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El Salvador: Parlamento vota la messa al bando dell’industria metallifera

Risultato storico di una lotta che ha profonde radici sociali
31 marzo 2017 - Giorgio Trucchi

Parlamento approva legge antiminiere (Foto Cripdes)

Con 70 voti a favore e nessuno contro, l’Assemblea legislativa di El Salvador ha approvato una legge che mette al bando l’industria metallifera sia a cielo aperto che sotterranea. La nuova legislazione proibisce l’esplorazione, estrazione, lavorazione e trasformazione di metalli e annulla tutte le richieste di concessioni minerarie in corso. Per l’attività mineraria artigianale, i legislatori hanno concesso un periodo di due anni per la riconversione industriale, vietando però da subito l’uso di sostanza tossiche come il cianuro e il mercurio.

Il regolamento per l’applicazione della nuova legge dovrà essere approvato entro e non oltre sei mesi dalla sua entrata in vigore. 14 i deputati assenti al momento della votazione.

Un risultato storico che è soprattutto il frutto di più di 12 anni di lotte comunitarie, per le quale i movimenti ambientalisti e le stesse comunità hanno pagato un prezzo altissimo in termini di repressione e perdita di vite umane.

“Questa legge gronda sangue. Ringraziamo le persone che hanno sacrificato la loro vita per la lotta contro lo sfruttamento minerario”, ha detto in aula Guillermo Mata, legislatore del partito di governo Fronte Farabundo Martí per la liberazione nazionale, Fmln.

"Evitando l’entrata di un’industria vorace e inquinante ci stiamo assicurando la vita e il benessere per tutta la nazione”, ha manifestato alla Afp il direttore del Centro salvadoregno di tecnolgia appropriata, Cesta, Ricardo Navarro.

- Visiona il testo della legge

Che ci si stesse avvicinando a questo momento lo si era intuito lo scorso 21 marzo, quando la Commissione ambiente e cambiamento climatico aveva votato all'unanimità il disegno di legge presentato giorni prima da varie organizzazioni ambientaliste, che avevano marciato in corteo fino al parlamento con alla testa l’arcivescovo della capitale José Luis Escobar Alas, il rettore dell’Università Centroamericana (Uca) Andreu Oliva e il direttore dell’Istituto per i diritti umani della Uca, José María Tojeira.

In quell’occasione avevano anche consegnato più di 30 mila firme di cittadini che chiedevano la proibizione dell’attività mineraria nel paese. Tutte le forze politiche, anche le più reazionare come l’Alleanza repubblicana nazionalista, Arena, e la Gran alleanza per l’unità nazionale, Gana, avevano espresso l’intenzione di convertire il disegno in legge. Il partito di governo aveva assicurato il voto dei suoi 31 parlamentari e la firma del presidente della Repubblica, Sánchez Ceren, per la sua ratifica.

Il Movimento delle vittime del cambiamento climatico e le corporazioni, Moviac, organizzazione che riunisce diversi gruppi impegnati nella difesa dei beni comuni [1] e nella lotta contro l’industria metallifera, ha emesso un comunicato nel quale considera como “senza precedenti” il “consenso storico” raggiunto questo 29 marzo dall’aula parlamentare.

A nulla sono valsi gli estremi tentativi della australiano-coreana Oceana Gold di creare un ambiente ostile nei confronti del disegno di legge. La campagna mediatica lanciata dalla multinazionale nei territori per presentare “il volto umano” dell’industria mineraria non ha scalfito il fronte popolare, sociale e politico sorto contro questo tipo di falso sviluppo.

Corporazioni sconfitte

La società canadese-statunitense Pacific Rim Mining Corp aveva ottenuto nel 2004 la licenza esplorativa per il progetto minerario El Dorado, situato nel dipartimento di Cabañas. Aveva anche identificato almeno altri 25 punti per l'estrazione di oro e argento in sette dipartimenti.

