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11 settembre 1973 - 2004

Cile: Pinochet, torna l'impunità

In occasione dell'11 settembre cileno, 31 anni dopo il golpe, accolta la richiesta di ricusazione del giudice Guzman che si apprestava a interrogarlo sul Plan Condor
11 settembre 2004 - Maurizio Matteuzzi
Fonte: Il Manifesto


Sembrava troppo bello. Dopo la sentenza della Corte suprema cilena del 26 agosto che (ri)toglieva la immunità al generale Pinochet la strada pareva (ri)aprirsi verso la giustizia, sia pur tardiva. La decisione della Corte autorizzava il degno giudice Juan Guzman, che dal 2000 sta ostinatamente cercando di mandarlo sotto processo per alcuni dell'infinità di crimini di cui è responsabile, a portare avanti il caso sul suo ruolo (decisivo) nel Plan Condor, l'operazione di sterminio che, negli anni `70, le dittature latino (e filo) americane misero in piedi per sterminare gli oppositori in qualunque paese di trovassero: un piano che vide la luce, sotto l'impulso del generale Pinochet ancor fresco del sangue di Allende che convocò a Santiago i suoi compari sul finire del '74. Era su questo suo ruolo propulsivo che il giudice Guzman voleva interrogare Pinochet. L'appuntamento, dopo il via libera della Corte, era fissato per le 11 di giovedì scorso in una delle tante residenze che il vecchio mascalzone possiede - grazie alle ruberie di cui solo di recente si sono trovare conferme con i suoi conti segreti all'estero -: quella di La Dehesa del barrio altolocato di Vitacura a Santiago.

Ma l'appuntamento è saltato perchê martedì la difesa di Pinochet ha presentato un ricorso di ricusazione del giudice Guzman - accusato di «animosità» pregiudiziale nei confronti dell'imputato - davanti alla Corte d'appello di Santiago. Mercoledì la Corte, «ad ampia maggioranza», ha giudicato «ricevibile» il ricorso e ha, di fatto, sospeso il giudice naturale dal caso. Il ricorso si fondava sulle dichiarazioni rilasciate da Guzman dopo l'ennesimo tentativo di fermare il corso della giustizia da parte di Pablo Rodriguez Grez, l'avvocato difensore di Pinochet che è anche l'antico capo di Patria y Libertad, il gruppo fascista e terrorista attivissimo (al solo dell'amministrazione Usa Nixon-Kissinger) durante i tre anni della Unidad Popular di Salvador Allende ( fu Patria y Libertad che assassinò il generale René Schneider, comaandante in capo dell'esercito, nel `70). Rodriguez Grez aveva ribadito la solita litania che Pinochet «è troppo malato per essere interrogato e che l'interrogatorio potrebbe essergli fatale» aggiungendo che Guzman «non ha cuore e i suoi metosi sono simili a quelli della Gestapo». Guzman aveva reagito definendo «un'ostruzione alla giustizia» le mosse dei difensori di Pinochet e affermando che non avrebbe tollerato «la campagna di diffamazione» nei suoi confronti da parte di «un fascista recalcitrante» come Rodriguez Grez. Tanto è bastato perché scattasse la «sospensione» da parte della Corte d'appello. Una decisione che gli avvocati dell'accusa hanno definito «inaudita, ridicola e assurda».

Giovedì mattina alle 10 la giudice Gabriela Perez che surroga Guzman in attesa di sapere se potrà riprendere in mano il caso o se la sospensione sarà definitva, ha acquisito i 20 fascicoli dell'istruttoria. Ma era troppo tardi per poter andare a chiedere conto al generale nell'interrogatorio previsto per un'ora dopo.

Tutto è rimandato. Forse per sempre. Di certo in attesa che la natura faccia il suo corso e il suo dio si prenda cura del vecchio macellaio che ha 88 anni malportati. Anche se si dimostra ancora lucidissimo quando si tratta di far di conto con i suoi milioni di dollari depositati nelle banche Usa o inglesi o nei paradisi fiscali delle Bahamas (per cui lo sta perseguendo un altro giudice), o quando si tratta di dare interviste come quella del novembre 2003 a una tv anti-castrista di Miami in cui disse che lui era un angelo e i suoi nemici del `73 dei diavoli da sterminare come lui li sterminò e tornerebbe a sterminare se potesse.

Tranne che i familiari delle migliaia di vittime di Pinochet in Cile e coloro che si occupano nel mondo di diritti umani non a senso unico, sono pochi quelli che spingono per vedere Pinochet sotto processo. In Cile è ormai partita la campagna elettorale per le presidenziali del 2005 e né la destra del sindaco di Santiago Joaquin Lavin, antico (ex) pinochettista di ferro, né il centro-sinistra (democristiani-socialisti) del presidente Ricardo Lagos (un socialista che più light non si può) vogliono ritrovarsi fra i piedi un processo contro il cadavere politico Pinochet che riaccenderebbe passioni ormai sopite dal tempo e (in superficie) superate dal contesto storico. E' evidente che esiste una sorta di patto tacito fra tutte le parti in causa dell'establishment politico perché sia la natura a risolvere il caso di Pinochet. «La giustizia è lenta. Questi processi sono giusto all'inizio. Noi siamo tutti mortali e niente si risolverà prima che il generale muoia», è lo sconsolato commento di Gustavo Cuevas, decano della facoltà di diritto alla Universidad Mayor di Santiago.

Ma oggi, a 31 anni dal golpe, mentre per le strade di Santiago scenderanno ancora una volta quelli che chiedono una giustizia terrena prima di quella divina, Pinochet se la sua «demenza senile» gli concederà qualche attimo di lucidità si sentirà solo. Fellone, torturatore e assassino e adesso volgare ladrone. Anche se impunito.

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