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I nuovi alleati del Brasile

Colloquio con José Luis Tagliaferro, giornalista e esperto di politica internazionale
15 dicembre 2004 - Fabio Germinario

Negli ultimi mesi lo scacchiere politico economico internazionale è notevolmente mutato. Nuove alleanze stanno rivoluzionando i tradizionali rapporti di forza e il Brasile di Lula sembra sempre più assumere un ruolo guida nei confronti dei paesi del Sud del mondo, mentre stringe contemporaneamente accordi con alcune potenze emergenti come Cina e India. "Musibrasil" ne parla con José Luis Tagliaferro, giornalista argentino esperto di problematiche sudamericane e già direttore del Cespi, autorevole Centro studi problemi internazionali di Milano, al quale ha chiesto come vede questo nuovo scenario. «Il quadro effettivamente è in continua, rapida evoluzione - risponde Tagliaferro -: in Sudamerica l`ultimo periodo è stato costellato da importanti manifestazioni come quella di Santiago del Cile, dove tra l`altro il forum sociale cileno ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone che hanno manifestato contro una politica economica che non pone al centro il problema della povertà, della dignità nazionale, della difesa dell`ambiente. Anche da parte dei paesi asiatici si rileva un`attenzione inedita: recentemente sono stati in Argentina i presidenti vietnamita e sud coreano. E sopra tutto quello cinese. Ci sono andati non certo per fare turismo, ma per allacciare rapporti di tipo commerciale e strategico di un certo peso. Non è dunque casuale che si siano recati a Buenos Aires».

Un segnale sintomatico della situazione che si va delineando, dunque?

«Un segnale importante non perché in questo caso si tratti dell`Argentina, ma perché tutto questo significa aprire una discussione sul Mercosul, una
discussione molto aperta. C`è molto interesse proveniente dall`esterno nei confronti della grande proposta che il 9 dicembre è partita dallo stesso luogo dove è stata combattuta esattamente centottantanni fa l`ultima grande battaglia contro l`esercito spagnolo: una sottolineatura del desiderio di libertà e di unità latinoamericana e un messaggio forte lanciato da una riunione cui hanno partecipato una decina di presidenti dei paesi latinoamericani. Ciò che di nuovo si va delineando è l`unione sudamericana che si potrà chiamare Unione del Sud o Stati Uniti del Sudamerica. Entro sei mesi si terrà una riunione meno spettacolare ma più di contenuto con tutti i paesi dell`area per formalizzare la nascita di questo nuovo organismo e proseguire sullo sviluppo di questa grande area. Una cartina geografica dell`America del Sud
a. Tutto ciò non è roba da poco, nel senso che ai quattro paesi storici del Mercosul si sono associati altri paesi del Patto andino che sono diventati una forza enorme, dal Messico al Cile al Venezuela».

Un cambiamento quasi epocale per il Sudamerica, che tra l`altro sta spostando sempre più il proprio assetto politico verso sinistra.

«E` sicuramente una scelta pesante aggregare paesi così forti e importanti come il Messico. E se anche la Colombia si inserisce in questo processo, il rischio di un utilizzo di questo Paese per aggredire l`America latina diventa più difficile, molto più difficile per i nordamericani. E aggredire per occupare l`Amazzonia, che è la grande strategia degli Stati uniti, non sarà così semplice: anche se ci sono le armi per farlo presto potrebbero non esserci le condizioni politiche. Per cui credo che in pochi mesi si stiano giocando gli interessi dell`America latina e in questo quadro brilla ancora una volta l`assenza dell`Unione europea che sta vivendo un momento drammatico. Zapatero ha recentemente ricevuto per due giorni Chavez. E la Spagna, che ha in atto una serie di politiche nuove verso l`America latina non viene seguita dagli altri paesi europei. Per il Sudamerica basare tutto sui rapporti con la Spagna non sarà sufficiente e per questo motivo dovrà appoggiarsi di più sia economicamente che politicamente anche ad altre aree geografiche».

Il Brasile sarà in grado di giocare questo ruolo-guida dell`area? Avrà l`autorevolezza e la forza per poterlo sostenere?

«Il Brasile ce l`ha già e gli altri paesi forti dell`America latina come Messico e Argentina hanno già accettato formalmente il suo ruolo guida, almeno sotto il profilo economico. Ciò che l`Argentina chiede è di essere considerata di più sul versante scientifico e educativo perché per alcuni aspetti può considerarsi un punto di riferimento per tutti gli altri paesi dell`area di lingua spagnola. Mettendo in atto alcune importanti sinergie con l`Argentina da una parte e con il Messico dall`altra credo che il Brasile sarà al centro di questa comunità. E quindi non potrà essere escluso in occasione delle grandi opzioni internazionali».

