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profezia di una morte

El Salvador:a 25 anni dal martirio di Mons. Oscar Romero

Assassinato ai piedi dell’altare nel 1980, il ricordo del vescovo salvadoregno rimane ancora vivo tra la sua gente. La sua vita e la sua morte, una sfida per tutta la chiesa.
2 marzo 2005 - Giulio Battistella
Fonte: Nigrizia

El Salvador, una minuscola nazione dell’America Centrale, fine anni ’70, inizio anni ’80. Alla guerriglia di sinistra risponde la repressione indiscriminata dei governi di destra. Colpiti non sono solo i guerriglieri, ma anche ogni espressione popolare che cerca un miglioramento della situazione di miseria cronica in cui versa la stragrande maggioranza della popolazione (sindacalisti, politici di sinistra, leader di quartiere, sacerdoti e suore). Nel mezzo, un pastore, mons. Oscar Romero, arcivescovo della capitale San Salvador, che nelle sue omelie domenicali denuncia ogni violenza, ogni ingiustizia.
24 marzo 1980, vigilia della festa dell’Annunciazione. Ore 18:25. Nella cappella di un ospedale per malati incurabili l’arcivescovo sta celebrando la messa. È il momento dell’offertorio. Si odono due spari e il prelato cade morto. A sparargli, sicari armati dalla destra.
Sono passati 25 anni da quella sera e tante cose sono cambiate. Ma quella morte appare sempre più come il segno paradigmatico di una svolta nella coscienza dell’umanità, che orienta e illumina il cammino nel terzo millennio. Si comincia a prendere coscienza che il problema più profondo da superare non è la sfida Est-Ovest (comunismo-capitalismo), ma lo squilibrio tra il Nord e il Sud, cioè tra paesi ricchi sempre più ricchi e paesi poveri sempre più poveri, e che la via da seguire non è quella che stiamo percorrendo (violenza, terrorismo, guerra), ma quella della non violenza e della forza della coscienza dei singoli individui e dei popoli. Forse questo spiega perché, a ogni anniversario della morte di mons. Romero, ci siano celebrazioni, manifestazioni e pubblicazioni che ricordano l’evento e ne danno interpretazioni.

Persecuzione

24 marzo 1981, Milano, piazza del duomo. C’è una manifestazione promossa dalla Federazione sindacale unitaria (Cgil, Cisl, Uil) per commemorare mons. Romero. Dentro la cattedrale, il card. Martini celebra la messa della vigilia dell’Annunciazione; durante l’omelia, parla anche di mons. Romero.
Esco e mi dirigo verso il centro della piazza, dove, su una tribuna, siedono le autorità che prenderanno la parola. M’hanno telefonato per chiedere la presenza di un sacerdote: «Non troviamo nessuno disposto a venire». Un invito a un incontro un po’ insolito, ma da non trascurare. E ci sono venuto.
Verso il tramonto, ecco il corteo da Piazzale Cadorna: circa 6.000 lavoratori e simpatizzanti. La piazza si riempie di bandiere rosse. Come se le sinistre volessero fare anche di mons. Romero una loro bandiera. Ma non è così. E cerco di spiegarlo, con le parole stesse del vescovo ucciso, schierato né a destra né a sinistra, ma al fianco del popolo.
Leggo un brano del discorso che mons. Romero ha tenuto all’Università di Lovanio (Belgio), meno di due mesi prima di essere ucciso: «Negli ultimi tre anni, la chiesa di El Salvador è stata perseguitata. È importante chiederci perché. Notate: non è stato perseguitato un sacerdote qualsiasi, né attaccata una qualunque istituzione; si è perseguitato e attaccato quella parte di chiesa che si è posta al fianco del popolo povero e ne ha preso le difese. La persecuzione è la conseguenza di questa scelta di assumere il destino dei poveri. La vera persecuzione è diretta contro il popolo povero, che oggi è il Corpo di Cristo nella storia. Popolo crocefisso come Cristo, perseguitato come il Servo di Jahvè. I poveri completano nel proprio corpo ciò che manca alla Passione di Cristo. Quando la chiesa si organizza e si riunisce attorno alle speranze e alle angosce dei poveri, essa subisce la stessa sorte di Cristo e dei poveri: la persecuzione».
Dico ai 6.000 presenti in piazza che mons. Romero ha condiviso il calvario dei poveri in piena consapevolezza. Una settimana prima di essere ucciso, parlando con un giornalista dell’Excelsior, un giornale messicano, ha detto: «Sono spesso minacciato di morte… Come pastore, sono obbligato, per mandato divino, a dare la vita per coloro che amo – che sono tutti i salvadoregni – e anche per coloro che mi vogliono uccidere».