Secondo i piani, Pacif Rim avrebbe fatto uso di circa 2 tonnellate di cianuro e di quasi 900 mila litri di acqua al giorno, vale a dire la stessa quantità di acqua che una famiglia contadina consuma in 20 anni. Il deposito per i rifiuti contaminati con cianuro e mercurio avrebbe occupato una superficie di 35 ettari, con pareti che raggiungevano un’altezza di 30 metri.

Poco dopo le elezioni generali del 2009, il neo eletto Mauricio Funes aveva sospeso il rilascio di concessioni minerarie, accogliendo le richieste provenienti dalle comunità colpite da questo tipo di attività. La multinazionale era ricorsa al capitolo sulla protezione degli investimenti contenuto nel Trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Centroamerica e Repubblica Dominicana (CAFTA-DR). Attraverso una sua controllata statunitense (Pacrim Cayman LLC) aveva quindi denunciato lo Stato salvadoregno all’Icsid (International Centre for Settlement of Investment Disputes, Ciadi in spagnolo) per $ 77 milioni.

Nel 2013 Pacif Rim era fallita e le sue operazioni sono state rilevate da Oceana Gold, che ha portato avanti la causa di arbitrato iniziata da Pacific Rim. La richiesta di risarcimento a El Salvador per mancati guadagni e perdite era salita a $ 315 milioni.

Il litigio internazionale si è concluso in ottobre dello scorso anno, quando il Ciadi aveva decretato l’inconsistenza delle richieste formulate da Pacific Rim/Oceana Gold ed aveva obbligato la multinazionale a risarcire allo Stato il 60% delle spese processuali (circa 8 milioni di dollari). Sei mesi dopo, Oceana Gold non ha ancora adempiuto ai propri obblighi.

Industria metallica: disastro ambientale, repressione e violenza

Manifestazione in Parlamento (Foto Cripdes)

L'impatto devastante dell’attività mineraria in El Salvador è quanto mai evidente. Secondo il reportage della giornalista Gloria Marisela Morán pubblicato dal sito web Contrapunto [2], uno degli esempi più significativi è rappresentato dal fiume San Sebastian, nella provincia di La Unión. "Il drenaggio acido legato all’attività mineraria iniziata nel 1968 dalla multinazionale Commerce Group sul monte San Sebastián ha inquinato e rese inservibili per il consumo umano e per usi domestici le acque del fiume “, racconta Morán.

Ancora più drammatica la situazione a San Isidro, dipartimento di Cabañas. Il reportage pubblicato dal sito di notizie internazionali Opera Mundi e tradotto in spagnolo da Alba Sud [4], descrive come le comunità che si sono opposte all’espansione del progetto El Dorado siano state brutalmente represse. Una vera e propria caccia all'uomo che ha lasciato un tragico bilancio di morti e feriti.

Il 18 giugno 2009 è scomparso Marcelo Rivera, direttore dell’Associazione amici di San Isidro Cabañas, Asic. Il suo corpo è stato ritrovato dieci giorni dopo in un pozzo con segni di tortura. Alla fine di luglio, il sacerdote Luis Quintanilla, conduttore di alcuni programmi su Radio Victoria, uno dei pochi media che criticavano apertamente il progetto minerario, è stato vittima di aggressione, tentato sequestro e omicidio.

Pochi giorni dopo, il 7 agosto, Ramiro Rivera Gómez, membro del Comitato ambientale di Cabañas, Cac, e leader del cantone Trinidad, è stato assalito e ferito alla schiena mentre andava a mungere le sue mucche. È sopravvissuto all'attacco, ma solo per essere assassinato il 20 dicembre, poco prima di testimoniare al processo contro i suoi assalitori.

Sei giorni dopo si è verificato il brutale assassinio di Dora Alicia Sorto, attivista del Cac, e del figlio di 8 mesi che portava in grembo. Attaccata a colpi di pistola da sconosciuti mentre lavava i panni al fiume, il delitto è rimasto impunito.

