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Venezuela, il miracolo democratico di Chavez e il consenso popolare/1

Venezuela:Rivoluzione senza rivoluzione

Opposizione sconfitta. Un mese fa il presidente ha conquistato 20 stati su 22. L'opposizione annaspa e si divide mentre nei quartieri poveri si afferma l'esperianza bolivariana
22 dicembre 2004 - Luciana Castellina
Fonte: Il Manifesto

«Carter, un altro Chavez»; «Carter, comprato da Chavez». Lungo le mura di cinta dei ricchi condomini de Las Mercedes e di El Rosal, le rancorose e un po'ingenue scritte dell'opposizione, che non perdona all'ex presidente degli Stati uniti di aver legittimato il referendum che ha confermato con 5 milioni e 800.000 voti Hugo Chavez alla testa del Venezuela, ricordano ancora il voto del 15 di agosto. Ma sono già scolorite e nessuno ha avuto più voglia di rinnovarle. Anche le manifestazioni della Coordinadora Democratica sono diventate rare e poco affollate. I borghesi di Caracas restano chiusi nei loro quartieri e conducono la vita dei separati in casa, ancora stupefatti che fuori dal loro quadrilatero, dove hanno ottenuto fino al 95% del consenso, ci sia chi ha potuto votare diversamente. In qualche modo, si capisce perché ritengono che il voto sia stato truccato: loro non conoscono nessuno che appoggi il governo bolivariano. Quelli - il popolo delle favelas - sono un mondo a parte, un'altra specie, forse nemmeno umana.

Il trionfo amministrativo

Nel frattempo - il 31 di ottobre, lo stesso giorno in cui in Uruguay venivano sconfitti ambedue i partiti che da 150 si spartivano il potere e veniva eletto il progressista Tabarè Vasquez e in Brasile Lula perdeva le grandi città di S.Paolo e Porto Alegre ma vinceva ovunque altrove - in Venezuela si è votato anche per i sindaci e i governatori dei 22 stati federali: il Mvr (il chaveziano Movimento per la V Repubblica ) ne ha vinti 20 e ha incassato la schiacciante maggioranza dei sindaci. Una catastrofe», ha commentato Eduardo Fernandez, presidente del Copei (la Dc venezuelana che con la socialdemocratica Ad si è alternata al governo per decenni): «Avevamo due milioni di voti e governavamo 120 comuni, ora ne abbiamo 200.000, e 24 comuni».

Ma lucidamente, Fernandez ammonisce i suoi partner della Coordinadora a smetterla di parlare di brogli e ad accusare, come un tempo il nostro Saragat, «il destino cinico e baro», qui chiamato «cisne negro». Come dimostrano le due vittorie negli stati di Zulia e in quello molto turistico di Nuova Sparta, «quando i voti ci sono, non c'è modo di rubare le elezioni», dice. La verità, aggiunge, è che in sei anni siamo passati da un tracollo all'altro: oggi Chavez è molto più forte, sia dentro il paese che internazionalmente, l'opposiziome molto più debole sia dentro che fuori. Pompeyo Marquez, il noto ex leader del Mas, un tempo influente partito della sinistra, oggi quasi inesistente, sembra il solo a insistere sulla vecchia linea, ormai abbandonata dai più.

A conferma del duro giudizio autocritico di Fernandez, arrivano negli stessi giorni tre altre docce fredde: le foto di Chavez che si abbraccia con Zapatero, il cui ministro degli esteri, Moratinos, ha appena rivelato di avere le prove che il precedente governo spagnolo aveva sostenuto i golpisti di Caracas; il rifiuto del presidente de El Salvador, non certo di sinistra, di concedere asilo politico (e di continuare a dare ospitalità nella sua ambasciata di Caracas ) a due graduati della polizia municipale, complici dei complottatori, perseguiti per le sparatorie di quei giorni drammatici; il ritiro dell'asilo a un altro golpista dell'aprile 2002, il presidente della Confederazione dei lavoratori, da parte del Costa Rica.

