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    America latina: il cambiamento e' incontenibile

    In un sol giorno, il 31 ottobre, quattro elezioni in altrettanti paesi del Sudamerica: Uruguay, Venezuela, Cile e Brasile, ratificarono ancora un volta che sta avanzando irreversibilmente un cambiamento profondo nel continente
    6 novembre 2004 - Antonio Peredo Leigue (trad. M. Di Terlizzi)
    Fonte: ALAI, América Latina en Movimiento

    In un solo giorno, domenica 31 ottobre, quattro votazioni effettuate in
    altrettanti paesi del Sudamerica, hanno ratificato qualcosa che sta avanzando in maniera irreversibile in questo continente: il cambiamento.
    Uruguay, Venezuela, Cile e Brasile, nonostante tutte le differenze che ci sono
    fra le singole situazioni, hanno mostrato un'inevitabile volontà popolare di
    cambiare il modello che ci ha oppresso per più di due decenni.

    Neoliberismo in azione
    Intorno al 1980, i paesi sviluppati erano pronti ad accelerare il processo di
    assorbimento delle economie arretrate e dipendenti. Gli Stati Uniti si
    affrettavano a porre fine alle dittature militari che si manifestavano in questo continente durante i due decenni precedenti.
    "Adeguamento strutturale", "economia di mercato", "globalizzazione", entrarono
    nella terminologia dei governi per rappresentare la strategia che avrebbe
    dominato il nostro mondo (quello dei paesi poveri) a beneficio dell'altro mondo
    (quello dei paesi ricchi).
    In Bolivia, in quegli anni '80, l'industria mineraria era la più importante
    fonte di entrate del paese; il petrolio copriva il fabbisogno interno ed il gas
    si esportava in Argentina; da due anni, il FMI e la BM insistevano per una
    profonda revisione dell'economia nazionale, però eravamo ancora proprietari
    delle risorse naturali e guardavamo al futuro con fiducia; un dollaro valeva 20
    pesos boliviani, che erano sufficienti a pagare quattro biglietti dell'autobus,
    un quotidiano, un pacchetto di sigarette e qualcos'altro. Ma, come lato oscuro,
    dovevamo ancora passare per la dittatura di García Meza.
    Abbiamo dovuto superare il periodo nefasto di tale regime e successivamente
    pagare i costi del "Banzerato" fra il 1982 ed il 1985, nei quali l'inflazione ci tolse persino la voglia di vivere. Incalzati dalla svalutazione della nostra moneta, che trasportavamo in pacchi enormi, abbiamo dato il voto alla destra, rassegnati a sopportarla per fermare il disastro economico. Pensavamo che la forza della classe operaia avrebbe impedito gli abusi.
    Però non fu così. Il 21060 (numero del "decreto supremo" con il quale iniziò il
    neoliberalismo ed è il nome che il popolo diede a tale modello) impose col ferro e col fuoco le nuove condizioni. Migliaia di lavoratori furono letteralmente buttati in mezzo alla strada, scomparve la garanzia del posto di lavoro, i sindacati passarono ad una virtuale clandestinità e gli imprenditori ebbero carta bianca per licenziare ed assumere personale, importare a proprio
    piacimento, ricevere sussidi per le loro esportazioni, avere tutte le garanzie
    statali compreso l'uso a proprio beneficio delle forze della repressione.
    Dal 1985, si succedettero sei governi che entrarono in una reale concorrenza per meglio servire gli interessi del neoliberismo e della globalizzazione. Víctor Paz Estenssoro (1985-89) che impose il modello ed oliò la macchina dello Stato per accelerare la consegna delle nostre risorse; Jaime Paz Zamora (1989-93) che formalizzò i dettagli della più assoluta sottomissione a Washington; Gonzalo Sánchez de Lozada (1993-97) che inventò la forma più spietata di privatizzazione, che chiamò "capitalizzazione"; Hugo Banzer Suárez (1997-2001) che confiscò i risparmi dei lavoratori per consegnarli alle "Amministrazioni dei Fondi Pensione" (AFP); Jorge "Tuto" Quiroga (2001-02) che accontentò le multinazionali del petrolio con decreti e risoluzioni; ancora 'Goni' Sánchez (2002-03) che con molto impegno volle realizzare il grande affare delle petroliere mediante la vendita del gas naturale alla California.

