lucro, consegnava le frequenze alle istituzioni (province, comuni, quartieri), sanciva la presenza del capitale straniero nelle aziende in un massimo del 30%. Di fronte ad una Ley de Medios orientata a difendere la pluralità dell’informazione, il gruppo Clarín non poteva continuare a mantenere la proprietà di cinque giornali, duecento concessioni di radio, televisioni, riviste e case editrici. Punto di riferimento prima della dittatura, insieme a La Nación, e poi di un’opposizione spesso becera e violenta nei confronti del kirchnerismo, il gruppo Clarín ha notevoli possibilità di festeggiare, sui propri canali, l’affossamento di una legge che era riuscita a mettere in discussione il potere economico privato.

Definita all’avanguardia per un processo di democratizzazione dell’uso dei mezzi audiovisivi, la Ley de Medios è stata definita “ideologica”: tramite il dnu 13/2015 il governo tornerà ad avere un controllo totale della comunicazione come all’epoca del triumvirato Videla-Massera-Agosti e questo fa aumentare ancor di più le preoccupazioni su quali potrebbero essere le prossime mosse del presidente Mauricio Macri. 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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