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Messico : un omaggio di Marcos a Vázquez Montalbán

un estratto del testo inviato da Marcos all'omaggio allo scrittore organizzato alla Fiera internazionale del Libro di Guadalajara
19 febbraio 2005 - Subcomandante Insurgente Marcos
Fonte: Pagina 12

Vázquez Montalbán, un ponte...

Inizialmente, non abbiamo creduto alla sua morte. Quello di scomparire in un luogo lontano dalla nostra geografia, e precisamente in un aeroporto di Bankgok, ci sembrò allora una specie d'espediente poliziesco e non come un'assenza definitiva. Non l'abbiamo creduto morto, e così abbiamo atteso.

Sarebbe apparso ancora una volta con una nuova storia di Pepe Carvalho oppure con un'intervista a qualche gruppo di "altri" antineoliberali , sconosciuti per gli altri "altri" che popolano la complicata geografia della resistenza mondiale. Allora lo avremmo mandato a quel paese(ovviamente, stando attenti a che lui non ci sentissi), e avremmo continuato ad andare avanti sapendo che anche lui era da qualche parte.

Lui, pensavo io, non sarebbe morto senza prima avvisarci.
Invece no, Don Vàzquez Montalbàn se n'era andato veramente, lasciandoci un po' più vuoti. E questo, che se ne sia andato via veramente, ci dava (e ci da) un po' di rabbia, un po' di coraggio.
Cosi ci succede abitualmente con le morti: prima sentiamo rabbia, poi tristezza, e subito dopo le due cose insieme.

Don Vàzquez Montabàn non era un nostro amico, era un nostro compagno. "Compañero de viaje", disse lui in uno dei suoi scritti. "Compañeros asì nomàs", abbiamo detto e diciamo noi. Non so se sia così anche per lui. Per noi e tutto.

Parlai con lui personalmente solo una volta, di modo che non cercherò di dire com'era o come non era.
Ricordo che, quella volta, ci siamo scambiati i saluti di rito e alcune battute scherzose su artisti spagnoli (Marisol, Joselito, Pili y Mili), credo anche che abbiamo intonato assieme quella canzone di "la vida es una tòmbola, tom, tom, tòmbola..." Certo che lui non riconobbe mai che l'abbiamo cantato assieme e mi aggiudicò il ruolo di solista. Dopo diventammo seri. Al meno l'abbiamo intentato. In realtà, quell'incontro mi sembrò allora come quando due pugili s'incontrano e passano i primi minuti del incontro studiandosi reciprocamente... per scoprire subito dopo che quello che deve essere colpito è l'arbitro.

Credo che lui cercasse di comprendere. Credo che lui cercasse di uscire dalla falsa alternativa dell'essere "fan" di Marcos o "antifan" di Marcos (dilemma allora di moda tra gli intellettuali progressisti). Mi sembra che , attraverso i suoi libri e la sua vita, Don Vàzquez Montalbàn abbia dimostrato che non era il tipo di abbracciare le cause acriticamente. Credo che, seguendo il marxismo di Groucho, non sarebbe diventato simpatizzante di una causa che lo accettasse come tale. Ancora di più, credo che non era neanche "fan" di se stesso. Non era di quelli intellettuali che cambiano dei e liturgie come si cambiano i pantaloni (quando se li cambiano).

Dopo aver letto i suoi saggi mi sono accorto di essere ateo perfino di Manuel Vàzquez Montalbàn, ma un credente convinto dell'esistenza del male e del bisogno di affrontarlo.L'affilato bisturi della parola non l'ha utilizzato soltanto per dissezionare i diversi poteri che si sono succeduti nella geografia mondiale. L'utilizzò anche di fronte alle reali o presunte opposizioni che lo specchio del Potere inevitabilmente produce. Perfino, intuisco, l'utilizzò per se stesso. Quando parlammo in quell'unica occasione, mi diede l'impressione di ricercare, sì, ma non una nuova causa che lo riscattasse nella distanza, oppure una delusione in più per rinforzare lo scetticismo di fronte a tutto (quell'elegante alibi per non impegnarsi in niente). Credo sinceramente che lui cercasse di vedere al di là dal passamontagna per scoprire e trovare un movimento: il movimento zapatista. Penso che l'abbia trovato, in altre parole, ci trovò.

Soltanto così posso spiegarmi la sua felice ostinazione nel sapere di noi, di stare con noi nella luce e nell'ombra, persino in Cataluña o in un aeroporto di Bankgok.

L'ultima lettera che ci mandò, fu in mezzo alla polemica scatenata a causa del nostro appoggio esplicito alla lotta politica e culturale del popolo basco. A differenza di quelli che hanno approfittato di quest'occasione per separarsi dalla nostra sempre scomoda compagnia e, dal "lindo" pulpito dei mezzi di comunicazione, ci accusarono (ingiustamente, come quasi immediatamente fu dimostrato) di essere dei sostenitori del terrorismo dell' ETA, Don Vàzquez Montalbàn ci mandò una lettera privata. In questa (credo che ora posso rivelarlo) ci metteva in guardia su quello che sarebbe accaduto: il zapatismo sarebbe stato collegato non con una giusta causa, ma con il crimine messianico. E chiaro che lui non pensava che il zapatismo avesse ricevuto l'abbraccio mortale del fondamentalismo, ci conosceva troppo bene. Ma era anche un gran conoscitore dei meccanismi dei mezzi di comunicazione di massa e su questo ci rimproverava. Le abbiamo risposto subito e sono quasi sicuro che fu soddisfatto. Così, ci fece arrivare uno dei suoi ultimi libri con una dedica che altro non era che il dirci "sono qui, con voi"; e reiterando la sua simpatia per Euskal Herria, appoggiò, assieme ad altre personalità della cultura europea, la nostra sprecata iniziativa "Una oportunidad a la palabra".