Sebbene il solco che divide la società venezuelana sia ben lungi dall'esser colmato e nonostante solo qualche gesto simbolico indichi una normalizzazione nei rapporti fra governo e opposizione, Hugo Chavez si è senza alcun dubbio rafforzato: presso il suo popolo, i poveri, che sono però l'80% del paese. Che ha conquistato soprattutto con le «missiones», i programmi sociali straordinari che hanno come obiettivo l'inclusione di tutti coloro che sono stati esclusi dal sistema sociale nell'area dell'educazione, della salute, dell'abitazione, dell'alimentazione. Progetti rudimentali che però funzionano. Se si va in un barrio popolare la sera si scopre così che tutti - i bambini ma anche i genitori e i nonni - sono a scuola per conseguire il diploma di licenza elementare che hanno mancato; e in ognuno sorge uno strano, piccolo edificio a due piani, un modulo ottagonale di mattoni rossi: si tratta del «barrio adentro», l'ambulatorio, dove si visitano e si curano gratis gli abitanti del quartiere. Se ne occupano 10.000 medici cubani «prestati» al Venezuela, in città ognuno di loro vive al piano di sopra, in campagna in una capanna come gli altri, e quando servono apparecchiature più sofisticate, o ricoveri ospedalieri, spediscono a Cuba i malati: il trasporto aereo costa assai meno dell'ospedale privato, la sola soluzione locale. Fra qualche anno torneranno in patria i giovani mandati a studiare nelle facoltà di medicina dell'Havana e così un ricambio, altrimenti impensabile, sarà possibile. Nel barrio esiste anche la «casa dell'alimentazione», dove una donna scelta dal comitato di quartiere è incaricata dall'amministrazione pubblica, che fornisce le derrate, di cucinare per i bambini di strada e i vecchi abbandonati.

Populismo? «Sì - risponde ironico Chavez - io mi occupo del popolo». E a chi lo critica, accusandolo di sperperare le entrate del petrolio per distribuire risorse, anziché per costruire una struttura economica moderna ed efficiente, risponde che l'esperienza prova come nessun modello di sviluppo possa funzionare se non c'è un soggetto socialmente non marginalizzato, culturalmente attrezzato e dunque sovrano nel pieno senso della parola. Insomma: sottratto al degrado, al disimpegno, all'atomizzazione e al ricatto che ne consegue. Fra tutti gli investimenti - ecco l'ipotesi su cui lavora Chavez - il più urgente, premessa per ogni altro che voglia essere efficace, è quello per il capitale umano. Perché senza sviluppo sociale non può esserci neppure sviluppo economico.

La forza dei barrios

La forza del movimento bolivarista sta nella struttura politico-sociale che si è costruita nei barrios, grazie a un grande salto di coscienza, a uno sforzo, molto inventivo, di auto organizzazione. L'idea, come tutte quelle di Chavez, è semplice e al tempo stesso inoppugnabile: il solo modo di combattere la povertà è dare potere ai poveri. In questo senso, le «missioni» non hanno solo per scopo di alimentare, istruire, curare, ma di favorire la prima, essenziale inclusione: quella, organica, nella gestione pubblica. Qui, il processo viene chiamato «democrazia partecipativa» ma è parecchio di più delle analoghe esperienze già tentate in Brasile e in qualche modo ripetute persino in Italia in alcuni comuni di sinistra. Non si tratta, infatti, solo di codecidere il bilancio preventivo del governo locale, ma di costruire embrioni di un nuovo stato in formazione.

Il progetto è ambizioso e subito sorge l'interrogativo del rapporto fra queste istituzioni di base in via di formazione e la democrazia rappresentativa. Il passato dice che gli abusi sorti dalla confusione fra i due terreni dell'esercizio del potere, e la progressiva eliminazione della seconda, hanno generato mostri. Per ora, tuttavia, le elezioni tradizionali a suffragio universale non sono state toccate e se Chavez può spingersi ad altre, più avanzate sperimentazioni, è perché, comunque, di elezioni, dal 1998 ne ha vinte ben cinque. E già parla di come condurre la campagna elettorale del 2006, quando scadrà il suo mandato presidenziale. Sebbene Fidel resti nel cuore dell'ex colonnello e ogni manifestazione cominci con un omaggio al «querido pueblo cubano», del modello dell'Havana, qui in Venezuela, almeno per ora non c'è traccia. Ma Chavez non manca di irridere ai proclami sul grande ritorno della democrazia in America latina e commenta, ironico, i dati del paludato «Latinobarometro»: in realtà, la fiducia nella democrazia rappresentativa è caduta in questi anni un po' ovunque, per via dei fallimenti dei governi liberisti seguiti alle dittature.