E l`America di Bush starà a guardare, distratta dagli appetiti commerciali che sta cercando di soddisfare in altre parti del mondo, o in Sudamerica ci saranno da aspettarsi nuove pesanti ingerenze che avranno questa volta come obiettivo diretto il Brasile?

«Da tempo i militari brasiliani sono preoccupati per questa aggressività, questo armare la Colombia. Per questo motivo hanno realizzato scuole per i combattenti in caso di un`eventuale guerra nella selva. Ci sono caserme nella foresta per preservare l`integrità territoriale, aspetto a cui i militari brasiliani tengono molto. Personalmente non credo che gli Usa riescano a esprimere la propria aggressività a breve termine perché le risorse che hanno destinato all`occupazione dell`Iraq sono troppo grandi. Anche se a onor del vero il congresso degli Stati Uniti ha recentemente votato l`aumento del personale militare statunitense in Colombia come per confermare il loro
interesse per quest`area».

Sono sempre più insistenti le voci che riguardano un presunto interesse da parte di Lula nei confronti del riarmo nucleare, così come rappresenta in un certo senso una novità quella di intervenire contro il traffico di droga chiedendo ai militari di abbattere gli aerei dei presunti narcotrafficanti che rifiutano di rispondere alle richieste di contatto radio, come è recentemente avvenuto. Come interpreta questi segnali di rampantismo militare? E vede realistico lo scenario del Brasile che si avvia, sia pure tra numerose contraddizioni, a essere una potenza nucleare?

«Argentina e Brasile sono già in grado di produrre le armi nucleari: la tecnologia la possiedono e tra l`altro uno degli accordi firmati recentemente con il governo vietnamita riguarda proprio la questione nucleare. Lo sviluppo tecnologico del nucleare argentino sarà venduto ai vietnamiti e il Brasile da tempo collabora con l`Argentina in materia di controlli. Le ottime relazioni tra i due Paesi hanno consentito l`attivazione di un meccanismo poco noto ma interessante che riguarda la rotazione di tecnici da un paese all`altro. Ne deriva che i segreti nucleari argentini li conoscono i tecnici brasiliani e viceversa, aspetto che denota una fiducia molto grande tra i due paesi sotto il profilo militare, delle proprie dignità e territorialità».

Un`intesa in chiave militarista, tuttavia.

«Personalmente non interpreto come militarismo queste due posizioni. Credo anzi nel ruolo dei militari come difensori dell`integrità territoriale. Anche in Argentina sono nate associazioni per questo scopo: ad esempio ce n`è una di ufficiali democratici che sta lavorando sulla questione dell`acqua, su quella territoriale e su temi analoghi, che ha espresso posizioni molto dure».

In pochi ne parlano, ma alcuni osservatori sostengono che lo stato dell`Amazzonia ha già cessato di fatto di essere parte del territorio brasiliano e sta per essere spartito dalle grandi potenze sotto le pressioni delle multinazionali farmaceutiche che intravedono nello sfruttamento delle rare piante medicinali che contiene uno dei business degli anni a venire. Come si comporterà il Brasile se questa ipotesi dovesse avverarsi? E l`interesse per l`arma nucleare potrebbe essere letto anche in questa chiave?

«Credo che la Colombia sia stata armata non per combattere la guerriglia e neppure il narcotraffico, ma che gli Stati uniti puntino a controllare quell`area strategica che è l`Amazzonia. Un`altra area per loro strategica è la Patagonia e hanno puntato gli occhi anche sul bacino idrologico Guaranì che occupa Paraguay, Argentina e Brasile. Le aree a rischio sotto il profilo strategico sono quindi tre, e per difendersi non c`è altra scelta che rimanere uniti. Un singolo paese da solo non riuscirà a concludere nulla».

Uno dei possibili forti motivi di attrito nei confronti degli Usa sembra essere lo sviluppo del Mercosul, l`accordo economico tra alcuni stati del Sudamerica. Come si comporteranno, a suo parere, gli Stati uniti anche alla luce delle nuove, recenti intese del Brasile con i paesi non allineati?

«Credo che le risposte siano già nel recente viaggio di Bush in Cile e in Colombia. La sua presenza dimostra un grande interesse per la zona e anche quali i paesi che potrebbero fare da ponte, come l`area andina, più soggetta alle eventuali pressioni degli Stati uniti. Allora io credo che la risposta non può essere soltanto brasiliana anche se lo è prevalentemente, nel senso che il paese leader è il Brasile. Un altro paese da solo non riesce a fare nulla. Neppure il Brasile, anche se il suo un peso è tale da garantire, ad esempio, resistenza allo stesso governo
Chavez in Venezuela».

