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Nicaragua: Una speranza trasformata in realtà

17 febbraio 2005 - Giorgio. Trucchi

 Lavoratrici della Cooperativa "Comamnuvi" di Ciudad Sandino


Il capannone sorge a pochi chilometri da Managua, alla periferia di Ciudad Sandino nel quartiere che porta un nome pieno di speranza: Nueva Vida.
Il quartiere è sorto tra il 1998 e il 1999, quando l'Uragano Mitch arrivò con tutta la sua potenza in Centroamerica e investì anche il Nicaragua.
Managua non subì ingenti danni, almeno non come le zone del nord e dell'occidente nicaraguense, ma i quartieri che sorgevano sulle rive del Lago Xolotlàn o Managua vennero inondati e la maggior parte della gente evacuata.
Il governo dell'allora presidente Arnoldo Alemàn pensò bene di trasferirli in massa nella periferia di Ciudad Sandino, inventando questo nome così pieno di speranza che, nella realtà, si rivelò un quartiere inventato in mezzo a una landa deserta e con ben poche possibilità di sviluppo. Il governo ben presto si dimenticò di questa gente, il solito concetto del "basta dargli un terreno e tutto va bene...".
E' in questo contesto che si sviluppa la storia di questo gruppo di donne che ci racconta Yadira Vallejos, una delle socie della Cooperativa Maquiladora Mujeres de Nueva Vida Internacional (COMAMNUVI).

Gli inizi

L'idea della cooperativa che opera come una maquila nasce nel 1999 dopo l'Uragano Mitch. La maggior parte di noi viveva a Managua sulle sponde del Lago Xolotlàn e a conseguenza delle inondazioni ci trasferirono qui a Ciudad Sandino.
Eravamo circa 1200 capi famiglia per un totale di oltre 6 mila persone.
I primi aiuti arrivarono da parte di organismi internazionali che ci rifornirono di medicine, vestiti e alimentazione, ma le condizioni erano pessime e soprattutto avevamo perso quasi tutto. La nostra urgenza era quella di trovare qualcosa che ci permettesse di sopravvivere insieme alle nostre famiglie
Fu durante questo periodo che conoscemmo una Organizzazione Non Governativa (ONG) che si chiama Jubilee House Community - Centro pro Desarrollo en Centroamerica (CDCA), che era coinvolta nel processo di sostegno alle persone che erano rimaste senza niente a causa dell'uragano.
Con loro nacque l'idea di organizzarci e provare a far nascere un'attività produttiva che ci desse la possibilità di lavorare e sopravvivere nel rispetto di quelli che sono i diritti umani e lavorativi di ogni persona.
La sfida era enorme in quanto avremmo dovuto passare un lungo periodo lavorando alla costruzione e alla formazione, senza stipendio e con la necessità di badare e mantenere le nostre famiglie. Si trattava inoltre di provare a costituire una maquila, come quelle che lavorano nelle Zone Franche del paese, ma con criteri totalmente diversi, strutturata in cooperativa e dove noi stesse saremmo state le proprietarie.
All'inizio eravamo circa 50 donne e cominciammo a lavorare alla costruzione del capannone che oggi ospita l'attività produttiva. All'inizio chiedemmo anche agli uomini se fossero interessati nel partecipare a questa attività, ma nessuno si rese disponibile in quanto vedevano come assurdo il fatto di lavorare senza un salario.
Decidemmo quindi di andare avanti solo come donne.
Il costo della costruzione e dell'acquisto dei macchinari era molto alto e la Jubilee House Community non era in grado di finanziare tutto il progetto immediatamente e quindi si lavorava mano a mano che all'organismo straniero entravano fondi che poteva dirigere verso il nostro progetto.
Per due anni e mezzo lavorammo nella costruzione senza poter guadagnare nulla e facendoci aiutare dalle nostre famiglie o dai parenti e questa difficoltà fece sì che purtroppo delle 50 donne ne rimasero solo 12.
Parallelamente iniziammo un processo di formazione per imparare a usare la macchina da cucire e tutto il processo per confezionare vestiti partendo dalla materia prima e soprattutto una formazione teorica su tutto quello che implica e vuol dire formare una cooperativa, amministrarla e iniziare un'attività economica.
La costruzione e l'acquisto dei macchinari è stato finanziato con un fondo piuttosto cospicuo messo a disposizione dall'organismo che ci appoggia e che stiamo restituendo lentamente in modo da poter essere, un giorno, le uniche proprietarie. L'idea era di poter pagare l'intera somma in circa sette anni, ma visto come vanno le cose è probabile che si possa estinguere il debito con un certo anticipo.

