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Cile: Pinochet, il generale nel suo labirinto di conti

Impunito, grazie alla «demenza senile», per gli omicidi e le torture commessi durante la sua dittatura, potrebbe cadere su una storia di depositi segreti nelle banche Usa
26 agosto 2004 - Maurizio Matteuzzi
Fonte: Il Manifesto

Fra 50 e 100 milioni di dollari è valutato il suo patrimonio. Ma il suo stipendio era di 6 mila dollari al mese. Gli oscuri rapporti con la più famosa e discussa banca di Washington
Assassino e ladro La sua immagine di dittatore duro ma puro è in pezzi. I conti segreti all'estero e l'arricchimento illecito per lui sono peggio dei crimini contro l'umanità

IIl generale Augusto Pinochet farà la fine di Al Capone, che fu incastrato, in ultimo, solo per evasione fiscale? Il gangster cileno l'ha sempre fatta franca, finora, per i reati più abietti - crimini contro l'umanità, genocidio, torture, i 3-4 mila desaparecidos che si è lasciato alle spalle - ma potrebbe cadere anche lui per frode fiscale, malversazione di fondi pubblici, arricchimento illecito e corruzione.
Reati «minori» rispetto a quelli per cui il mondo civile lo esecra e lui invece si vanta. Ma reati devastanti, e al limite peggiori, per la sua immagine e quella dei suoi fans in Cile e nel mondo. Che se ormai sono pochi, fino a non molto tempo fa erano tanti e ne avevano fatto il simbolo del militare duro e puro, magari anche assassino ma integerrimo e incorruttibile.
In Cile, per l'occasione, hanno tirato fuori dagli archivi un vecchio ritaglio di giornale. Era il 13 settembre del `75, due anni dopo il golpe contro Allende, e quel giorno il giornale Las Ultimas Noticias riportò questa frase virgolettata di Pinochet: «Questo è un governo onorevole. E' per questo che il popolo cileno ci appoggia. E quando io me ne andrò, passerò dall'amministrazione e ritirerò la busta con i miei averi e nulla più. E potrebbe anche essere che me ne andrò con meno di quello che avevo quando sono entrato in carica».
In fin dei conti anche Pinochet potrebbe essere una vittima accidentale di quella «guerra al terrorismo» in nome della quale si macchiò delle peggiori nefandezze.
E' stato grazie al Patriot Act seguito all'11 settembre 2001 che un sottocomitato del senato Usa, incaricato di andare a caccia del denaro «sporco» sovente usato dalle reti terroriste, è andato a sfrugugliare i movimenti finanziari più che sospetti di una famosa banca di Washington, la Riggs Bank, e ha finito per scoprire gli scheletri (questa volta solo finanziari) del vecchio generale cileno.
Scheletri, sotto forma di conti correnti segreti, racchiusi in un rapporto di 119 pagine reso pubblico mercoledì 14 luglio, in cui il Senate Subcommettee on Investigations indagava se la Riggs avesse violato le leggi federali degli Stati uniti che proibiscono alle banche di accettare denaro «sporco» o sospetto da esponenti di governi stranieri. Il rapporto accusa la Riggs «di avere aperto conti e avere accettato milioni di dollari in deposito da Mr.Pinochet senza nessuna seria indagine sulla provenienza».
Un bel giro d'affari
Si tratta di almeno 6 conti personali e familiari, attivi fra il 1994 e il 2002, del valore fra i 4 e gli 8 milioni di dollari. Non solo. Oltre ai conti nelle sedi di Washington e di Londra, la Riggs ha anche consigliato e consentito a Pinochet di aprirne altri due nel paradiso fiscale delle Bahamas, creando compagnie-fantasma off-shore dai nomi fantasiosi - la Ashburton Company Ltd e la Altrhorp Investments Co. Ltd. -, senza uffici e senza impiegati, che figuravano come proprietarie nominali dei conti e dei depositi del generale Pinochet e della sua signora Lucia.
