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Venezuela:Chavez sì, Chavez no

12 agosto 2004 - Guido Piccoli
Fonte: Il Mattino

Chavez sì, Chavez no. Il futuro prossimo del Venezuela è affidato al referendum - ottenuto dall’opposizione dopo un lungo braccio di ferro - che dovrà decidere se confermare o meno al potere il «presidente bolivariano». E con l’avvicinarsi del fatidico 15 agosto, l’allegro fatalismo caraibico lascia posto a una tensione e a un’incertezza che assomigliano alla paura.


Il referendum revocatorio su Chavez è considerato il round finale di uno scontro che dura per lo meno da cinque anni, da quando cioè l’ex ufficiale di sinistra, già protagonista di un fallito golpe, venne portato alla presidenza della repubblica da una valanga di voti che si riversò su di lui soprattutto (ma non solo) dagli strati più poveri della popolazione.


Domenica si perde o si vince e nessuno sembra disposto a perdere. «È tempo di oliare le armi», si sente dire nella Caracas dei ricchi, la Caracas occidentale. E lo si ascolta anche dall’altra parte della capitale, quella orientale e dei barrios che la circondano. Due città diverse in tutto e separate da un muro di ostilità, non edificato con mattoni e filo spinato, ma forte come quelli che dividevano Belfast o Beirut.


"Chavisti" e " anti-chavisti" ricordano cattolici e protestanti, musulmani e cristiani: tra i due schieramenti si sente parlare di un «piano A» (la competizione elettorale), ma soprattutto di vari «piani B», che comprendono provocazioni, attentati, progetti golpisti, mobilitazioni di piazza. Non sarebbe la prima volta.


Per ora tutti i sondaggi, realizzati da società venezuelane o statunitensi, danno ai «No» alla revoca una maggioranza schiacciante: potrebbe essere del 60% o addirittura andare oltre il 70%, sui 14 milioni di venezuelani che si prevede andranno alle urne. Quindi, Chavez dovrebbe essere confermato a Palacio di Miraflores fino al 2006. La prospettiva risulta terrificante per l’opposizione e inquietante per Washington, sempre più preoccupata di rimettere le mani sul petrolio venezuelano, soprattutto dopo il disastro iracheno.


" Cade, cade", ripete la gente ben vestita, le signore eleganti e i giovani muscolosi che s’incontrano nei dintroni di Plaza Altamira, la roccaforte dell’opposizione. «E se non cade col voto, cadrà comunque», dichiara sicuro qualcuno. È difficile capire cosa nasconde quel «comunque». È inimmaginabile un secondo tentativo di golpe contro Chavez come quello dell’aprile di due anni fa, che non solo si rivelò un boomerang e risultò un trionfo per il presidente (riportato al potere a furor di popolo), ma che servì anche a stanare i generali golpisti legati all’opposizione.


Dopo il conseguente repulisti, l’esercito sembra ancora stare dalla parte del presidente. D’altronde l’idea di un attentato a Chavez, che sarebbe catastrofico per la «rivoluzione bolivariana» visto il suo carisma, si scontra con un apparato di sicurezza dell’esercito e della polizia politica che appare insuperabile. Più ragionevole invece un golpe mediatico nelle ultime ore della domenica, a voto sostanzialmente deciso, fatto dalla parte presumibilmente perdente, con una strategia che potrebbe andare dalle denunce di brogli ai blocchi stradali, fino alle bombe e ai cecchini sui tetti, e con la speranza di un’internazionalizzazione della crisi. Fonti chaviste parlano di 200 chili di plastico C-4 spariti giorni fa nella base militare di Puerto Cabello.


Gli oppositori dicono di temere arresti di massa. Intanto, negli ultimi giorni, la campagna elettorale per il «Sì» nel cerchio giallo e blu, e per il «No» nella nuvoletta rossa, procede sempre più nervosa. Gli slogan si differenziano di poco: parlano di democrazia, dignità nazionale, sicurezza, lavoro, famiglia. Ovviamente oguno li intende a suo modo. Quello che per i seguaci del presidente è sinonimo di «democrazia» per gli oppositori è «dittatura». Se per i primi la «dignità nazionale» significa liberarsi dall’oppressione degli Usa, per i secondi vuol dire tagliare i ponti con la Cuba di Fidel Castro. Da una sensazione evidente - i ricchi stanno da una parte, i poveri dall’altra - dovrebbe scaturire una vittoria sicura per Chavez, visto che i poveri che sono stati beneficiati dalle sue riforme sono quattro volte di più dei ricchi. Ma la storia insegna a non essere meccanici.


Sono molti in Venezuela a ricordare la sorprendente sconfitta dei sandinisti nelle elezioni del 1990 in Nicaragua, complici le minacce del vicino impero statunitense e la paura diffusa di un futuro incerto per tutti, nel caso ci si fosse azzardati a contrastarlo. «Noi abbiamo un’altra cultura politica», tenta di rassicurare un militante bolivariano, mentre un altro ricorda orgoglioso che il Venezuela ha il petrolio: «Devono tutti fare i conti con noi». Secondo un documento del Dipartimento di Stato americano reso pubblico dalla Reuters, gli Usa sarebbero disposti a collaborare con Chavez «nel caso di una sua vittoria pulita e controllabile dagli osservatori internazionali». Scenario idilliaco al quale, al momento, nessuno sembra dare molto credito.

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