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Uruguay: quello che il Sud insegna al Nord

2 marzo 2005 - Gennaro Carotenuto

Dunque Tabaré Vázquez è da oggi il Presidente degli Orientali. L’Uruguay
ha un governo di sinistra e finisce per sempre un’alternanza tra i
partiti tradizionali durata 170 anni. Tabaré è dunque in carica al
termine di una giornata che è un’apoteosi del consenso popolare al
governo frenteamplista –che da 15 anni amministra e bene la capitale
Montevideo- ed è chiamato come pochi governanti nella storia ad un
cambio radicale.
E Tabaré, in un discorso politicamente alto come poche volte era
capitato di ascoltare, conferma le aspirazioni di tutto un popolo. La
chiave di tutto è una volta di più la costruzione della Patria Grande,
di quel contesto regionale al quale costantemente si richiama Hugo
Chávez e al quale con sempre maggiore coscienza più paesi
latinoamericani si richiamano.
In questo va il primo insegnamento che il Sud oggi dà al Nord. La nostra
costruzione europea fredda, fatta di leggi economiche neoliberali
scritte a Maastricht e sancite con l’abortino del trattato
costituzionale, né ci appassiona né ci difende dalle sfide del secolo
XXI. Abbiamo costruito un grande mercato interno e poi neghiamo a noi
stessi il beneficio dei vantaggi che dal mercato interno possono
derivarci. La nuova America Latina, con i cammini tortuosi dovuti alla
dominazione imperiale statunitense, legge chiarissimo che il futuro sarà
comune o non sarà. In questo c’è chi corre di più, Chávez, e chi meno,
Lula, che è irretito dal miraggio di una costruzione del solo
“continente Brasile”, ma comunque non si sottrae al destino manifesto
della Patria Grande.

Ma non è tutto. Rispetto al 1999, quando Tabaré mancò l’elezione per
pochi punti, il contesto regionale è infinitamente più favorevole. Le
ricette neoliberali falliscono e retrocedono in tutto il continente.
Falliscono economicamente e retrocedono politicamente. L’impero è ancora
disposto a usare violenza e terrorismo ma è ferito. Lo sviluppo
diseguale descritto da Theotonio Dos Santos è in piedi, ma l’energia
venezuelana –politica prima ancora che petrolifera- è un motore oramai
instancabile che trascina con l’entusiasmo di una radicalità necessaria
che vuol dire innanzitutto salute, educazione, sovranità, decolonizzazione.
L’amore con il quale centinaia di migliaia di orientali hanno affollato
le strade innanzitutto per abbracciare Chávez, Kirchner e Lula indica
una volta di più a Tabaré il cammino regionale. L’illusione batllista
della piccola patria, della Svizzera d’America,z è per sempre alle
spalle in un paese che non ha ancora assorbito lo choc delle morti per
fame nel paese dove più carne si consuma al mondo. Il futuro è
latinoamericanista come ricorda il direttore di TvSur, la CNN del Sur,
Aram Aharonian. E proprio la nascita di TvSur è un passaggio decisivo
nella decolonizzazione delle coscienze, il primo progetto
controegemonico in materia di comunicazione nella storia del continente
ribelle.
Il primo marzo montevideano vuol dire molte cose. Il gelo della politica
europea è superato da una politica che scalda i cuori e convince le
menti e guarda e semina futuro. L’obbiettivo finale è quello della
seconda indipendenza, della decolonizzazione, della fine
dell’imperialismo. La stessa cerimonia, nella sua semplicità da grande
festa popolare, ha detto molte cose. Il gran cerimoniere è stato un uomo
che di cerimonie nella vita ne ha celebrate ben poche. Pepe Mujica,
guerrillero tupamaro, per nove anni torturato in un pozzo dalla
dittatura fondomonetarista, capo oggi del primo partito politico del
paese, Presidente del Senato e da domani Ministro ha visto Tabaré
giurare nelle sue mani. Il rapporto che il Pepe Mujica ha con il popolo
è la grande vittoria del Movimento di Liberazione Nazionale-Tupamaros,
che dalle camere di tortura è oggi governo rivendicando e non abiurando
il proprio passato. Non sono i “terroristi” tupamaros gli sconfitti,
quelli che devono vergognarsi del loro passato. Sono i governi
fondomonetaristi, l’ FMI stesso, che hanno portato fame, morte e
distruzione nella ex-Svizzera d’America quelli che escono di scena
coperti di disonore. La dignità insorta dei tupamaros trionfa ed è oggi
maggioranza nel paese, l’avidità neoliberale è sconfitta e rincula,
sempre pericolosa, ma come mai screditata.

La serietà spiccia degli uruguayani ha semplificato il rituale, ed anche
nelle forme c’è il senso della democrazia che lentamente sta trionfando.
Tutti gli ospiti d’onore, ministri, capi di stato, sono stati caricati
in 4-5 autobus nei passaggi tra il Palazzo Legislativo e la Casa del
Governo, attraverso le centinaia di migliaia di persone che hanno
affollato l’Avenida Libertador. Tutti, da Lula al Principe Felipe di
Borbone a Nestor Kirchner, si sono accomodati amichevolmente su quei
pullman dell’impresa EGA, gli stessi che fanno la spola quotidianamente
tra Montevideo e Porto Alegre alla ricerca del nuovo Sud possibile.
Tutte le delegazioni meno una sono salite su quei pullman, quella
statunitense, che ha ostentato la Zigulí blindata di Al Capone per non
mescolarsi con le altre delegazioni ed ha già iniziato le sue
schermaglie di inimicizia verso il governo popolare, in un paese dove
“l’ambasciata” dettava gli ordini ai tagliagole del Piano Condor. Ma
adesso non è più tempo. Trent’anni dopo il genocidio voluto dal Fondo
Monetario Internazionale, l’America Latina ha una nuova occasione
storica sulla strada della decolonizzazione necessaria, indispensabile,
ineludibile, inevitabile.
Una volta di più “Festejen, uruguayos, festejen”.

Note:

http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?id=95

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