Del socialismo parla di rado, ma alla Conferenza internazionale degli intellettuali, convocata all'inizio di dicembre a Caracas, ha finalmente sfiorato l'argomento per dire due cose saggie: che non tutto quanto è stato fatto in suo nome era da buttare via, e che però in suo nome si sono commessi molti errori.

L'esperienza venezuelana è naturalmente molto facilitata dall'esistenza di una grande ricchezza, concentrata e statale: il petrolio. Per scovare le risorse necessarie a finanziare i programmi sociali, qui non occorre dunque né procedere a pericolose nazionalizzazioni, né a un altrettanto rischioso indebitamento pubblico. In altri paesi latinoamericani, questo straordinario vantaggio non c'è. E tuttavia anche qui non è facile muoversi entro i margini resi ristretti dai condizionamenti internazionali, senza arrendersi alle difficoltà, come su molti terreni sta accadendo in Brasile, e tuttavia senza scivolare nelle scorciatoie cubane. Il primo a non suggerirle, del resto, sembra essere proprio Fidel, consapevole della irripetibilità della storia cubana. «Il divenire rivoluzionario cubano degli anni Sessanta non può ripetersi oggi in altri paesi della regione. Con quella venezuelana c'è solo una coincidenza: nessuna delle due rivoluzioni ha ricalcato altre esperienze, ha scritto l'ambasciatore dell'Havana a Caracas, il noto sociologo Germàn Sanchez Otero.

Qualche rischio, tuttavia, si delinea: il terrorismo è arrivato anche qui, uccidendo un uomo prezioso, il giovanissimo procuratore generale Danilo Andersen che stava istruendo il processo contro i golpisti del 2002. La destra gongola, sperando nella destabilizzazione che questo cancro sempre fa insorgere, e paragona all'americano Patriotic Act la legge subito varata dal parlamento per garantire maggiore sicurezza. Che qualche restrizione di troppo certamente introduce, ma in realtà mette in primo piano soprattutto il reato di vilipendio del capo dello stato, che esiste in tutte le nostre legislazioni e che qui, dove il mercato dei media resta quasi interamente nelle mani dell'opposizione che abusa di tale potere in modo insultante, era forse più che necessario. E' sempre bene ricordare che, durante i giorni del golpe, le Tv venezuelane, mentre il popolo scendeva in strada e Chavez, liberato da una parte dell'esercito rimasto fedele, veniva reinsediato a Villa Miraflores, non fornirono informazione alcuna e nelle ore decisive l'emittente più importante continuò a proiettare Tom&Jerry. Ora, dopo il referendum, le trasmissioni sono un poco meno smodate ma democratizzare il potere dei media senza introdurre censure, resta un problema aperto.

Monopolio tv d'opposizione

Al quasi monopolio dell'informazione scritta e parlata, Chavez oppone oggi un canale statale, «Canale 8», francamente noiosissimo e però anche uno straordinario esperimento, affidato a una giovanissima giornalista, Bianca Eachut, che proviene dalle Tv comunitarie, sorelle abbastanza diffuse in America Latina delle nostre street Tv: «Viva Tv». Un'emittente che evita la voce narrante del commentatore per dare il microfono direttamente alla gente, così applicando un principio costituzionale che da noi nemmeno la sinistra riconosce ancora come decisivo: il diritto alla comunicazione, e cioè a rappresentarsi e non solo a essere rappresentati, un diritto che è assai più ricco del diritto all'informazione, per la cui attuazione lo stato fornisce spazi e risorse, dandoli in gestione alla società civile. «Si tratta - dice Bianca - del modello comunicativo della democrazia partecipativa e protagonistica che sta rendendo visibile una società prima invisibile, perché censurata ».