La produzione

Attualmente stiamo producendo prevalentemente magliette unisex utilizzando sia cotone convenzionale, prodotto quindi con uso di chimici, sia cotone cento per cento organico che rappresenta la maggior parte della nostra produzione.
Dopo un periodo di assestamento, in cui a volte veniva a mancare la materia prima e che quindi limitava il tempo di lavoro, si è creata ora una certa stabilità e il lavoro è costante.
La materia prima viene acquistata all'estero dato che in Nicaragua non esiste produzione di cotone. Questi prodotti vengono poi venduti quasi esclusivamente negli Stati Uniti e solo un 2-3 per cento è destinato al mercato nicaraguense.
Siamo comunque sempre alla ricerca di nuovi sbocchi di mercato, soprattutto per quello che riguarda i nostri prodotti di cotone organico.
Qui in Nicaragua c'è poca sensibilità sul significato dei prodotti organici e sul fatto che costino di più di quelli convenzionali. Per questo stiamo cercando di fare un lavoro di sensibilizzazione che possa espandere anche il mercato locale.
Negli Stati Uniti, sempre attraverso l'aiuto della Jubilee House Community, abbiamo trovato una buona ricettività verso i nostri prodotti ed esportiamo alla compagnia Maggie's Organics del Michigan e alla Chiesa Presbiteriana degli Stati Uniti che poi rivendono il prodotto nei loro circuiti. Abbiamo anche alcune persone che si sono formate in serigrafia in modo da poter già stampare le magliette prodotte con i marchi che ci vengono richiesti.
Attualmente stanno lavorando circa 55 persone e il gruppo continua a crescere perché la richiesta è notevole.
La maggior parte delle lavoratrici sono già socie della cooperativa e le altre sono pre socie.
Con il passare del tempo abbiamo cominciato a inserire anche qualche uomo che ne faceva richiesta e che aveva bisogno di lavorare. Il concetto resta comunque che la maggioranza dovrà sempre essere di donne.
Le persone nuove che vogliono entrare a far parte della cooperativa devono passare un anno lavorando come pre socie, alla fine del quale si effettua una valutazione del loro lavoro e del loro impegno nel progetto. L'obiettivo è che tutte siano socie della cooperativa e quindi impegnate nel progetto non solo per il fatto di avere un lavoro.
L'entrata nella cooperativa richiede una quota di circa 350 dollari che può essere apportata in piccole quote mensili.

