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Dove si dirige il “nuovo “ Venezuela

5 dicembre 2004 - Aram Aharonian
Fonte: ALAI, América Latina en Movimiento

Il treno della storia è ancora fermo in Venezuela. Ma c’è anche chi, invece di salire, preferisce togliergli i sedili. La locomotiva continua ad essere rappresentata dalle persone, ciò che continua ad impedire che parta definitivamente è stato ed è ancora il sabotaggio, la corruzione, l’inefficienza, l’inefficacia. Il chavismo è una portarei. Molti sono saliti a bordo: alcuni senza sapere dove andasse, altri cercando di modificarne la rotta.

Ora si sta fermando per il rifornimento e forse altri saliranno


Anche se internamente la situazione sembrasse chiarita, è ovvio che con la annunciata rielezione di George W. Bush la politica estera degli USA per l’ America Latina non cambierà, mentre lo farà di certo la realtà latinoamericana e dei caraibi della quale Washington non si è accorta (o preferisce non farlo). Chavez non è solo. Forse nemmeno troppo in compagnia. Ma anche con la sua mancanza d’entusiasmo e le sue oscillazioni, i suoi peculiari nazionalismi, Tabaré Vázquez, Néstor Kirchner, Lula da Silva, rappresentanti di una sinistra moderata, indicano che gli USA dovranno cambiare le loro relazioni con L’ America Povera. Il trionfo sandinista, ! l’ adesione paraguaiana alla linea del sud, la crescita della sinistra in Cile confermano questa necessità. Anche la situazione in Messico deve cambiare in un paio d’anni, e invece di guardare con occhi da nordamericano forse è necessario che cominci a guardare il sud con occhi meticci.
Sembrerebbe che dopo il 31 ottobre non rimangano dubbi di alcun tipo. Le elezioni regionali si sono lasciate alle spalle una serie di cadaveri politici, soprattutto nell’ opposizione. La maggioranza del chavismo è assoluta, ma ora questo significa che deve abbandonare la linea dello scontro –in cui Hugo Chavez è un eccellente stratega- per cominciare a governare. Ma la realtà è che il clima di confronto che si è vissuto in Venezuela per anni ha fatto si che molti dei governatori e dei sindaci eletti sotto la portaerei di Chavez non siano veramente capaci di governare perché non hanno esperienza nell’amministrazione pubblica né antecedenti politici.
Gli analisti insistono sull’attinenza di vedere una delle cause dei cambiamenti: l’ astensione del 54,27%, che ha toccato i livelli del 1989 (54%) e del 1992 (53,85%). Non ce ne è stata ragione ma la cosa certa è, fra l’altro, che gli appelli del presidente Chavez per andare a votare non sono stati ascoltati da un’alta percentuale dei suoi sostenitori, circa due milioni che votarono per il No nel referendum del 15 agosto. La causa fondamentale è stata l’ imposizione di candidature da parte del cosidetto Comando Maisanta che indicò le candidature a sindaco, assegnò le quote ai partiti e ignorò le voci di disse! nso che arrivavano dalle basi. Democrazia partecipativa? Bel paradosso: in molti, moltissimi municipi candidature chapistas di base sfidavano quelle filogovernative e giocavano in favore del candidato opposto e in alcuni casi la prima si è imposta su quella indicata dall’ alto.
L’opposizione ha conservato un governatorato (Zulia) ne ha riconquistato un altro ( Nueva Esparta) e ha guadagnato 17 cariche a sindaco, fra cui quelle delle importanti città di Valencia, San Felipe y San Cristóbal. Un caso sintomatico si è verificato nello stato di Zulia, il fulcro petrolifero venezuelano, dove il No (alla uscita di scena di Chavez) ha vinto nel referendum, ma il candidato chavista ha perso contro l’attuale governatore sfidante, Manuel Rosales.
La cosa certa è che questo Venezuela è giunto nel nuovo millennio devastato da 40 anni di democrazia formale, senza quadri politici o tecnici. Il chavismo tiene i suoi migliori quadri nel governo e gli costerà molto redigere liste per le elezioni di deputati per l’Assemblea Nazionale che si realizzerà a marzo, con figure che possano rappresentare un appoggio legislativo alle proproste e piani dell’ esecutivo.