I traffici di Pinochet con la banca Riggs datavano dal `94, quando il generale non era più presidente ma ancora comandante in capo, seppur decrepito, dell'esercito con cui teneva sotto tiro il paese e suo il governo civile a sovranità limitata. Cosa c'era di meglio e più sicuro della Riggs Bank, la banca più antica di Washington, quella in cui tenevano conti e depositi più di cento ambasciate straniere?
La stessa disinvoltura la Riggs l'aveva mostrata nel garantire la provenienza dei fondi di Pinochet. Lui assicurava che venivano da compensi «per conferenze» e da «buoni investimenti in Borsa», la banca la spiegava con «la ricchezza familiare e la posizione di alta remunerazione nel settore pubblico per molti anni» stimando il suo «patrimonio netto» fra i 50 e i 100 milioni di dollari (non male a fronte di uno stipendio ufficiale di 6-7 mila dollari al mese). Nel 2000 il totale dei depositi del generale era il quarto maggiore fra i clienti privati esteri della Riggs. Quando il 3 marzo di quell'anno Pinochet, anziché finire a Madrid per rispondere dei reati di genocidio e tortura, potè ritornare da Londra a Santiago, in quanto ufficialmente affetto da «demenza senile», la banca gli trasferì immediatamente 1.9 milioni di dollari.I rapporti d'affari fra Pinochet e la Riggs si chiusero solo nell'agosto 2002 dopo che il Dipartimento del tesoro Usa scoprì l'esistenza dei depositi e le sospette manovre intorno ad essi.
Si era ormai in piena «guerra al terrorismo» e nel clima del Patriot Act anche le banche Usa dovevano fare un po' più di attenzione. Erano già state colte più volte con le mani nel sacco, negli anni recenti. Nel `99 lo stesso sottocomitato del senato aveva criticato la Citibank per avere accettato depositi per 120 milioni di dollari più che sospetti da Raul Salinas de Gortari, l'impresentabile fratello dell'ex-presidente messicano, nonostante fosse accusato di reati che andavano dal narco-traffico all'omicidio (come mandante). Nel 2001 si era scoperto che Vladimiro Montesinos, il tenebroso rasputin dell'ex presidente peruviano Alberto Fujimori (scappato in Giappone l'anno prima) e responsabile di ogni sorta di nequizie, aveva depositi per almeno 38 milioni di dollari nella Pacific Credit Cor. di Miami. Di lì a poco, nel 2003, sarebbe venuto fuori che l'ex presidente del Nicaragua, Arnoldo Aleman (ora in galera per corruzione a Managua) aveva un deposito di un milione di dollari nella Terrabank di Miami (e altre decine nella banche di Panama).
Se la Riggs è uscita di scena (per coincidenza è stata venduta per 779 milioni di dollari lo stesso giorno della pubblicazione del rapporto), Pinochet sulla scena è di nuovo balzato rumorosamente. Un ritorno di fiamma di cui in molti, non solo lui e i suoi, avrebbero fatto volentieri a meno. Ma che ha riaperto la porta alla possibilità di vederlo finire sotto processo, prima che il tempo faccia il suo corso (ha 88 anni).
In Cile le reazioni sono state diverse: di speranza, di fastidio, di imbarazzo. Speranza in quella parte di Cile che non si rassegna all'impunità e vuole che paghi per i crimini commessi. Fastidio nel governo del presidente socialista Ricardo Lagos e della coalizione di centro-sinistra. Imbarazzo nella destra cilena che si richiama, anche se sempre meno, al pinochettismo (il sindaco di Santiago, Jaquin Lavin, è in corsa per le presidenziali del 2005), e anche fra i militari («E' un problema personale», dice il Consiglio dei generali della riserva).
Appena avuta notizia del rapporto Usa, due avvocati di sinistra - Carmen Hertz, vedova di uno dei 75 assassinati della «carovana della morte» di cui Pinochet fu il mandante, e Alfonso Insulza - hanno presentato una denuncia contro di lui. Sulla base di un semplice assunto: come può essere «demente» e quindi sottrarsi alla giustizia, se almeno fino al 2002 era in grado di decidere di persona transazioni finanziarie di quella portata?
