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La società argentina in movimento

Intervista all'autore di 'Genealogia della rivolta', un libro importante che ripercorrere il variegato arcobaleno della societa' argentina in movimento.
17 settembre 2004 - Nicolas Martino
Intervista all'autore di "Genealogia della rivolta" (Luca Sossella editore, pagg. 240, 14 euro), un libro importante che ripercorrere il variegato arcobaleno della società argentina in movimento: madri e figli dei desaparecidos, giovani e piqueteros, sono i nuovi protagonisti della scena politica che il 19 e 20 dicembre del 2001 diedero vita all'Argentinazo, rivolta che costrinse alle dimissioni il presidente De La Rúa e mise radicalmente in crisi, rifiutandolo, il concetto di rappresentanza.

I movimenti sociali di tutto il mondo stanno cercando di elaborare una nuova grammatica della politica a partire dai desideri, dalle passioni e dalla prassi quotidiana, per poi scrivere insieme un dizionario politico post-leviatanico che sostituisca quello moderno, pieno di lemmi ormai privi di significato. In questo compito sono impegnati anche i movimenti argentini che il 19 e 20 dicembre del 2001 diedero vita all'Argentinazo, rivolta che costrinse alle dimissioni il presidente De La Rúa e mise radicalmente in crisi, rifiutandolo, il concetto di rappresentanza. A ripercorrere il variegato arcobaleno della società argentina in movimento è ora Raúl Zibechi, giornalista e docente nella Multiversidad Franciscana de America Latina, in un libro intitolato "Genealogia della rivolta" (Luca Sossella editore, pagg. 240, 14 euro). Madri e figli dei desaparecidos, giovani e piqueteros, sono i nuovi protagonisti della scena politica dalla quale sta emergendo un nuovo tipo di militante (parola quanto mai inadeguata nella sua radice!) che non impara più l'arte della guerra, com'è sempre stato nella tradizione socialdemocratica e comunista, e coltiva invece un'attitudine più leggera, simile a quella di un giardiniere che non pretende di cambiare la natura violentandola, ma si limita ad "accompagnare" la crescita dei nuovi germogli sociali, a "innaffiare" e a "eliminare le erbacce". A Zibechi infatti non interessa il "Che fare?" convinto, da buon aristotelico di sinistra, che, come ogni materia, anche il magma caotico delle moltitudini scaturirà da sé la propria forma. Gli ho rivolto alcune domande.

Nel libro insisti molto sul ruolo decisivo che hanno avuto le Madres de Plaza de Mayo per la formazione dei nuovi movimenti sociali. Si potrebbe parlare di un "divenire donna" della politica?

Per come la vedo io il ruolo di Madres ha un senso più complesso. A appena un anno di distanza dal colpo di Stato e proprio mentre si stava perpetrando il genocidio, quel gruppo di donne è stato capace di scontrarsi apertamente con la dittatura e di aprire uno spazio di resistenza fisica e sociale. Lo hanno fatto con un'attitudine "infrapolitica", per utilizzare un'espressione di J. Scott, facendo leva sulla propria condizione di madri, utilizzando simboli come il pannolino (si tratta di un fazzoletto che le donne portano in testa e che rappresenta simbolicamente il pannolino dei loro figli desaparecidos. N.d.R.) apparentemente molto semplici e finanche naïf. Hanno utilizzato simboli "deboli" per un'azione molto forte. Per prime hanno rotto l'assedio militare e per prime si sono poste fuori dal gioco politico tradizionale lanciando una sfida etica molto importante che le allontanava decisamente dalla logica strumentale della politica istituzionale. Esiste anche un altro aspetto: sono loro il filo rosso che permette di congiungere passato e presente, perché sono state loro, durante il menemismo, a insistere molto su una lettura del genocidio come strumento scelto dalle élites per imporre la politica neoliberista e a partire dal 1996 questa idea si è radicata irrevocabilmente in fasce molto ampie della società argentina. E infine sono state loro, con l'esempio, a educare un'intera generazione di militanti, com'era successo negli anni '60 e '70 con il Che. Hanno trasmesso un'idea fondamentale: se noi che siamo donne, vecchie e ignoranti ? hanno detto ? possiamo sfidare i potenti, allora tutti possono farlo. Il loro esempio è stato determinante per le centinaia di migliaia di persone che hanno dato vita alle giornate del 19 e 20 dicembre.

