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Impulso Continentale

L’America Latina si sposta a sinistra

7 dicembre 2004 - Laura Carlsen

Durante il suo primo viaggio all'estero dopo la rielezione, George W. Bush è stato salutato da migliaia di Cileni, che protestavano contro le sue politiche commerciali e militari e gli dicevano di tornarsene a casa.

Le proteste al meeting dell’APEC della scorsa settimana non sono state soltanto una manifestazione della storica risposta anti-Americana ad un presidente imperiale. Le dimostrazioni anti-Bush a Santiago hanno evidenziato una nuova tendenza politica in America Latina -- dove molti paesi stanno muovendosi verso il centro-sinistra, esattamente come gli Stati Uniti hanno preso una svolta tagliente verso destra.

Con tutti gli occhi puntati sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, elezioni chiave in alcuni paesi dell'America Latina sono passate quasi inosservate durante le scorse settimane. I risultati in Uruguay, Venezuela, Cile, Nicaragua e parzialmente in Brasile, hanno rivelato uno spostamento verso il centro-sinistra o un consolidamento di leadership pendenti verso sinistra.

La vittoria di Tabaré Vázquez in Uruguay è stato il primo segnale. Il Broad Front di Vazquez ha sancito la fine di 170 anni di potere politico che si era mosso avanti e indietro dall'elite rurale nel Partito Blanco all'elite urbana nel Partito Colorado. La vittoria di Vazquez non è stata una sorpresa. Il Broad Front governa Montevideo dal 1990 e i sondaggi lo davano in testa. Ma la sua vittoria ha dimostrato il costante accumulo di potere e di credibilità che la sinistra ha saputo costruire durante gli scorsi tre decenni. Il fallimento ugualmente impressionante dei due partiti conservatori di risolvere i crescenti problemi di povertà, disuguaglianza e corruzione ha inoltre contribuito con grande forza alla vittoria del Broad Front.

I guadagni riscossi dalla coalizione progressista del presidente Cileno Ricardo Lagos nelle elezioni municipali del 31 Ottobre sono state anch’esse un ulteriore segnale dei problemi che ha avuto la destra in America Latina nel mantenere o nello sviluppare forza politica. Le ultime elezioni sono state viste come un precursore delle elezioni presidenziali del 2005. Con la destra che vince soltanto il 39% del voto nelle corse per eleggere i sindaci rispetto al 45% dell'alleanza progressista, le prospettive per una vittoria progressista nel 2005 appaiono sempre più favorevoli. I due principali concorrenti per la candidatura progressista, l'ex Ministro della Difesa Michele Bachelet e l’ex Ministro per i Rapporti con l’Estero Soledad Alvear, ora appaiono ben posizionati per vincere la contesa presidenziale.

In Brasile, nelle elezioni del primo turno del 3 Ottobre, il Partito dei Lavoratori di Lula (PT) ha conquistato la maggior parte del voto e adesso governa in più città di qualunque altro partito, comprese nove capitali di stato. Ma la perdita al secondo turno del 31 Ottobre di Sao Paulo a scapito del candidato social-democratico e quella di Porto Alegre -- dopo essere stata per 16 anni una vetrina del PT e un centro del World Social Forum -- hanno mitigato qualunque conclusione che il PT abbia ricevuto un risonante voto di confidenza. Anche se la maggioranza chiaramente sostiene il centro-sinistra invece della destra, la nazione continua a vivere un esperimento politico con risultati contradditori e imprevedibili.

Per concludere, le elezioni municipali in Nicaragua hanno fornito ancora un altro segnale di una avvenuta inversione nelle maree. I Sandinisti, che il voto aveva estromesso dal governo nel 1990 e che da allora avevano ripetutamente perso nei confronti della destra, hanno dilagato durante le scorse elezioni municipali contro una destra divisa e hanno mantenuto facilmente il controllo della capitale della nazione. Il Venezuela, una nazione che in qualche maniera è affaticata dal voto continuo, ha conferito al Presidente Hugo Chávez un nuovo mandato con la vittoria di 20 su 22 governatorati, un fatto che senza dubbio infastidisce figure chiave della squadra di Bush che considerano Chávez una minaccia preminente nella regione.

No alle privatizzazioni e al libero scambio

Oltre a votare per partiti e candidati del centro-sinistra, le società dell'America Latina stanno inoltre cominciando a dimostrare in molte altre maniere il loro rifiuto dell'economia dominante. In Uruguay, gli elettori hanno rigettato qualunque possibile progetto di privatizzazione del sistema dell'acqua, mentre sforzi per organizzare dei referendum che rifiutino gli accordi del libero scambio hanno guadagnato momentum in Ecuador e in Perù. Dimostrazioni popolari contro le privatizzazioni, il libero scambio e l’intervento militare, così come lotte locali per l’autonomia e il controllo delle risorse, stanno crescendo di intensità.

