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Il ballottaggio del 2 aprile è decisivo per l’America latina progressista

Ecuador: la destra tenta la strada del golpe blando per sconfiggere Lenín Moreno

Il vantaggio del candidato di Alianza País è ampio, ma Guillermo Lasso può contare su sponsor influenti e molto ingombranti
22 marzo 2017 - David Lifodi

internet

Per un soffio Lenín Moreno ha sfiorato quella vittoria che avrebbe permesso ad Alianza País, e di conseguenza al centrosinistra, di rimanere a Palacio de Carondelet, il palazzo presidenziale. Al ballottaggio del prossimo 2 aprile, tuttavia, Guillermo Lasso, candidato delle destre, non parte battuto in partenza. Certo, il suo misero 28,03%, se paragonato al 39,36 di Moreno conquistato al primo turno delle presidenziali, farebbe presagire una facile affermazione di quest’ultimo, ma le destre nel frattempo hanno affilato le armi e sognano una clamorosa rimonta. Tutti i mezzi sono leciti pur di sconfiggere Lenín Moreno. A questo proposito, in una lunga intervista rilasciata a Geraldina Colotti per il quotidiano il manifesto, l’economista Pedro Paez ha parlato apertamente del rischio che nel paese avvenga un golpe suave, come già accaduto negli ultimi anni in Honduras, Paraguay, più di recente in Brasile e, sotto certi aspetti, in Argentina.

“Occorre vigilare”, avverte Pedro Paez, anche perché, come ha evidenziato la docente universitaria Palmira Chavero in un’intervista rilasciata a Espejo Libertario, ci sono tutte le condizioni affinché il sostegno a Lasso possa crescere, dopo che al primo turno le varie anime della destra avevano finito per pestarsi i piedi, ad esempio con la candidata Cynthia Viteri, la quale aveva sottratto buona parte dell’elettorato allo stesso Lasso. Inoltre, non bisogna dimenticare che tra i consulenti di Guillermo Lasso figura Durán Barba, non solo l’uomo che ha curato la vittoriosa campagna presidenziale di Mauricio Macri in Argentina, ma sostenitore della prima ora di alcuni tra i più fieri oppositori della Revolución Ciudadana del presidente uscente Rafael Correa. Ad evidenziarlo l’inviato di Le monde diplomatique Cristophe Ventura che, in una lunga intervista a Barba dedicata ad analizzare l’offensiva delle destre latinoamericane, Le piccole cose che fanno vincere le elezioni, ha sottolineato il legame di quest’ultimo con il sindaco di Guayaquil Jaime Nebot (Partido Socialcristiano, a cui appartiene l’altra esponente della destra Cynthia Viteri, eliminata al primo turno delle presidenziali) e con quello di Quito Mauricio Rodas, che nel 2014 ha soffiato la riconferma alla guida della città ad Augusto Barrera, sostenuto personalmente da Correa. Senza contare che lo stesso Barba aveva lavorato, nel 2006, per Álvaro Noboa, uno degli uomini più ricchi dell’Ecuador grazie al suo ruolo di imprenditore e magnate delle banane, anche se in quella circostanza perse la corsa a Palacio de Carondelet.

Nonostante i sondaggi confermino un alto gradimento del paese per Lenín Moreno, a cui viene attribuito circa il 48% dei consensi rispetto al 35% intenzionato a votare per Guillermo Lasso, la partita non sembra essere chiusa. Dalla parte di Lenín Moreno gioca il discredito che pende su Lasso in qualità di alto funzionario del governo corrotto del presidente Jamil Mahuad, responsabile della crisi economica del paese derivante dalla dollarizzazione imposta nel 1999. Su questo aspetto Guillermo Lasso non è riuscito a far passare nell’opinione pubblica l’idea che lui avesse preso le distanze da Mahuad, ma continua a spararle grosse, sostenendo, ad esempio, che il 60% degli ecuadoriani lo vorrebbe alla presidenza, oltre a corteggiare alcuni settori della sinistra, a partire da Paco Moncayo, candidato per il Partido Izquierda Democrática e molto indeciso sul da farsi. Se davvero sostenesse Lasso, quest’ultimo potrebbe contare su un tutt’altro che disprezzabile 6,7% dei consensi, quelli raggranellati da Moncayo al primo turno delle presidenziali. E ancora, la destra cerca di battere Lenín Moreno perché così, a livello regionale, si potrebbe parlare di fine del ciclo progressista e questo rappresenterebbe un colpo durissimo anche per i governi bolivariani rimasti nel continente, a partire da quello venezuelano, già in forte difficoltà. Paese di spicco all’interno dell’Alba, l’Ecuador, se dovesse virare a destra, abbandonerebbe subito quell’integrazionismo latinoamericano sottoposto ad una una nuova e non indifferente batosta.

È per questi motivi che, in una intervista rilasciata al quotidiano argentino Página/12, il presidente Rafael Correa ha invitato tutta la sinistra a vigilare, facendo capire di aspettarsi anche un’eventuale frode elettorale. Ad esempio, non è un caso che Lillian Tintori, moglie del golpista venezuelano Leopoldo López, attualmente in carcere, di recente abbia provato ad entrare in Ecuador senza il visto necessario per sostenere la campagna elettorale di Guillermo Lasso e, al tempo stesso, destabilizzare le legittime istituzioni ecuadoriane e dimostrare che la presidenza di Correa e Lenín Moreno sarebbe antidemocratica e autoritaria come quella di Maduro in Venezuela.

Se non ci sono interferenze, Lenín Moreno sarà molto probabilmente il prossimo presidente dell’Ecuador, ma Guillermo Lasso, definito da Pedro Paez “il banchiere dell’Opus Dei che propone la radicalizzazione dei programmi neoliberisti, come in Argentina e in Brasile”, può contare su sponsor influenti ed importanti. Il 2 aprile sapremo se in Ecuador sventoleranno ancora le insegne bolivariane o meno.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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