La logica moderna del potere è fondata sull'autodisciplinamento delle passioni e sull'interiorizzazione della violenza. Che ruolo hanno dimensione passionale e violenza nei movimenti argentini e in particolare fra i giovani e i piqueteros?

La passione è una dimensione fondamentale per comprendere la politica argentina. Nei movimenti giovanili è il cuore stesso dell'attività politica, e questo vale anche per i piqueteros (www.piquetesocialista.org). Non dimentichiamoci che il movimento piquetero è costituito per un ottanta per cento da donne e giovani e la loro la presenza, tanto nei picchetti come nelle assemblee, ha femminilizzato e ringiovanito i movimenti, conferendogli quello stile così particolare che hanno oggi buona parte delle lotte sociali del continente. La politica istituzionale è sempre stata una macchina di disciplinamento delle passioni e in questo senso il ciclo di proteste argentine può essere letto come uno scatenamento "passionale" che ha spazzato via tutte le istanze disciplinari già messe in crisi da alcune rotture decisive: la dissoluzione della famiglia patriarcale nei quartieri più poveri, l'incapacità delle istituzioni tradizionali di integrare una generazione di giovani scolarizzati che hanno ormai un peso sociale e culturale determinante. Ma per poter mettere a fuoco tutto questo è necessario distogliere lo sguardo dallo scenario istituzionale e concentrarsi sull'osservazione della vita quotidiana.

Ciò che stanno costruendo le reti comunitarie in Argentina è un repubblicanesimo delle moltitudini centrato sull'autonomia. Qual' è in questa prospettiva il ruolo dell'autoproduzione?

Inizialmente l'autoproduzione è un modo di rispondere ai problemi della sopravvivenza quotidiana, ma col tempo inizia ad essere la costruzione di un mondo nuovo. Le panetterie comunitarie dei piqueteros iniziano a coordinarsi con la produzione delle fabbriche recuperate (fabbriche chiuse dai padroni e rimesse in produzione dall'autogestione operaia. N.d.R), con le assemblee che si offrono di distribuire i prodotti e con le reti del baratto. In mezzo all'estrema povertà va prendendo forma un tessuto sociale fondato sulla solidarietà e l'aiuto reciproco piuttosto che sul profitto. Non voglio certo sostenere che l'autonomia sorga spontaneamente da queste iniziative, è appena una possibilità che si sta costruendo in maniera diretta a partire dalla base. Le recenti iniziative degli zapatisti coi loro municipi autonomi e le loro Giunte del Buon Governo, saranno un riferimento obbligato (www.carta.org/campagne/diritti/chiapas/030628tredici_sei.htm).

Mi sembra che i nuovi movimenti dei quali ti occupi operino in una dimensione "spaziale" più che "temporale". Sei d'accordo?

Totalmente. Una delle caratteristiche principali dei nuovi movimenti latinoamericani è la territorializzazione. In qualche modo si tratta di una risposta alla fuga del capitale che chiude le fabbriche e le trasferisce in regioni che non hanno tradizione né memoria della conflittualità operaia. In questo processo i primi ad indicare la via sono stati i movimenti indigeni e i sem terra del Brasile, ma ora sono determinanti anche i piqueteros e le assemblee. D'altra parte il territorio, la dimensione spaziale a cui fai riferimento, permette alle persone che partecipano ai movimenti di stabilire relazioni di tipo integrale. Non solo più relazioni corporative come nei sindacati, o di carattere economico, ma relazioni che abbracciano tutti gli aspetti della vita: la produzione, la distribuzione ecc? E possono farlo proprio nello stesso modo in cui lo fanno i giovani all'interno del loro gruppo di amici e le donne lì dove non vi siano più famiglie nucleari e patriarcali, ossia in maniera orizzontale. L'orizzontalità che riscontriamo in alcuni movimenti non è il risultato di un'opzione ideologica, ma piuttosto una forma legata alle esperienze individuali e collettive che quelle persone maturano nella loro vita quotidiana.

