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Brasile: Un razzismo in salsa tropicale

Il 20 novembre si è festeggiato, «La giornata della coscienza negra» per ricordare come nel paese, indicato come esempio riuscito di «democrazia razziale», un razzismo sottile pone ai margini della società ottanta milioni di «negros»
22 novembre 2004 - Roberto Francavilla
Fonte: Il Manifesto

Viva il popolo brasiliano, come il titolo di un romanzo-saga di grande successo scritto da João Ubaldo Ribeiro. Il Brasile a partire dalla deglutizione da parte di indios cannibali dei primi gesuiti fino alla decadenza della borghesia paulista di fine millennio. Ovvero la sua storia moderna, cominciata in quell'aprile del 1500 in cui la flotta portoghese era approdata per la prima volta sulle spiagge dell'allora Vera Cruz. Nel titolo del romanzo, un implicito wishful thinking, certamente condiviso. Minato, però, da un dubbio che a noi, osservatori lontani di un Brasile quasi sempre mulatto e sorridente, può appare sottile, ma che rappresenta invece, per milioni (un'ottantina, secondo le stime) di afrobrasiliani, il motivo di una lotta secolare: il dubbio che, nascoste dall'euforia creata dall'impermeabile stereotipo del paese «multiculturale» e alieno a ogni razzismo, si nascondano ben altre verità. Con vivo disappunto, il conte de Gobineau, autore del Saggio sulla disuguaglianza delle razze, aveva accolto la sua nomina ad ambasciatore francese in Brasile, terra incivile di negri e meticci. Ma erano altri tempi, e quella era la moneta corrente. Già Ortega y Gassett esegeta di Hegel definiva una bizzarra «stortura» il punto di vista del filosofo tedesco sulle Americhe: un continente non maturo, impotente, inferiore. La modernità, di fatto, attaccava quello sforzo hegeliano, schematico e a prima vista ottuso, di ridurre a una forma manicheista l'interpretazione del mondo. Eppure, più di un secolo dopo, lo sguardo che rivolgiamo al Brasile si cela ancora dietro la maschera opaca di un inossidabile paternalismo eurocentrico, intriso di vecchi e nuovi stereotipi.

Lo stereotipo, per definizione, alimenta una rappresentazione sociale tautologica dell'Altro, spesso discriminatoria. L'immagine che ne deriva confluisce in un campo semantico più vasto, non di rado ideologico, alimentato da vere e false suggestioni: l'immaginario.

Il Brasile è da sempre territorio privilegiato nella nostra personale geografia dell'esotismo. Quella fisica: la natura del gigantismo amazzonico, le foreste tropicali, le piantagioni di cacao e caffè, le città cresciute - come Rio o Salvador da Bahia - al centro di autentici paradisi terrestri. E quella umana: il trionfo del mulatto come simbolo - del tutto manipolato dalla cultura dominante, essenzialmente «bianca» - della presunta convivenza armoniosa fra popoli dalle origini distanti. Il mito della «democrazia razziale» teorizzata dall'antropologia degli anni `30: bianchi, neri e indios. Sarebbe vera, dunque, la nota affermazione secondo cui il Brasile possiede due reali grandezze: la fertilità del suolo e il talento dei meticci. Ritorna in mente l'artista Hélio Oiticica: «La nostra povera cultura universalista, basata sull'europea e sull'americana, dovrebbe rivolgersi a se stessa, cercare il proprio senso, tornare a calcare il suolo, a creare con le mani, a rivolgersi al negro, all'indio, al meticciato. Basta con l'arianesimo culturale in Brasile!». E ritorna in mente Pedro Archanjo, commovente protagonista dell'amadiano La bottega dei Miracoli, e il suo grido libertario, splendido manifesto preso in parola dai lettori di mezzo mondo e confluito nell'immaginario di cui sopra. La felicità del mulatto, l'incontro «lusotropicalista» fra bianco e nero, natura e cultura, fisicità e intelletto, valzer e batuque, religione e rito, conversazione e copula. Questa è la visione vincente. Ed è così che il Brasile funziona ancora come spazio simbolico per codificare, senza nessuna analisi previa, il famoso «multiculturalismo», labile bandiera del progressismo anni `80 dagli esiti assai felici nelle campagne pubblicitarie del prêt-à-porter: la società miscidata, sincretica. Ecco, potremmo dire che il sincretismo è diventato il paradigma prêt-à-porter con cui si spiega il postmoderno ai ragazzini: patchwork, ibridismo, mélange, mulattismo, melting pot, cross over, crossculture, mixedness, clash culture, contaminazione. Evocazioni di flussi e transiti creativi, certamente. Ma la verità?