Ma, tornando a quel nostro unico incontro, ricordo che abbiamo parlato un po' di Antonio Machado. Tutti due ammiravamo il "Juan de Mairena", il suo mettersi in discussione, i suoi dubbi. Lungo la conversazione (si suppone che fu un'intervista ma in realtà fu una conversazione) siamo stati d'accordo su fatto che, molte volte, i migliori testi d'analisi politica si trovano nella letteratura universale, e , senza renderlo esplicito, abbiamo concluso che il mondo andrebbe molto meglio se i politici professionisti sapessero più di letteratura che di merceologia, e se leggessero più libri di poesia e di racconti, e meno rapporti statistici e comunicati stampa.

Detto questo, permettetemi una divagazione.

La stanza dove il Potere risiede è murata. La democrazia, ci dicono, consiste nel fatto che noi, quelli che stanno fuori e che sono i più, possiamo scegliere chi entra e chi esce. Ma si dimenticano di dirci che soltanto possiamo scegliere tra i pochi che i meno ci presentano. E non solo. Noi, i più e quelli che stanno fuori, che subiamo le conseguenze delle scelte fatte in quella stanza, non sappiamo nulla di questa. La politica, ci ripetono, è un affare di specialisti che possono comprendere soltanto gli specialisti.

Così ci troviamo con guerre che appaiono avvolte nella carta velina degli argomenti insostenibili, programmi economici che non sono altro che guerre "morbide", crimini culturali perpetrati nel nome della modernizzazione, annientamento delle identità diverse attraverso l'espediente veloce di eliminare quelli che le rappresentano.
Insomma: l'arbitrarietà assassina della forza, ma vestita di "ragione di Stato", di "ragione economica", di "ragione divina", di "ragione neoliberale".

Da qualche parte nel libro di Machado, Mairena ed i suoi allievi parlano del teatro, di come le scene in una stanza si svolgono nell'assenza della quarta parete, e che è quell'assenza che ci permette di sapere quello che succede dentro. Nello stesso modo, gli attori "parlano" i loro pensieri ed è così che sappiamo quello che succede all'interno di un personaggio.

Coloro che fanno dell'esercizio della ragione e dell'arte il proprio lavoro possono contribuire ad abbattere quella quarta parete della stanza del Potere e a fare "parlare" i personaggi che la abitano. Non solo potrebbero contribuire ad abbattere il mito della "politica specializzata" ed a fare scomparire l'alone sopranaturale del Potere, potrebbero anche contribuire ad avviare un altro mondo, uno migliore, uno dove possano entrare tutti i mondi.

La democrazia sarebbe in questo modo liberata dalla prigione degli spot pubblicitari, le frivolezze non sarebbero più i programmi di governo, e la stupidità non sarebbe più la bandiera sventolata, con orgoglio, dai governanti neoliberali.

Sarebbe meraviglioso che , quelli che stanno al Potere, fossero costretti a leggere al meno sette libri: uno di poesia, uno di fiabe, uno di racconti, uno di teatro, uno di saggi, uno di filosofia ... e uno di grammatica.
So che tutto questo può sembrare sovversivo, utopico, o tutt'e due le cose, non fateci troppo caso.
In realtà parlo di questo perché, se ci sono delle cose che possono definire il lavoro di Don Vàzquez Montalbàn, uno è il piccone con il quale si dedicò ad abbattere i muri e l'altro è l'abile ventriloquio con il quale fece parlare ai potenti ed agli intellettuali al loro servizio.

Credo che lui, Don Vàzquez Montalbàn, avesse un profondo rispetto per il lettore. Credo che si domandasse su cosa scrivere, perché e contro cosa, e che riportasse queste domande nella lettura: cosa si legge, perchè e contro cosa. E credo anche che, come scrittore, non ha espropriato le risposte ai suoi lettori.
Contraddicendo il titolo di uno dei suoi libri, non ha fatto dei "panphlet". Tutto il contrario, fece della parola una finestra, e ancora e sempre, nei suoi scritti, si premurò di mantenerla pulita e trasparente.

Al di fuori dei neoliberali, la parola solitamente ispira rispetto tra quelli che con lei si confrontano, cioè, tra quelli che la parlano e la scrivono e tra quelli che la leggono e la ascoltano.
Se qualcuno mi chiedesse un esempio che potesse sintetizzare la resistenza dell'umanità di fronte alla guerra neoliberale, nominerei la parola.
Ed aggiungerei che una delle sue frontiere più ostinate, e fortunate, è il libro.

Anche se, chiaramente, è una trincea molto diversa dato che si assomiglia straordinariamente ad un ponte. Perché chi scrive un libro e chi lo legge non fanno altro che attraversare un ponte.
E l'attraversare ponti, lo si trova in qualsiasi manuale d'antropologia che si rispetti, è una delle caratteristiche dell'essere umano.

E mi congedo, ma non vorrei farlo senza prima dichiarare che, se qualcuno mi chiedessi una definizione di Don Vàzquez Montalbàn direi che è stato, ed è, un ponte.

"Vale. Salud " e , che la vita, un giorno, scorra senza muri.

Note:

http://www.pagina12web.com.ar/diario/contratapa/13-47516.html

Tradotto da Alejandra Bariviera per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
fonte, l'autore e il traduttore.

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