E poi c'è il Venezuela visto dall'estrema periferia, ai confini con la selva amazzonica della Columbia e del Brasile, al di là dell'Orinoco che taglia a nord il continente, tuttora la sola via non aerea di comunicazione abbordabile. A Porto Ajacucho, capitale dell'Amazzonia venezuelana, l'appena eletto governatore indigeno ci dice: è la prima volta che nel mondo agli indigeni viene riconosciuta la titolarità del territorio in cui vivono, la legittimazione della loro lingua, il diritto di disporre come credono delle istituzioni. E questo non post mortem. « Sono i diversi gruppi etnici che hanno ridisegnato le mappe e hanno ottenuto che a ciascuna comunità venisse data la terra, prima dello stato, in proprietà collettiva, dove ora stanno sorgendo piccole cooperative per la trasformazione dei prodotti agricoli che accrescono - mi dice fiero il presidente di quella di Ayrumecha - il valore aggiunto delle merci.

Immagini da socialismo reale? Siamo tutti così scottati che si ha paura a dire che quel che sembra andar bene va bene.

Certo, quella che sta vivendo il Venezuela è una rivoluzione senza rivoluzione. Eventi che come sappiamo sono anche pericolosi, ma producono rotture salutari, liberano energie creative e quadri, consentendo di compiere grandi balzi storici. Qui non è così, tutto, certo, troppo è affidato a Hugo Chavez Frias e ai suoi amici venuti quasi tutti dall'esercito. Il loro passato di militari li rende molto più accorti di quanto fu Allende: «Siamo un regime pacifico, ma armato», avverte sorridendo il presidente, implicitamente alludendo al Cile e al fatto che loro sanno bene che i golpe sono sempre dietro l'angolo. In compenso, manca la lunga accumulazione politico culturale dei processi rivoluzionari del passato, così come dei partiti che hanno potuto sperimentarsi in lunghe fasi di dialettica democratica.

La cosa forse più importante che è accaduta negli ultimi tempi in America Latina è passata altrove quasi inosservata. Non negli Stati uniti, dove l'evento ha ulteriormente allarmato la già preoccupatissima amministrazione Bush. Si tratta della cumbre (il summit) degli stati latinoamericani, tenuta il 9 dicembre a Cuzco, nel 180° anniversario dell'ultima e definitiva battaglia di liberazione vinta, nella vicina Ajacucho, contro 9.000 armatissimi soldati spagnoli, dai 5.000 uomini dell'esercito bolivariano, in cui si erano arruolati cittadini provenienti da tutte le nazioni del subcontinente, al comando del giovanissimo maresciallo Sucre. Tema all'ordine del giorno nell'antica capitale degli Incas: la fondazione di una «Comunità delle nazioni sudamericane» che dovrà includere tutti, procedendo anche all'unificazione delle due comunità di cui sono oggi membri, a nord Colombia, Perù, Bolivia, Equador e Venezuela (quella Andina), a sud Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e, come associati, il Cile e, di nuovo, il Venezuela, la Bolivia e il Perù (il Mercosur). 360 milioni di persone, un pil limitato - 1 trillione di dollari - ma potenzialmente assai maggiore, viste le immense risorse naturali della regione. Se si pensa che alcuni di questi paesi, e tra quelli decisivi, sono oggi governati dalla sinistra che non nasconde la sua volontà di liberarsi dal giogo che gli Stati uniti impongono da secoli ai loro vicini meridionali, si capisce perché a Washington la notizia non sia passata inosservata.

Tra artisti e intellettuali

Sebbene nella Conferenza internazionale di artisti e intellettuali tenuta a Caracas agli inizi di dicembre Hugo Chavez non abbia mancato di ironizzare - il colonnello è uno straordinario show man (fantastiche le sue imitazioni di Fidel ) - sulla pratica di cumbre sempre più frequenti, che obbligano i presidenti a correre da un vertice all'altro perdendo tempo infinito («forse le hanno inventate apposta»), per farsi ritrarre nelle foto di gruppo e varare documenti declamatori («che io firmo aggiungendo sempre: con reserva integral»), su questo incontro di Cusco il presidente venezuelano non ha scherzato. Per l'immediato, ha detto, non ne uscirà gran che, ma il valore simbolico del luogo, della memoria che incorpora e del progetto per il futuro che vi si propone, può dare grande slancio al rilancio del sogno bolivarista. Che è la stella polare di Chavez, cui non si stanca di dedicare inventiva e energia, anche usando la sua grande ricchezza petrolifera per aiutare i più ricattati e deboli dei suoi partner ma insistendo sul fatto che un'unificazione del subcontinente ha sì bisogno di misure statali, ma non può comunque esser fatta dai presidenti, deve venire dal basso, integrando i suoi popoli, a cominciare dai contadini e dagli indigeni. E infatti, parallelamente ai rapporti istituzionali sta tessendo anche la trama di una rete di organizzazioni e partiti latinoamericani disposti a impegnarsi in questo senso, in sostituzione del vecchio Forum di S.Paolo che riuniva la sinistra e che sembra aver da tempo perso dinamismo. Già l'indomani della Conferenza degli intellettuali a Caracas si è aperta quella dei comitati bolivariani, come Chavez ha denominato il nascente movimento continentale, un appellativo che non piace a tutti (molti vi avvertono un tentativo di prevaricazione). Tutti, però, sono stati presenti.

