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Granado, 50 anni accanto a un mito

Intervista ad Alberto Granado, compsgno di viaggio di Ernesto Guevara, nel leggendario viaggio lungo il continente latinoamericano , ora un film "I diari della motocicletta"
27 maggio 2004 - Paola Erba
Fonte: Peace Reporter


Non lo avrebbe mai immaginato, Alberto Granado, compagno di Ernesto Guevara durante un mitico viaggio in America Latina, nel ’52, di rifare quel giro a distanza di mezzo secolo, seguendo le riprese di un film su di lui e sul Che.
E neanche, forse, avrebbe immaginato di essere accolto come una star del cinema nelle tappe di un altro viaggio: quello che dopo l’uscita de ‘I diari della motocicletta’ e la presentazione a Cannes, lo sta portando a Milano, Piacenza, Perugia, Roma.
Lo abbiamo incontrato a Milano.

“Sono un uomo fantasioso – dice scherzando- ma la vita ha superato ogni mia previsione”. Alberto Granado , 82 anni, ha ancora lo spirito di mezzo secolo fa, quando con il Che partì dall’Argentina in sella alla ‘poderosa’, una sgangherata Norton 500 del 1939, comprata con i soldi chiesti in prestito a un’amica infermiera. Ai quei tempi, Granado era biochimico e Guevara un giovane studente di medicina, a tra esami dalla laurea.

“Ernesto – spiega - non era ancora il Che. Tutti lo chiamavano Fuser, cioè ‘furibondo Serna’: Serna dal cognome di sua madre, ‘furibondo’ per il modo in cui giocava a rugby e a calcio, nonostante l’asma. Quando avevamo un avversario difficile, lo facevamo marcare da Fuser, che -dicevamo- 'gli metteva l’asma addosso' e lo disorientava.
Conobbi Ernesto nel ’42, quando lo feci entrare nella squadra di rugby. Io avevo 20 anni e lui 14.
Tutta la mia vita fu segnata da quell’incontro. E da due fatti successivi: dal viaggio in motocicletta, e nel 1960, dal suo invito a partecipare alla rivoluzione Cubana. A quell’epoca vivevo a Caracas, in Venezuela.
Ero lì dal 1952: a Caracas, il Che ed io ci eravamo lasciati alla fine di quel viaggio. Lui perché doveva tornare in Argentina e laurearsi, io, perché in Venezuela avevo trovato lavoro. L’idea, però, era di ricongiungerci a Caracas entro breve.
Non fu così: una volta laureatosi, Ernesto partì per un secondo viaggio. Assistette alla repressione dello sciopero dei minatori in Bolivia, al colpo di stato in Guatemala, si fermò in Messico dove conobbe Fidel Castro, e infine si unì ai rivoluzionari che avrebbero cacciato Batista a Cuba. Da Cuba, appunto, mi chiamò, per chiedermi di raggiungerlo. Diceva che io ero un 'gitano sedentario', che cioè avevo la testa da gitano, ma mi fermavo nei luoghi dove andavo. Così era stato a Caracas e così fu a Cuba”.

Fu difficile lasciare tutto?
No, anche se a Caracas lavoravo come assistente universitario, avevo già l’automobile e la barca. Ma il sogno mio e del Che era di creare un mondo migliore. Mi chiesi allora cosa ci facevo a Caracas, quando a soli mille chilometri c’erano una rivoluzione e un amico. Se era per mettere da parte dei soldi, ebbene, questo avrei potuto farlo con qualsiasi lavoro nel mio paese.

E oggi?
Sono felice, la vita mi ha dato molto di più di quanto immaginassi. Io sono uno di quei vecchi che è arrivato a questa età senza chiedere consiglio a nessuno. Anzi, facendo sempre il contrario di quello che mi suggerivano in famiglia. “Morirai di fame come ricercatore”, dicevano i miei genitori. E studiai biochimica. “Come puoi fare un viaggio con un ragazzino?”, mi rimproverarono prima di partire con Ernesto. E quel viaggio cambiò la mia vita.
Una volta a Cuba, fondai a Santiago una scuola di medicina (poi ne sorsero altre 14) e collaborai alla creazione dell’ Istituto di ingegneria genetica e biotecnologia che oggi ha un migliaio di ricercatori e ha brevettato più di 100 medicamenti. A Cuba abbiamo 60mila medici: è quello che ci permette di inviare medici ovunque: in Venezuela, ad Haiti, in alcuni Paesi africani…

Cosa ha significato, per lei, rifare questo viaggio dopo 50 anni?
Una fortuna enorme. Non succede a molti, a 50 anni di distanza, di rifare il viaggio e di essere interpretato da un ragazzo.
L’emozione più forte, durante le riprese del film, è stata al lebbrosario di San Paolo: ho rivisto i lebbrosi, ormai adulti, che io ed Ernesto avevamo curato nel ’52 e che allora erano ragazzini. Mi hanno abbracciato e riconosciuto E’ stato bellissimo, commovente. In quel momento la realtà ha superato i sogni.

Come ha trovato l'America Latina, 50 anni dopo?
Sfortunatamente è cambiata poco: le stesse ingiustizie, le stesse disuguaglianze di quando eravamo giovani. Io ho avuto la fortuna di imbarcarmi nel progetto della rivoluzione cubana, che mi ha permesso, in 40 anni, di vivere moltissimi cambiamenti dal punto di vista culturale, scientifico, etico. Ma rattrista che in altri paesi non ci sia stato lo stesso sviluppo.
Comunque sono ottimista. Un governo come quello di Chavez, in Venezuela, capace di confrontarsi con gli Stati Uniti e con i paramilitari colombiani, lascia sperare. Così in Brasile: uno come Lula era impensabile qualche anno fa. E che dire dell' Argentina, che è riuscita a liberarsi di un corrotto come Menem? Tutto dice che c'è fermento. Un fermento maggiore di quello di 50 anni fa. Ho l'impressione che a quell' epoca la rassegnazione, nella gente, era più forte.

Cuba oggi: è quella per cui lei ha lottato?
Credo di sì. Certo, a volte la rivoluzione va più lentamente di quello che prevedevamo. C'è gente a Cuba che vorrebbe più cose materiali. Ma non è questa la nostra filosofia. Per noi, l'unica forma per essere liberi, è essere colti.

La figura del Che è ancora significativa per i giovani di oggi?
Sì, perché il Che è il prototipo di uomo che devi seguire se vuoi un mondo migliore. Per poter cambiare bisogna avere alcune delle virtù che aveva il Che.

Quali?
Ne aveva molte, ma quello che sempre mi ha colpito di lui era la sua incapacità di mentire.

Quali sono i ricordi più forti che ha del Che?
Il giorno che abbiamo detto addio ai lebbrosi di San Pablo, sul Rio delle Amazzoni peruviano. Fu il momento in cui il Che smise di essere medico di 'corpi' per essere medico del popolo.

Il film rispetta la verità?
Sì, molto. Solo l'attraversamento del fiume, fu di giorno, non di notte.

E la relazione con gli attori? Gael ha interpretato bene il Che? All'inizio non mi convinceva. Mi ha convinto mano a mano. Non gli assomiglia fisicamente, ma ne interpreta bene lo spirito. Senza contare che è un tipo fantastico, un ragazzo giovane, semplice. Tutti, sul set, mi hanno trattato con un affetto e una sensibilità incredibili.

Che impressione le fanno i ragazzi con la maglietta del Che? All'inizio mi davano fastidio. Poi mi sono reso conto che questo non è che un modo per protestare contro la generazione precedente. Come noi.

Paola Erba

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