Molti fattori hanno contribuito a spingere l'America Latina a sinistra. Il primo di tutti è il fallimento del modello economico neoliberale di migliorare gli standard di vita. Segnali che la pazienza si è esaurita sono diventati cosa comune – dai canti nelle strade da parte di Argentini arrabbiati inneggianti al "loro devono andarsene tutti!” fino ai crescenti movimenti cittadini contro il libero scambio. La crisi economica in Uruguay nel 2002, precipitata dalla caduta libera finanziaria nella vicina Argentina, ha svolto un ruolo fondamentale nel sancire il trionfo di Vazquez.

Un'altra ragione è che le forze del centro-sinistra hanno assunto atteggiamenti più conciliatori verso l'economia di mercato, in alcuni casi abbracciandola entusiasticamente. Le tradizionali differenze ideologiche sono state offuscate dal nuovo contesto di integrazione economica, che ora sembra inevitabile per molti Americo Latini, persino per molti della sinistra.

Contrariamente ai periodi precedenti, la maggior parte della sinistra moderna non prevede la presa d’assalto del palazzo. Vázquez chiama la sua piattaforma "la rivoluzione prudente” o "costruita sulla transizione”. Anche il FSLN si è lasciato alle spalle il suo passato radicale e ha lavorato per riparare recinti all’interno della società Nicaraguense, mentre l'alleanza progressista Cilena è risultata essere una delle maggiori voci della regione favorevole al libero scambio – con il relativo dolore di gran parte della sinistra tradizionale. I lavoratori del Brasile, il governo, nel frattempo, sta camminando come un funambolo su una corda tesa fra politiche economiche conservatrici e gli impegni presi con i propri collegi elettorali di base e con le proprie origini di sinistra.

Nondimeno, il centro-sinistra dell’America Latina condivide alcune differenze importanti con i precetti di politica estera della amministrazione Bush. Fra i comuni principi chiave sono gli impegni verso la giustizia sociale, un ruolo attivo dello stato, e la sovranità nazionale. In nome della difesa della sovranità nazionale, le forze di centro-sinistra stanno cercando di avere un maggior controllo sulle proprie risorse naturali e ora stanno confrontandosi con le multinazionali che hanno guadagnato terreno con le clausole di protezione dell’investimento e il cresciuto accesso che è scaturito dalla ristrutturazione economica neoliberale. Inoltre, la crescente propensione di Washington per l’unilateralismo e i suoi piani per la conquista dell’egemonia globale sono visti per la maggior parte come una minaccia, che stimola iniziative per una integrazione e una cooperazione regionali più indipendenti. Il governo appena eletto in Uruguay, per esempio, ha annunciato la propria intenzione di ristabilire immediatamente i propri legami con Cuba e di rimanere ben legata ai suoi principi di non-intervento e di solidarietà regionale.

Impulso continentale

Adesso l’amministrazione Bush può accettare l’intenzione dell'America Latina di sviluppare una politica maggiormente indipendente oppure può tentare di dividere il continente nelle categorie semplicistiche di "alleati incondizionati”, che favorirà, e di “nemici pericolosi”, che cercherà di insidiare.

Finora, il nuovo team di politica estera di Bush non sembra promettere nulla di buono per quanto riguarda l'itinerario del compromesso con queste istanze. Come una erudita Russa, Condoleezza Rice è stata cresciuta intellettualmente durante la Guerra Fredda e ha insistito sul recupero dell'offensiva ideologica di quell'era.

Un nuovo tipo di impulso continentale – questa volta nato su correnti politiche -- sembra distanziare il nord e il sud delle Americhe. Il governo degli Stati Uniti può scegliere di rispettare i tentativi innovatori da parte delle nazioni del sud di confrontarsi con le sfide economiche e politiche della regione, oppure può forzare le linee divisorie nord-sud affinché si allarghino. Quest’ultimo corso potrebbe rivelarsi un cataclisma.

Laura Carlsen è Direttrice del Programma delle Americhe per il Centro di Risorse Inter-emisferiche. E’ laureata in Pensiero Sociale e Istituzioni (1980) all'università di Stanford e ha conseguito un Master in Studi dell'America Latina (1986) sempre a Stanford. Ha ricevuto una borsa di studio Fulbright per studiare l'effetto della crisi economica Messicana sulle donne nel 1986 e da allora vive a Mexico City. Può essere raggiunta a: laura@irc-online.org

Note:

Tradotto da Melektro per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando le fonti, l'autore e il traduttore.

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