Il sincretismo brasiliano, è bene ricordarlo, non nasce da un incontro felice. Le sue radici affondano nella violenza dell'esercizio del potere. Da milioni di esseri umani considerati animali, vittime dell'organizzazione schiavista degli imperi occidentali. La nascita del mulatto non è la gaudiosa conseguenza di un appuntamento galante. E' invece il frutto dell'attraversamento notturno, sistematico, lascivo e violento di quella terra di mezzo che è il cortile che separa la Casa Grande (la residenza padronale del fazendeiro, di origine portoghese) e la Senzala (la baracca dello schiavo): ed è il maschio bianco dominante a ingravidare a forza la schiava nera, dominata. Eppure, l'immagine consegnata allo stereotipo è quella delle «sofisticherie erotiche», come le definiva l'antropologo Gilberto Freyre, teorico - per l'appunto - del lusotropicalismo, «appetiti stimolati dall'ozio, dalla lussuria», inevitabili in un contesto determinato da rapporti di potere così definiti. Facile, dunque, catalogare la prepotente presenza corporale della negra, già «oggetto sensuale» di tanta letteratura, fra le ricchezze edeniche del paesaggio brasiliano. Donna Flor, Isaura, Rosa di Oxalá, Gabriella garofano e cannella.

I neri, in Brasile, escono dai romanzi di Jorge Amado e entrano nella società, ma dalla porta di servizio. La loro emarginazione, pur non ratificata in nessuna sede istituzionale né alimentata da un conflitto sociale «aperto» fra categorie peraltro impossibili da isolare (c'è almeno una goccia di sangue africano in ogni brasiliano, come si dice) deriva invece da un razzismo subdolo, ambiguo, alimentato dall'illusione di una mobilità sociale che presuppone lo sbianchimento progressivo dell'epidermide. Poiché, come si legge nel citato romanzo di Ribeiro «tanta gente di pura razza negra, ma davvero di pura razza negra, oggi è bianca, si è fatta una posizione».

Qualche anno fa João Jorge, presidente del movimento di aggregazione culturale baiano Olodum, affermava: «Siamo l'unica comunità al mondo che, vittima di una discriminazione, non riesce a dire, né fuori né dentro il Brasile, di essere in piena lotta! A Rio de Janeiro, a Bahia, ovunque nel paese si nota la presenza di Neri! E' per questo che il mondo intero è convinto che il Brasile sia una democrazia reale, una repubblica senza problemi...». E non basta certo il vortice del carnevale né il trionfo puntuale della seleção per scongiurare l'abiezione di una società dalle risorse incalcolabili (rappresenta la decima potenza economica mondiale) la cui popolazione risente invece delle maggiori disparità sociali, con un tasso di oltre il venti per cento di miseria più assoluta. Inutile aggiungere che la stragrande maggioranza di questa percentuale è di origine africana. Né è sufficiente l'orgoglio negro confluito in forme di resistenza culturale (dalla capoeira ai blocos afro, che spesso non accettano bianchi nelle loro fila) dove non si tende necessariamente la mano a chi non appartiene alla comunità. Segni di una negritudine contemporanea, questi, che finiscono quasi sempre per transitare nel lifestyle canonizzato da qualche rivista patinata, immediatamente fagocitati e risputati, forme estetizzanti ormai private di ogni radicalismo sovversivo.

Oggi, 20 novembre, in Brasile si celebra la «Giornata della Coscienza Negra» il cui simbolo è Zumbi, schiavo ribelle che alla fine del Seicento fondò il Quilombo di Palmares, prima repubblica libera e indipendente dell'America latina. Repubblica di negri. L'esercito ne annientò le forze, non il messaggio di resistenza, ora più che mai vivo e necessario.

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