Rifiuti decisamente una lettura spontaneista dell'Argentinazo. Perché?

Il termine spontaneismo è compromesso perché si utilizza come aggettivo per sminuire tutto ciò che non è organizzato, ovvero controllato e disciplinato dallo Stato. Preferisco usare altri termini come informale, sotterraneo e anche quello di "infrapolitica". Al di là dell'azione sindacale istituzionale, la storia del movimento operaio è costellata da una molteplicità di ribellioni nelle fabbriche contro l'ordine e la disciplina. Questa "guerriglia", come dice A. Gorz, è stata quella che a mio avviso ha fatto entrare in crisi il modello fordista, molto più dell'azione sindacale. D'altra parte dobbiamo riconoscere che ogni essere umano è inserito in un qualche tipo di organizzazione e l'insurrezione del 19 e 20 dicembre si può comprendere solo, come buona parte delle lotte sociali, tenendo presenti quelle reti, e qui seguo nuovamente Scott, nelle quali le persone, al riparo dallo sguardo del potere, poterono sperimentare a lungo comportamenti alternativi che poi amplificarono sulla scena pubblica. Quando i giovani si scontrarono con la polizia nei dintorni di Plaza de Mayo seppero come affrontare la situazione, perché lo avevano già fatto migliaia di volte negli stadi e nei concerti rock.

Sono passati due anni dall' Argentinazo. Quale è la situazione dei movimenti e quanta forza continua ad avere la parola d'ordine Que se vayan todos?

Il valore del Que se vayan todos consiste nell'essere stato pronunciato, come accadde per il motto trinitario Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Credo che sia servito come detonatore della creatività della gente. Attualmente i movimenti sono forse meno visibili perché attraversano una fase nuova, molto importante, di consolidamento interno. Questo processo non darà luogo, a breve scadenza, a manifestazioni importanti, ma sarà fondamentale per i prossimi anni. Il mio sguardo è stato "educato" dai movimenti indigenisti e da quelli delle donne che fanno dei tempi della crescita interiore la chiave di volta per continuare a esistere e per tornare a occupare la scena pubblica. E soprattutto è proprio in quella interiorità, nascosta all'occhio del potere, che si forgiano i cambiamenti sociali più duraturi.

Note:

Raúl Zibechi è nato nel 1952 a Montevideo. Ha iniziato la carriera giornalistica nel 1985 in Spagna. Tra il 1987 e il 1991 ha percorso il Perù, l'Ecuador e la Colombia, dove ha intrattenuto rapporti con le comunità indigene locali. Dal 1992 vive a Montevideo dove è capo redattore Esteri del settimanale Brecha e docente della Multiversidad franciscana de America Latina in Uruguay. Collaboratore del settimanale italiano Carta (www.carta.org), recentemente ha vinto il prestigioso premio José Martí per il giornalismo. Ha pubblicato, in italiano, Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista in Chiapas (Eleuthera, Milano 1998) e Zapatisti e sem terra. Movimenti sociali ed insorgenza indigena (Zero in condotta, Milano 2001). Questo suo ultimo libro pubblicato da Luca Sossella (www.lucasossellaeditore.it) indaga, da un punto di vista interno ai movimenti, le cause e le dinamiche sociali che sono sfociate in uno degli accadimenti politico-sociali più originali della storia dell'America Latina, che ha provocato non solo la caduta di due presidenti, ma anche l'inizio della fine del modello neoliberista.

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