Pericolo autoritario?

La storiografa Margarita López Maya (1), professoressa presso l’ Università centrale del Venezuela è preoccupata: “ vedere che tutto il potere si trova accentrato nelle mani di un solo partito suscita sempre forti timori. Si potrebbe verificare un’ accentuazione dell’ autoritarismo. In un paese dove la debolezza istituzionale è tanto forte, e con una tendenza autoritaria visibile negli attori politici di ambo le parti, si potrebbe avere un’ accentuazione dell’ autoritarismo, della mancanza di negoziazione e confronto”.
E’ fuori da ogni dubbio che con queste elezioni regionali Chavez ha rafforzato la sua leadership e che ora dovrà dedicarsi a governare, a costruire, a istituzionalizzare la costruzione del nuovo Venezuela. Ora non avrà più scuse per fallire nella lotta contro la corruzione e la burocrazia e per una maggior efficienza nell’amministrazione. Il direttore del giornale “Ultimas Noticias”, Eleazar Díaz Rangel (2), insiste che i meccanismi di controllo sociale debbano attivarsi affinchè i cittadini abbiano una maggior partecipazione nel controllo della gestione pubblica e davanti a qualsiasi espressione di settarismo, autoritarismo o prepotenza, evita! ndo che il potere che ora il governo ha ecceda.
Secondo la classe dirigente media è necessario rafforzare le istituzioni e le organizzazioni di base affinchè i cambiamenti possano proseguire. Ora che la questione riguardo a se Chavez se ne andrà oppure o no è stata chiarita- almeno fino al 2006- sembra essere arrivato il momento di cambiare scenario e chiamare le cose col loro nome.
La polarizzazione, che secondo alcuni non è altro che l’incapacità dei dirigenti di fare politica, non scomparirà ma rimarrà silente per alcuni mesi. L’opposizione non ha saputo sfruttare al meglio i quattro milioni di voti ottenuti nel referendum: per due mesi hanno gridato alla frode, cosa, questa, smentita perfino dagli Stati Uniti, e sono finiti a sollecitare la gente a votare per loro il 31 ottobre e a ridurre a due milioni la fetta dei loro sostenitori.
Da un lato rimane un arcipelago di opposizione alla ricerca di un’ancora di salvezza nelle nuove leadership che devono sorgere dopo la batosta elettorale di vecchi dirigenti come Henrique Salas Römer, Alfredo Peña, Enrique Mendoza, che hanno diretto tutti i loro sforzi negli ultimi quattro anni- attraverso importanti appoggi esterni- a rovesciare in qualsiasi modo il governo di Chavez.
La batosta dell’opposizione ha lasciato come corollario che il governo controllasse 20 dei 22 stati in cui si sono contese le cariche di governatori e 270 delle 337 cariche di sindaco.
Indebolita, l’opposizione ha come unica alternativa di entrare nel gioco politico, che oggi è molto differente da quello del 1998.
Ci sono gruppi che sicuramente scompariranno, altri (soprattutto i più conservatori) sopravvivranno.
Bisogna ricordare che tutti i partiti nuovi sono un prodotto della antipolitica- frutto dell’ usura dei partiti tradizionali, spinti dai mezzi di comunicazione sociali e commerciali- e molti di questi continuano ad essere più delle avventure mediatiche, virtuali, che dei veri nuclei di coscienze o opinioni.
Ma dall’altra parte, si delinea una possibile opposizione dalla stessa sinistra del chavismo, ricordando che il filogovernativo Movimiento Quinta Republica non è nemmeno un partito e tanto meno possiede coerenza ideologica; è piuttosto un raggruppamento che compie brogli elettorali che di formazione di quadri.
E’ chiaro che dopo la presa di coscienza della cittadinanza da parte di migliaia di venezuelani , si è venuto a sviluppare un processo di crescita dell’organizzazione popolare che però ancora non sembra sufficiente per contenere l’autoritarismo.
Non c’è stato tempo per il rafforzamento delle organizzazioni di base e perfino per la nascita di nuovi gruppi o partiti. Vecchi militanti della sinistra sono consapevoli della necessità di preparare piattaforme dalle basi, dal basso verso l’ alto. Altri non lo sanno neppure.
All’ interno del chavismo, nelle cosidette forze del cambiamento, esistono molte correnti: alcune aspirano ad una rivoluzione socialista o meramente nazionalista –come sembrava essere il modello dello stesso Chavez- altri mirano appena a cambiamenti esteriori. Fino ad oggi gli spazi per il dibattito sono stati scarsi e la squalifica viene utilizzata addirittura prima di qualsiasi discussione. Per questo non è da scartare la possibilità di scissioni da parte della sinistra dentro il chavismo di persone che vogliono approfondire la rivoluzione, fare la rivoluzione dentro la rivoluzione, sebbene non sempre siano chiari in quello che cercano. Perfino senza ! la necessità di abbandonare la portaerei.
Il governo di Chavez potrebbe essere definito come caratterizzato da un taglio nazionale, popolare e rivoluzionario, con politiche sociali coerenti ed efficaci, che devono essere istituzionalizzate, ma con molti viavai nelle politiche economiche. E come quasi in tutto, il petrolio, la politica connessa ad esso e l’amministrazione delle enormi risorse della statale PDVSA ( Petroleos de Venezuela), sono quasi sempre al centro dei dibattiti. Soprattutto perché con un’ industria –almeno politicamente- risanata, le enormi risorse, che per più di mezzo secolo hanno alimentato i conti esterni delle élites, sono al servizio dello stato e consentono,attraverso i piani sociali, ai ceti con minori risorse, agli emarginati e agli esclusi tradizionali, di beneficiarne attraverso i piani sociali .
Il nazionalismo petrolifero del chavismo non gli impedisce di negoziare con le multinazionali.
Intanto, Chavez e la classe dirigente delle cosidette forze del cambiamento, dovranno decidere che fare con un popolo mobilizzato.