Chavez avverte che nonostante le differenze (e diffidenze) che corrono fra i diversi governi, compresi quelli di sinistra, questo inizio di secolo apre una prospettiva senza precedenti alla «seconda liberazione bolivariana». «Prima eravamo solo due diavoli - dice alludendo al Venzuela e a Cuba - ora non siamo più isolati. Non vogliamo esportare le nostre rivoluzioni, ma chiediamo ascolto per le nostre proposte; e cominciamo a ottenerlo: creare una petrosur che metta insieme, in una sola potente società, il potenziale energetico venezuelano, argentino, boliviano, e - perché no? - in prospettiva anche messicano (viva Mexico, come si fa a pensare all'America Latina senza quel paese?); creare una Banca centrale comune, per sottrarre i milioni di nostri dollari alla gestione delle banche statunitensi che poi ce li prestano a caro prezzo; costruire un Fmi subcontinentale; inventare una emittente comune, Tv Sur, per contrastare l'egemonia culturale di Hollywood».

L'integrazione economica non è tuttavia affatto facile e rende colmo di ostacoli il percorso annunciato. L'Argentina, per esempio, si difende dalle esportazioni della potenza Brasile elevando barriere doganali; il Brasile, a sua volta, sebbene tentato dall'ipotesi di assumere la leadership del Cono sud, non è abbastanza ricco per svolgere il ruolo che ricoprì in Europa la Germania. Lula, inoltre, è già guardato con ulteriore sospetto dall'ala più forte della sua imprenditoria che preferisce di gran lunga continuare ad avere come partner gli Stati uniti, piuttosto che avventurarsi nei fragili mercati vicini. Il risultato è che la tariffa esterna comune del Mercosur contiene 800 eccezioni e ognuno dei suoi membri sembra per ora assai più impegnato a garantirsi qualche protezione nazionale che ad affrontare la sfida comunitaria.

Se le difficoltà sono dunque ancora infinite sul piano economico immediato, il progetto pesa molto sul piano della politica estera. Dice Teutonio dos Santos, uno dei più noti esponenti del gruppo di economisti di sinistra del Brasile, a lungo in esilio, oggi nell'ala del Pt critica verso il governo Lula: «L'ipotesi del mercato unico continentale ha forza perché corrisponde a un'identità politico-culturale comune, a movimenti sociali simili, a un dato geografico e storico, la colonizzazione ispano-portoghese e poi quella statunitense che ha prodotto, per via dell'appoggio di Washington alle dittature e al feroce liberismo dei governi che sono seguiti, un desiderio collettivo di autonomia che cerca la sua strada».

Hugo Chavez, Nestor Kirchner, Tabarè Vasquez, Lula da Silva sono, insomma, sulla stessa onda, sia pure procedendo ciascuno a suo modo. E su questa si muove adesso anche il piccolo Paraguay, che, grazie all'appena eletto nuovo presidente - Nicanor Duarte Frutos - ha scelto anch'esso la linea Sud. Ma nella stessa direzione spira il vento anche dell'America centrale, dove, a parte lo sdoganamento di Cuba operato da Zapatero, la crisi post-guerriglia della sinistra appare in via di superamento, come dimostrano le consistenti affermazioni nelle elezioni amministrative nel Salvador e in Nicaragua. E tornano a manifestarsi, grazie a una nuova leva giovanile, movimenti di qualche rilievo sia in Cile che nel Messico urbano.