Una nuova forma di maquila
E' un'esperienza molto importante perché è la prima volta che una maquila è di proprietà delle stesse lavoratrici e siamo in attesa di ricevere il permesso per lavorare in regime di Zona Franca, cosa che ci permetterà di eliminare o abbassare molti dei costi fissi e di avere notevoli esenzioni.
Saremmo rimaste volentieri con la figura giuridica di cooperativa, ma effettivamente cominciamo ad avere bisogno di acquistare una serie di pezzi di ricambio per i macchinari, di effettuare maggiori operazioni di importazione ed esportazione e il regime di Zona Franca velocizza le pratiche burocratiche di queste azioni, oltre a permettere l'esonero dalle imposte.
Quelli che non cambieranno sono i regolamenti interni che resteranno gli stessi perché sono quelli che caratterizzano la nostra esperienza.
La forma di organizzazione che abbiamo scelto è molto importante, perché chi acquista i nostri prodotti negli Stati Uniti sta anche facendo un lavoro di sensibilizzazione sul significato della nostra esperienza.
Non solo garantiamo la qualità del prodotto e l'utilizzo di cotone organico, ma siamo strutturate in cooperativa, che diventerà Zona Franca, in cui le stesse lavoratrici sono proprietarie dell'attività e quindi garantiscono tutti i diritti lavorativi e umani, con un salario giusto che viene verificato e deciso tra le lavoratrici stesse.
Esistono quindi molte persone, legate al Commercio Equo e Solidale negli Stati Uniti, che sono interessate a sostenere un progetto di questo tipo.
Esiste una differenza abissale tra la nostra esperienza di maquila e quella tradizionale delle altre imprese di Zona Franca in Nicaragua.
A fronte delle condizioni delle lavoratrici della Zona Franca che hanno orari lunghissimi, con mete produttive molto alte che portano a giornate lavorative estenuanti per poter guadagnare un salario misero, con repressione sindacale e violazione dei diritti umani e lavorativi, la nostra esperienza si distingue per l'attenzione e il rispetto di tutti questi punti.
Si lavorano 8 ore da lunedì a venerdì e il salario dipende da due componenti: il salario base e il salario di produzione.
Il salario base è di circa 54 cordobas al giorno (3,5 dollari) e a questo si somma una quota per la produzione fatta e molto spesso le lavoratrici riescono a raggiungere i 100 cordobas al giorno (7 dollari).
Le nostre mete di produzione giornaliera sono molto più basse di quelle di una comune maquila e toccano le 500 unità prodotte a fronte delle duemila o tremila richieste nelle altre maquilas. Questo permette alla lavoratrice di svolgere una giornata lavorativa più rilassata e più umana, ma di poter comunque guadagnare di più rispetto agli altri luoghi di lavoro.
A fine anno, per le persone che sono già socie, c'è la ripartizione di quella parte di utili che non devono rimanere nelle casse come fondo per le attività della cooperativa. Per le pre socie vengono garantiti i pagamenti delle ferie e della tredicesima.
Tutto questo processo è stato deciso da noi con l'aiuto dell'organismo che ci appoggia e il criterio è stato quello di dare un salario e delle condizioni migliori rispetto a quelle delle Zone Franche classiche. Per esempio, in queste ultime attaccare 10 maniche lo pagano 16 cordobas come salario di produzione e noi lo paghiamo 25 cordobas.
Un'altra cosa che facciamo è la continua modificazione del salario in base allo slittamento della moneta nazionale rispetto al dollaro per cercare di riadeguarlo in base al potere d'acquisto reale della moneta.
Tra le lavoratrici e i lavoratori presenti ce ne sono alcuni che hanno lavorato precedentemente nella Zona Franca e che quando parli con loro ti rendi conto che stai veramente offrendo un lavoro più umano, sia per gli orari di lavoro, sia per il salario, ma soprattutto per il tipo di relazione che esiste e per il fatto che si sta lavorando per un progetto proprio e non per gli interessi di un padrone.
Nella zona di Ciudad Sandino ormai la gente si è resa conto dell'importanza di questo progetto e c'è molta richiesta per poter entrare nel progetto.
Oltre a questo abbiamo contatti con altre realtà, soprattutto di donne, che sono interessate a riprodurre questa esperienza. A Corinto ad esempio, esiste un gruppo di donne che sta facendo un grosso sforzo per iniziare un'attività di maquila come la nostra dedicandosi alla produzione di pantaloni.

Note:

Per chi volesse mettersi in contatto con la Cooperativa COMAMNUVI e visitare il sito www.fairtradezone.jhccdca.org

Tel. 00505-884-4393

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