Oggi esistono in Venezuela, dall’altro lato della parte chavista, vecchi partiti spogliati di contenuto e contenente, sigle e dirigenti virtuali duramente colpiti dalla realtà e i soliti dichiaranti-querelanti, con molto poco da dire, che cominciano a sparire dai media e sono inghiottiti dall’ oblio. Enrique Mendoza e Henrique salas Romer e suo figlio perdono per la prima volta in quasi 20 anni in due importanti stati come Miranda e Carabobo. Le loro cariche, così come l’ex sindaco Alfredo Peña, gli hanno consentito di presiedere il fronte dell’opposizione negli ultimi anni. Oggi nessuno gli concede alcuna opportunità per raggiungere la presidenza nel 2006. Forse, seppur perdendo, colui che ha saputo sfruttare al meglio il suo futuro è il di! rigente socialdemocratico Claudio Fermìn, che non ha raggiunto l’ Alcaldìa Metropolitana [1] ma ha accumulato un’importante percentuale di voti che lo fanno apparire come uno dei pochi dirigenti seri dell’opposizione.

Note:

traduzione di Sara Antognoni per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando le fonti, l'autore e il traduttore

(1) Vedi l’intervista di Claudia Jardim "Sin oposición, el gobierno puede
ir hacia el autoritarismo, dice historiadora" in: www.alia2.net


(2) Vedi "Nuevo Mapa Político", nella rivista Punto Final (Cile), 12-11-04

http://alainet.org/active/show_news.phtml?news_id=7099

[1] Chiamata anche Alcaldìa Mayor de Caracas, si tratta di una carica molto importante dal momento che comprende tutta l’area metropolitana della città (N.d.T.)

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