E' un fatto che l'Alca (l'area di libero scambio delle Americhe), che gli Stati uniti hanno disperatamente tentato di far ingoiare, è ormai bloccata dall'intreccio della resistenza popolare e dei governi e, mentre Washington tenta di ripiegare sui meno ambiziosi accordi bilaterali, una rete di scambi sud-sud si sta costruendo, innanzitutto quello fra Caracas e Buenos Ayres: petrolio venezuelano contro petroliere costruite nei cantieri argentini, la prima volta che il greggio di Maracaibo viaggia verso sud anziché verso nord. (Chavez si è anche impegnato a spostare almeno il 25% dei suoi acquisti sul rio della Plata).

E poi, per certi versi inaspettata, c'è la comparsa sulla scena del continente Cina. Che compra enormi quantità di ferro, bauxite, zinco, magnesio, grano di soya in Brasile, stagno in Bolivia, rame in Cile e non so cos'altro in Argentina. In occasione del suo viaggio di ben due settimane in Argentina, Brasile, Cile e Cuba, Hu Jintao ha annunciato 50 miliardi di dollari di nuovi investimenti. Ma il presidente cinese ha deciso di elargire anche veri e propri aiuti: 12 milioni di dollari nientemeno che alla repubblica-isola dominicana e persino 23 ad Antigua, perché possa dotarsi di un campo di calcio. Lula (del Brasile la Cina è, dal 2003, secondo partner commerciale) risponde, entusiasta, dando voce a un sentimento comune: questo impegno - dice - costituisce un «paradigma della cooperazione sud-sud ». In nome dell'obiettivo politico della multipolarità, i presidenti cercano insomma di mediare rispetto ai propri locali gruppi economici, anche concedendo, a questo scopo, all'Unione europea, in tema di liberalizzazione degli scambi, assai di più di quanto non abbiano dato agli Stati uniti. A Lula poi, pur criticato apertamente da un'ala ben consistente della sinistra per quelli che vengono considerati cedimenti al neoliberismo e piuttosto distante, non solo dal ben più radicale Chavez, ma anche da Kirchner, si riconosce però il merito di star tentando di giocare un ruolo assai importante nel costruire una strategia alternativa assieme agli altri big del sud: oltre alla Cina, il Sud Africa e l'India.

Non sarà il socialismo, ma non c'è dubbio che questo nuovo rapporto offre una sponda insperata al progetto della «seconda» liberazione bolivariana, come a Washington sanno benissimo.

Quel che i Ds non capiscono

Di fronte a questi accelerati mutamenti, e al ruolo che nel processo gioca il Venezuela, paese chiave, per via del dinamismo del suo presidente e del suo petrolio, nei rapporti di forza del subcontinente, c'è da tornare a chiedersi perché mai la sinistra europea, e segnatamente i Ds italiani, continuino ad avercela con Chavez. Proprio con Chavez, definito «dittatore» pur se eletto e rieletto democraticamente, volontariamente espostosi al rischio di un referendum revocatorio (un diritto senza precedenti concesso agli elettori ), un voto verificato da uno stuolo di osservatori internazionali capeggiati da Jimmy Carter. Perché ostinarsi a guardare a un quadro politico che nel Venezuela ormai è del tutto virtuale, perché i vecchi partiti non contano più e semmai una opposizione democratica e non golpista al presidente dovesse sorgere è più probabile che nasca dalle fila del suo stesso movimento che da quelle del vecchio e tramontato mondo politico, comunque per via di nuove contraddizioni e per voce di protagonisti diversi? La Spd, che come tutta l'Internazionale socialista stenta a rompere il proprio sodalizio con il suo compagno Carlos Andrès Perez, ex presidente del Venezuela, caduto per impeachment e fuggito per evitare di essere incarcerato per corruzione, ha perlomeno inviato nelle settimane scorse a Caracas, per capire meglio la situazione, un esponente del suo braccio diplomatico, la Fondazione Friedrich Ebert. I Ds, in occasione del referendum, hanno invece inviato Ignazio Vacca, ma in qualità di invitato dalla Coordinadora democratica, i golpisti. Il quale, a differenza dell'ex presidente degli Stati uniti, ha continuato a parlare di brogli nel voto referendario di agosto. D'Alema, come deputato europeo, si è fatto collocare nella delegazione permanente presso il Mercosur. Speriamo bene

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