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Da mesi gli insegnanti, appoggiati dai movimenti sociali protestano contro la progressiva privatizzazione del paese

Messico: i poliziotti agli ordini Peña Nieto sparano sui maestri nello stato di Oaxaca

Il presidente è il principale responsabile di un nuovo crimine di stato
29 giugno 2016 - David Lifodi

internet

Tiren a matar”, sparate per uccidere: sono molti ad aver sentito quest’ordine, a cui è seguito un vero e proprio tiro al bersaglio della polizia messicana contro i maestri della Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (Cnte) per reprimere le proteste, in corso da mesi, contro la riforma educativa che impone la valutazione dei docenti come condizione necessaria per l’accesso al lavoro. In totale, i morti sono stati 12, con centinaia di feriti e altrettanti dimostranti arrestati.

I fatti più gravi sono avvenuti il 19 giugno scorso a Nochixtlán, nello stato di Oaxaca, quello dove la mobilitazione sociale dei maestri è stata sempre fortissima, grazie alla combattiva Sección 22 che ha contestato la riforma educativa, voluta dal presidente Peña Nieto nel 2013, ma, più in generale, tutte le riforme neoliberiste fatte ingoiare ai messicani da Los Pinos. A fianco dei maestri, che da giorni bloccavano l’autostrada Oaxaca-Puebla, sono intervenuti i militari, inviati dallo stesso presidente Peña Nieto e dal ministro dell’istruzione Aurelio Nuño. La riforma educativa, sostenuta dalle potenti bocche di fuoco di Tv Azteca e Televisa, ha come autore intellettuale Claudio Guajardo, già presidente della stessa Televisa e adesso a capo del partito di estrema destra Mexicanos Primero. Grazie ad una campagna di stampa volta a disinformare e a manipolare le ragioni dei maestri, non è raro ascoltare affermazioni del tipo “i maestri si meritano di essere uccisi” dall’uomo della strada. Al tempo stesso, è evidente come il governo di Peña Nieto, accusato dai movimenti sociali di essere passato da repressore ad assassino, si trovi in grossa difficoltà e quindi faccia ricorso al pugno duro. La mattanza di Nochixtlán non può che essere classificata come un crimine di stato, al pari di quello di Ayotzinapa, quando il 26 settembre 2014 la polizia uccise 43 normalistas, sulla cui morte ancora si è ben lontani dal giungere alla giustizia. Anche in questo caso, le scuse accampate da Los Pinos sono talmente poco credibili che sembra impossibile l’appiattimento della stampa, tutta protesa a dar voce solo alle versioni ufficiali del governo, peraltro divergenti. Inizialmente Peña Nieto ha puntato il dito contro un non meglio precisato gruppo di provocatori infiltrati tra i maestri, poi ha parlato di una presunta imboscata compiuta dai movimenti ai danni della polizia e infine è stato costretto ad affermare che i militari hanno fatto ricorso alle armi per respingere l’assalto dei maestri. Alla fine, grazie alle testimonianze della Cnte e degli studenti, è emerso che durante la manifestazione erano presenti cecchini con armi di grosso calibro. Silenzio completo sulla vicenda anche a livello internazionale, nonostante la mobilitazione si sia rapidamente propagata negli stati di Guerrero, Chiapas e Michoacán per arrivare fino alla capitale, Città del Messico. Se la riforma educativa non si fermerà, come garantisce il ministro dell’istruzione Aurelio Nuño, il combattivo sindacato della Cnte sembra tutt’altro che intenzionato a interrompere la mobilitazione, forte anche dell’appoggio di tutta la sinistra sociale messicana, dell’Ezln e delle comunità indigene e delle organizzazioni popolari. Di fronte a loro una riforma educativa voluta da Peña Nieto per privatizzare l’istruzione, licenziare i maestri non allineati, ma soprattutto venire incontro ai dettami ultraliberisti di Mexicanos Primero, artefice anche della legge che peggiora le condizioni di lavoro, delle privatizzazioni del settore elettrico, petrolifero e del sistema sanitario e pensionistico. Inoltre, il governo sa che se è costretto a darla vinta ai maestri rischia di implodere e di dare forza ai numerosi conflitti sociali presenti nel paese. Solo pochi giorni fa, a seguito dei deludenti risultati alle elezioni del 5 giugno in 12 stati della federazione, il presidente del Partido Revolucionario Institucional (Pri) Manlio Fabio Beltrones si è dimesso. Il priismo, pur alleato con diversi partitini satellite, si è imposto in soli cinque stati, mentre è cresciuto, soprattutto a Città del Messico, Morena (Movimiento de Regeneración Nacional), il partito di Andres Manuel López Obrador, l’unico a schierarsi a fianco dei maestri e a sostenere la protesta per quanto accaduto a Nochixtlán. Maestro, aguanta, el pueblo se levanta è slogan attorno al quale si sono uniti i movimenti sociali: dai genitori degli studenti che hanno partecipato direttamente alla toma, l’occupazione delle scuole ad una società civile in piena ebollizione, difficilmente passerà il tentativo di ridicolizzare i maestri. Il governo sostiene che gli insegnanti valutano gli studenti, ma non intendono essere esaminati a loro volta, secondo un copione scritto appositamente da Claudio Guajardo il quale, non a caso, all’epoca della presidenza di Televisa, era specializzato nel mandare in onda telenovelas come arma di distrazione di massa in un paese attraversato da innumerevoli mobilitazioni. Lo scopo del governo è quello di far ricadere sui maestri la collera di un paese allo stremo per trovare un facile capro espiatorio e sviare l’attenzione da un presidente come Peña Nieto e da un sistema politico autoritario che rifiuta, questo si, di essere giudicato e valutato dalla popolazione.

Dal futuro della lotta dei maestri dipende quello di buona parte di decine di milioni di lavoratori in un paese dove molti hanno compreso che l’estallido social, l’esplosione sociale, è sempre più vicina.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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