    Neoliberismo sotto scacco

    Qualsiasi lettore può sostituire i paragrafi precedenti con quanto accaduto nel
    rispettivo paese. Menem qui, Fujimori là, Carlos Andrés Pérez da un lato,
    Pinochet ed i suoi successori democratici dall'altro, la storia sarà la stessa:
    riduzione dei compiti dello Stato, cessione dell'apparato produttivo,
    repressione dei movimenti popolari, spreco dell'economia nazionale, assoluta
    sottomissione alle disposizioni imperialistiche.
    Questa costante che attraversava l'America Latina con una monotonia angosciante, si rompe quando inizia il nuovo secolo. L'insorgere del poderoso movimento bolivariano in Venezuela costituisce l'avanguardia di questo processo, anche se molti abbiamo dubitato della sua portata. Quindi ci fu la spinta del movimento indigeno in Ecuador, sebbene ci siano ancora molti fallimenti. Ci fece saltare di gioia la vittoria di Lula in Brasile, con la quale ha coronato la sua lunga battaglia per portare al potere i lavoratori, pur essendo a volte lento il cammino del suo governo. Sorprese l'atteggiamento di un Kirchner, in Argentina, spiegabile soltanto con la straordinaria mobilitazione di "piqueteros", che fa sparire le impunità di Menem e le indeterminazioni di un De la Rúa.
    L'esplosione che ha vissuto la Bolivia verso la fine del 2003, cotta a fuoco
    lento dall'anno 2000, era più che una lezione: l'autore del 21060, membro
    esecutivo della politica delle cessioni e pianificatore del massacro, se ne andò in esilio a Washington per non dar conto delle proprie azioni al cospetto del popolo che ha imposto la sua volontà di cambiare la legge sugli idrocarburi e redigere una nuova Costituzione Politica dello Stato.

    Nelle strade e nelle urne

    I movimenti popolari sono stati accusati, da coloro che si credono padroni del
    potere, di essere un gruppo ridotto di sovversivi. Dal noto 'Tricky Dicky'
    Nixon, che parlò della "maggioranza silenziosa" che a quanto sembra lo
    appoggiava, all'intimorito 'Goni' Sánchez, che continua ad inventare complotti
    contro di sé, tutti sostengono che il voto dei cittadini li favorisce.
    Basterebbe la tremenda e molteplice lezione di questa domenica 31 ottobre, per
    dimostrare che è finito il tempo della globalizzazione e del neoliberismo. Non è che, d'un tratto, i popoli di questo continente abbiano scoperto che Tabaré,
    Lula, Chávez o Lagos si dividono consensi a profusione. C'è una chiara volontà
    di tagliare la strada alla destra che continua a puntare sul modello
    neoliberista. Persino al di là delle esitazioni di alcuni governi che, portati
    dal popolo su tali posizioni, temono di suscitare l'ira della potenza imperialista.
    Pure tali differenze si possono notare nel valore delle rispettive votazioni.
    Non è la stessa cosa l'indiscutibile trionfo del candidato "frenteamplista" in
    Uruguay o la schiacciante votazione bolivariana in Venezuela, dei successi nelle
    votazioni comunali in Cile e Brasile. Anche così, la volontà di cambiamento, di
    trasformazione, si è manifestata nei quattro paesi di questa regione. Tutto ciò
    ci dice, con grande chiarezza, che ancora una volta c'è speranza nel futuro.

    Note:

    http://alainet.org/active/show_news.phtml?news_id=7052

    traduzione di Marco Di Terlizzi a cura di Peacelink

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