Mentre Lula acquista sempre maggiore prestigio sul piano internazionale, sul fronte interno il suo partito è entrato in una crisi da alcuni giudicata irreversibile, che potrebbe concludersi con addirittura con la scissione del Pt e con pericolose ripercussioni per l`attuale governo, al quale potrebbero mancare i numeri. A che cosa è dovuto a suo parere il possibile tramonto di un partito giovane sul quale si è puntato molto per cambiare gli assetti politici e sociali del paese?

«Non dimentichiamo che quando Lula ha vinto, il peso elettorale del Pt era intorno al 20 per cento. Per cui Lula non è un esponente del suo partito, ma rappresenta una coalizione. Poi che in quel 20 per cento vi siano contraddizioni e problemi, è chiarissimo. Per alcuni aspetti vi sono contraddizioni insanabili, ma questo fa parte anche dell`evolversi della politica, non credo che sia tutto negativo. Lula ha ancora un forte consenso in Brasile, e non solo. Quando un presidente è forte nel senso che mantiene un certo peso politico e riesce comunque a governare, non si troverà in difficoltà se esplode il suo partito. Ed è possibile che esploda bene, in modo che nascano altri soggetti politici e anche complessivamente più forti. Se esplodesse male, le prossime presidenziali costituirebbero un grosso guaio. Vedremo che cosa succederà».

Lula tra l`altro riguadagna consensi rispetto ai mesi scorsi, ma il suo governo ha deluso soprattutto chi da sinistra attendeva una svolta decisa a favore di una maggiore uguaglianza sociale. Secondo lei il governo avrebbe potuto fare di più, oppure il pesante indebitamento del paese e la dipendenza nei confronti del Fondo monetario internazionale fanno sì che quella attuale, sul fronte interno, sia l`unica politica possibile?

«Io credo che la situazione non dipenda tanto dall`indebitamento. Ci sono state altre motivazioni. Lula ha ereditato una politica economica che ha dovuto accettare, si è trovato in una situazione molto diversa da quella di Kirchner, che è arrivato con le mani libere. Lula le aveva legate. Sotto il profilo economico è vero, esiste una grande difficoltà. Ma la responsabilità sul versante politico è anche una grande responsabilità della sinistra, anche brasiliana. Nel senso che appoggiare un governo come quello di Lula significa fare politica non solo nelle sedi istituzionali, ma anche nelle strade. Per cui quando sposti gli equilibri per la strada, nei luoghi di lavoro, sul territorio, sposti anche le scelte del
governo, e ciò è quello che non è stato fatto. Secondo me la sinistra brasiliana si è adagiata e una volta giunta al governo ha delegato a esso la realizzazione di ciò che è scritto nel suo programma. E invece non è esattamente così: in genere ci si concentra sulla delega attraverso il voto, mentre è necessario portare avanti la la lotta politica giorno per giorno nella strade, nelle fabbriche, nelle scuole. Non credo che la responsabilità sia soltanto di chi governa».

Sotto quali auspici si apre l`imminente Forum social mundial 2005 per il Brasile e il Sudamerica in generale? E ha ancora senso che si tenga a Porto Alegre, uno dei simboli del buongoverno della sinistra che la stessa sinistra ha tuttavia perso alle recenti elezioni amministrative?

«Ha senso farlo ovunque, non quando e dove risulti più facile. E naturalmente non ha senso farlo soltanto dove si può contare su un governo amico. Comunque sia se ne sta discutendo, e presto ci saranno novità, nel senso che con tutta probabilità il Forum si trasformerà. Esiste una proposta di effettuarlo non più ogni anno ma ogni due, in paesi differenti scegliendo come argomenti di discussione quattro aree tematiche. Probabilmente la partecipazione sarà meno imponente di quella degli anni scorsi, ma si riuscirà a migliorare il coordinamento e il lancio di campagne sui singoli argomenti. Non sarà più insomma un luogo di dibattito generale su tutto. Probabilmente Porto Alegre sarà momentaneamente accantonata, ma si discute già di altre sedi in America latina e una delle sedi importanti che si propone è quella del Messico, e sarebbe una cosa molto positiva. Ci sono altre proposte, ma sono più deboli. Sicuramente l`anno prossimo tornerà in Africa, in un paese del Centronord».

Note:

http://musibrasil.net/vsl_art.asp?id=965

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