Primato della coscienza

Aggiungo che l’arcivescovo ha sempre fatto appello alla coscienza di chi l’ascoltava. Non ha mai detto ai poveri e alle organizzazioni popolari: «Armatevi»; ai soldati, agli ordini dei potenti di turno, ha ripetuto: «Disarmatevi». Nella sua ultima omelia, il giorno prima della morte, si è rivolto ai militari: «Fratelli, voi appartenete al nostro stesso popolo. Voi uccidete i vostri stessi fratelli contadini. Di fronte all’ordine di uccidere dato da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: “Non uccidere!”. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio. Una legge immorale non obbliga nessuno. È tempo che recuperiate la vostra coscienza e obbediate a essa, non a ordini peccaminosi. In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo martoriato, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno, vi supplico, vi prego, vi ordino: “Che la repressione finisca!”». Un chiaro invito all’obiezione di coscienza. Fu la firma della sua condanna. È stato il suo ultimo testamento.
E concludo così: «Mons. Romero ci ricorda che il solenne giuramento che i soldati fanno – in America Latina come nel resto del mondo – non deve essere più di fedeltà agli ordini di un generale, ma ai dettami della propria coscienza. E la coscienza vieta di sparare su inermi; impone la scelta di porsi al fianco dei poveri e non dei potenti che li opprimono. L’invito all’obiezione di coscienza fatto da mons. Romero 24 ore prima di essere ucciso è un messaggio profetico che la chiesa dovrà meditare. Perché forse è l’unica alternativa alla violenza fratricida».

Scaltri per il Regno

Marzo 2005. A 25 anni da quella morte violenta, s’intravede un’obiezione di coscienza ben più vasta e generalizzata: un’obiezione non solo alle armi usate male, ma anche a un mercato, a una finanza, a un voto che sono privi di etica, perché contrari al bene comune.
Dovremmo meditare di nuovo l’amara conclusione che Gesù ha tratto dalla parabola dell’amministratore disonesto: «I figli di questo mondo, verso i loro pari, sono più scaltri dei figli della luce» (Luca 16:8). I “figli di questo mondo” sono coloro che cercano solo i propri interessi; i “figli della luce”, coloro che, avendo saputo che Dio ha un progetto di comunione per tutta l’umanità, hanno accettato di collaborare alla realizzazione di tale progetto. Gesù definisce i primi “più scaltri” dei secondi, perché riflettono sul modo di gestire i loro beni per garantirsi un futuro. Noi, che vogliamo collaborare con Dio perché “venga il suo Regno”, per secoli non ci siamo chiesti se l’uso che facevano del denaro garantiva il futuro di tutti, la pace, la comunione. Nel commerciare, nel risparmiare e nel votare, abbiamo cercato i nostri interessi immediati, badando soltanto a non fare imbrogli. E non ci siamo accorti che, così facendo, abbiamo costruito e rafforzato meccanismi commerciali e finanziari che, a livello internazionale, «hanno prodotto ricchi sempre più ricchi, a spese di poveri sempre più poveri» (Giovanni Paolo II a Puebla, nel 1979), con il conseguente terrorismo della disperazione.
Oggi, si tentano nuove vie per servire Dio anche nell’ambito economico, sottraendoci alla cieca logica del denaro, che domanda di crescere sempre, non importa come. È apparso un settore dell’economia – il cosiddetto “terzo settore” – che si definisce “non profit”: commercio equo e solidale, banca etica, ecc. Sono piccole cose, quasi insignificanti nel contesto della macroeconomia, ma tali da far crescere una presa di coscienza nelle masse, una simpatia verso forme di economia e di politica meno aggressive e più responsabili del bene comune. Anche perché non ci sono molte alternative: o questa presa di responsabilità a tutti i livelli, o il caos sempre più grande.
Questa presa di coscienza non è facile. Più che di manifestazioni (pure importanti), c’è bisogno di testimoni seri, disposti a pagare di persona. Perché non si tratta di cambiare un governo o un sistema economico: va cambiata la cultura consumistica dei popoli.
I primi cristiani non cambiarono un imperatore con un altro (sarebbe servito a poco): mutarono la cultura violenta dei popoli. Da spettatori di giochi circensi sanguinari, si passò a essere le vittime delle fiere nel circo. Finirono i giochi e il sadico divertimento di decidere della vita o della morte del vinto. Cambiamento difficile, sì, ma è accaduto varie volte nella storia. Ed è destinato ad accadere ancora. Perché non è soltanto il nostro sogno, ma anche quello di Dio. Perché un vescovo come Romero ha saputo vincere le paure e dare la vita per questo sogno.
Sapremo vincere le paure di spostare un deposito da una banca amorale a una etica? Sapremo scegliere sul mercato il prodotto meno nocivo, che non danneggia, non sfrutta né l’uomo né l’ambiente? Mons. Romero (lo proclameranno santo un giorno?), il vescovo ucciso sull’altare, ci dia la gioia di vivere in un mondo migliore, un mondo che crediamo possibile e che possiamo iniziare, già da oggi, con le nostre scelte di tutti i giorni.

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