Dopo il suo ritorno in Cile da Londra, Pinochet è stato indagato e perseguito per alcuni dei suoi innumerevoli crimini. Ma per due volte, l'ultima nel 2002, la Corte suprema lo ha salvato con il pretesto della «demenza senile». Il 28 maggio però, a sorpresa, la Corte d'appello di Santiago ha riaperto i giochi togliendogli l'impunità rispetto al suo ruolo nel piano di stermino noto come il Plan Condor. Adesso si vedrà se la Corte suprema, che dovrebbe pronunciarsi forse oggi stesso, tornerà a dichiarare chiuso il caso oppure se l'aria è cambiata.
La reazione della famiglia è stata scomposta. Prima la moglie e i cinque figli hanno sostenuto che si trattava di «pure menzogne» e di «persecuzione politica». Poi si sono rifugiati sui «risparmi ed economie personali», ovvero sugli «apporti» di amici in Cile e all'estero nell'88 prima, quando Pinochet perse il referendum e quindi si sarebbe ritrovato esposto «alle vendette politiche dei suoi nemici», e nel `98 poi, quando fu arrestato a Londra e la destra internazionale si mobilitò in suo favore. Fra moglie e figli le hanno sparate così grosse che è dovuto intervenire l'avvocato difensore Pablo Rodriguez - ex leader del gruppo fascista Patria y Libertad - a ordinare alla famiglia di tacere.
Il presidente Lagos avrebbe fatto di tutto perché Pinochet fosse stato lasciato al suo destino. Eletto nel `99, il nuovo caso Pinochet gli è scoppiato fra le mani proprio quando, il 19 luglio, era atteso da Bush a Washington per una visita ufficiale definita quasi «trionfale». L'economia cilena cresce a ritmo robusto e nel gennaio scorso è entrato in vigore l'accordo di libero scambio bilaterale con cui gli Usa hanno voluto mostrare il loro gradimento al Cile. L'improvvisa riesumazione del vecchio cadavere politico gli ha scombussolato le carte.
Il giudice Muñoz indaga
L'inchiesta sui conti segreti di Pinochet è stata assegnata a un giudice, Sergio Muñoz, di grande prestigio, e ha dovuto attivarsi anche il Consejo de Defensa del Estado, un organismo statale autonomo che vigila sul buon uso delle risorse pubbliche. Il giudice Muñoz ha avviato indagini a tappeto. Ha chiesto notizie sul «patrimonio netto» e il rendiconto di ogni movimento di Borsa della famiglia Pinochet dal `73 al 2004, ha ricevuto 4000 documenti da Washington. E non ha perso l'occasione per riprendere in vecchio caso sepolto per carità di patria: i «Pino-cheques». Fu nell'89 quando l'incorreggibile figlio Augusto jr. «vendette» all'esercito cileno un'impresa fabbricante armi - la Valmoval - che però era fallita, in cambio di 3 milioni di dollari in (Pino)-assegni. Nel `93, con il democristiano Patricio Aylwin presidente, il caso uscì timidamente alla luce pubblica e allora intervenne papà Augusto sn. nella sua qualità di capo dell'esercito e mandò le truppe speciali in strada perché chi doveva capire capisse. Capirono, e nel '95 il presidente democristiano Eduardo Frei ordinò alla giustizia la chiusura del caso Pino-cheques: «ragioni di Stato».
Riscontri e carte avrebbero permesso al giudice Muñoz di accertare l'esistenza di almeno altri 5 conti segreti di Pinochet & famiglia in altre 4 banche statunitensi. A fine luglio tutto il clan era sotto inchiesta: Pinochet (che il giudice è andato poi a interrogare il 6 agosto) la signora Lucia Hiriart (che è stata sentita ai primi di agosto), i loro 5 figli (il maggiore, Augusto, è stato anche arrestato il 29 luglio sotto l'accusa di frode e truffa per un traffico di auto rubate), i generi, i nipoti. In totale 38 familiari di Pinochet e 29 società a loro vincolate.
Come demente Pinochet dimostra di essere molto lucido a far di conto. La sua immagine di assassino duro ma puro è andata in pezzi. Al suo posto quella di un dittatore assassino e ladrone come l'infinità dei suoi colleghi delle repubbliche bananere dell'America latina

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