Il 3 giugno 2011 è scomparso Juan Francisco Durán Ayala, anch’egli attivista del Cac. Il suo corpo è stato ritrovato dieci giorni dopo in una fossa comune a San Salvador. Il giorno prima della sua scomparsa stava incollando manifesti e distribuendo volantini nella città di Ilobasco, che chiedevano l’approvazione di una legge che proibisse l’estrazione di metalli.

Le organizzazioni che fanno parte della Mesa nacional frente a la minería metálica [5] non hanno però permesso che la paura disarticolasse la resistenza comunitaria. È stata anzi consolidata l’alleanza con il Movimento mesoamericana contro il modello estrattivo (M4) [6].

I falsi miti

Manifestazione contro l'industria mineraria in Centroamerica (Foto G. Trucchi | Opera Mundi)

Attorno al tema dell’industria mineraria sono stati costruiti vari miti, che servono al capitale multinazionale e a governi compiacenti per giustificare lo sfruttamento dei beni comuni [7].

Il primo mito è che l'estrazione mineraria genera benessere e sviluppo. “Si tratta di uno sviluppo artificiale. Le imprese minerarie si installano in un territorio per un tempo determinato, si dedicano all'estrazione di una risorsa non rinnovabile. Quando la risorsa si esaurisce, gli investimenti e tutto quello che si era generato spariscono, e quello che resta sono paesi fantasma, recessione economica e devastazione ambientale”, racconta l’esperto honduregno Pedro Landa.

Inoltre le imprese pagano delle royalties molto basse per la quantità estratta e la loro contribuzione al fisco è praticamente insignificante. In questo modo lasciano nel Paese una quantità minima di risorse se comparato con il valore delle esportazioni generato.

In definitiva, la contribuzione dell'attività mineraria all'economia dei paesi centroamericani continua ad essere marginale, oscillando tra l'1,25% del Pil dell'Honduras e il 2,5% del Nicaragua. “Se confrontiamo questi dati con l'attività agricola, che in Honduras rappresenta quasi il 40% del Pil, è evidente che ci troviamo di fronte a una politica errata che è destinata al fallimento”, dice Landa.

Il secondo mito dell'attività mineraria è la generazione massiccia di posti di lavoro. Studi realizzati dal Centro honduregno di promozione per lo sviluppo comunitario, Cehprodec, dimostrano che le imprese minerarie di medie dimensioni, come quelle che operano in America Centrale, generano nel loro periodo di massimo sfruttamento tra i 250 e i 300 posti di lavoro diretti, più altri 1200 indiretti.

In Honduras, per esempio, la partecipazione della industria mineraria nella creazioni di posti di lavoro è stata di circa lo 0,2% della popolazione economicamente attiva, vale a dire poco più di 6.300 posti di lavoro. In Nicaragua e Guatemala questa percentuale è poco più del 2%.

Inoltre si tratta di lavoro informale, non qualificato, mal pagato e sporadico. “Le imprese operano per circa 10 o 15 anni, dopodiché o se ne vanno o iniziano a generare una serie di passaggi di mano per creare un 'velo societario', che non permetta l'identificazione del vero proprietario. In questo modo nascondono i responsabili dei danni ambientali che inevitabilmente iniziano a mostrarsi”, ha concluso Landa.

Note

[1] Asociación Comité Ambiental de Cabañas (CAC), Asociación Intercomunal de Comunidades Unidas para el Desarrollo Económico y Social del Bajo Lempa (ACUDESBAL), CESTA - Amigos de la Tierra, Asociación de Beneficiarios de Agua de la Zona Rural de Tonacatepeque (ABAZORTO), Asociación para el Desarrollo Integral del Bajo Lempa (ADIBAL).

[2] http://www.contrapunto.com.sv/sociedad/ambiente/mineria-el-engano-vestido-de-oro/2909

[3] https://goo.gl/7RcLJ8

[4] https://goo.gl/2dAifa

[5] http://noalamineria.org.sv/

[6] http://movimientom4.org/

[7] http://www.peacelink.it/latina/a/40648.html

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