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Brasile: la Legge di Amnistia grazia i torturatori di Frei Tito

Nel paese si riapre il dibattito sulla Legge di Amnistia
16 marzo 2016 - David Lifodi

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Frei Tito de Alencar Lima è stato ucciso un’altra volta. Non si può commentare in altro modo il rifiuto della giustizia brasiliana e, in particolare della giudice Louise Vilela Leite Filgueira Borer, che ha applicato la Legge di Amnistia per i capitani dell’esercito Homero César Machado e Mauricio Lopes Lima, responsabili di aver torturato il frate domenicano, incarcerato tra il 1969 e il 1970, quando il Brasile era governato dal regime militare.

Purtroppo, nonostante la mobilitazione della società civile e, in parte, di esponenti del governo sia sotto la presidenza Rousseff sia sotto quelle di Lula, la Legge di Amnistia, che garantisce l’impunità ai militari responsabili di crimini e torture negli anni della dittatura (dal 1964 al 1985), continua a rimanere in vigore e gode anche di un buon numero di sostenitori. È così che molti militari l’hanno fatta franca, nonostante il regime brasiliano abbia dimostrato, nel corso di un ventennio, il suo volto più sanguinario e l’elite che continua a difendere la Legge di Amnistia è la stessa che, al giorno d’oggi, vede con favore lo stato d’assedio imposto nelle favelas del paese e le operazioni di pulizia sociale compiute ai danni dei giovani delle periferie. Il Collettivo Frei Tito Vive, a margine della sentenza, ha commentato la decisione della giustizia brasiliana utilizzando una celebre dichiarazione dello stesso frate domenicano: “In un momento come questo, il silenzio equivale all’omissione”. Allora come oggi. Nel 1964, quando non aveva ancora venti anni, Frei Tito aveva partecipato alle prime manifestazioni studentesche contro il regime militare appena insediato grazie al golpe che aveva rovesciato João “Jango” Goulart. Nel 1968 fu arrestato una prima volta in occasione del congresso dell’Unione nazionale studentesca, ma fu nel 1969 che il domenicano entrò definitivamente nel libro nero dei militari e fu incarcerato una seconda volta. Insieme a Frei Betto e altri domenicani, Frei Tito era stato accusato di appoggiare la lotta guerrigliera di Carlos Marighella. Sergio Fleury, il capo del Dops, la sanguinaria polizia politica brasiliana, ordinò di torturarlo ininterrottamente per tre giorni. Le torture proseguirono fino al febbraio degli anni Settanta: i suoi aguzzini erano lo stesso Fleury (a cui è addirittura intitolata una via a San Paolo), Homero César Machado e Mauricio Lopes Lima. Solo nel dicembre 1970 il religioso raggiunse la libertà, nell’ambito di uno scambio con l’ambasciatore svizzero Bücker, che era stato sequestrato dalla guerriglia. Gli anni peggiori per Frei Tito, dovevano ancora arrivare. Nel 1971 fu accolto nel convento parigino di Saint Jacques, ma era tormentato dagli incubi e spesso sognava Fleury e gli altri militari che lo torturavano, fin quando, nel settembre 1974, si suicidò. Tuttavia, quella parte di società brasiliana che ha sempre nascosto i crimini della dittatura, ha cercato di screditare Frei Tito anche da morto, sostenendo che la sua storia era basata su una serie di esagerazioni. È stato grazie ad una delle sorelle di Frei Tito, Nildes Alencar, che le torture a cui era stato sottoposto il domenicano non potevano essere derubricate ad una messa in scena. In una lettera scritta da Frei Tito nel febbraio 1970 e rivolta alla famiglia emergeva il racconto delle torture che erano state imposte al religioso. Se i suoi torturatori pagassero con il carcere non solo sarebbe fatta giustizia, ma si tratterebbe di una sorta di riparazione dello Stato per Frei Tito e per tutti i desaparecidos del regime militare. Al contrario, in Brasile sono molti gli aspetti sotto i quali il paese ha compiuto un passo indietro negli ultimi anni, a partire dai diritti umani. Ad esempio, nel Cono Sur il Brasile è l’unico paese dove non è stato punito alcun torturatore legato al regime militare e, in un contesto del genere, è facile riscrivere la storia, evidenzia Nildes Alencar, la quale sostiene: “Una popolazione senza storia può essere facilmente manipolata, ma se la popolazione è cosciente questo non succede”. Eppure l’odiosa storia dei militari che hanno obbedito agli ordini (il capo della polizia politica Fleury è già morto da tempo) continua ad avere un certo seguito, soprattutto in un momento in cui si vuol cancellare tutte le conquiste sociali recenti del paese.

In attesa di misure concrete nei confronti dei torturatori di Frei Tito, il Brasile deve fare i conti con un Congresso impegnato ad approvare, ogni giorno, misure di stampo conservatore e reazionario, mentre imperversa la cosiddetta bancada de la bala, per non parlare di quella dell’agrobusiness. Ciò che però nessuna legge riuscirà a cancellare è l’impegno civile di Frei Tito e degli altri caduti per un Brasile democratico ed ugualitario.    

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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