I miei fratelli piccoli

Piangono. Fanno domande. Disturbano.
Ci ricordiamo dei bambini solo per il catechismo e la prima comunione.
Ritratto di una Chiesa che non ascolta i più piccoli.
Paolo Sartori
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Tra le minoranze esistenti nella Chiesa cattolica – ma forse il discorso potrebbe estendersi anche alle altre Chiese cristiane – vanno annoverati i bambini. La cosa può sembrare paradossale, dal momento che ogni parrocchia cattolica organizza molteplici iniziative per i minori lungo l’anno: dagli incontri di catechesi, alle celebrazioni per ragazzi, alle attività ludiche e di socializzazione (grest, campi-scuola, oratorio domenicale). Dei bambini si parla dunque anche troppo, e non a caso uno degli imperativi che da decenni circolano nel mondo della catechesi e della pastorale in generale è quello della necessità di ripartire dagli adulti. Eppure questa ampiezza di iniziative e strumenti non pare aver condotto a una coscienza complessiva e condivisa circa il rilievo che ha la figura del bambino per la fede della comunità e per la stessa comprensione del Vangelo. È probabile che tra i passi evangelici tuttora più oscuri vi sia quello che assegna il Regno dei cieli a quanti sono “come bambini” (Mt 18,3 e par.). Ma chiediamoci quali sono i segni che ci fanno percepire i bambini come minoranza all’interno della Chiesa.

Fotografia

In primo luogo, va notato che l’attenzione al ciclo di vita del bambino non è del tutto omogenea. Tale attenzione, in effetti, comincia solo verso i 3 anni (se il bambino frequenta una scuola dell’infanzia di ispirazione cattolica, realtà peraltro non diffusa in maniera uniforme sul territorio) oppure addirittura verso i 7- 8 anni (quando il bambino viene iscritto dai genitori alla catechesi per il completamento dell’iniziazione cristiana). Nel primo caso vengono ignorati gli anni della primissima infanzia, decisivi per l’acquisizione della “fiducia di base” di cui parla lo psicologo E. Erikson; nel secondo caso si concentra quasi tutta l’azione pastorale della Chiesa verso i bambini sui, 4-5 anni della catechesi di iniziazione cristiana. Siamo ancora condizionati da uno schema mentale e pastorale che attribuisce alla comunità cristiana la trasmissione dei contenuti della dottrina cristiana e la preparazione prossima ai sacramenti. L’accompagnamento, discreto e cordiale, delle varie età e fasi della vita umana – colta come luogo di manifestazione dell’appello di Dio e come realtà redenta dalla Pasqua – è ancora più un obiettivo che una realizzazione compiuta. Entrando poi nel vivo delle modalità in cui viene svolta la catechesi ai fanciulli, si riscontrano forme immutate da decenni, con operatori spesso poco preparati (e scelti nella convinzione che parlare ai bambini sia cosa facile e immediata). Prevale inoltre la tendenza al discorso espositivo – una sorta di piccola lezione, tenuta in aula, con registri delle presenze, testo di lettura, ecc. –, mentre la narrazione, la drammatizzazione, il suscitare emozioni sono lasciati a qualche occasione straordinaria.

Piccoli fedeli

Non stupisce, in questa linea, la scarsa capacità di introdurre i bambini nella celebrazione della comunità. I genitori di figli piccoli che vengono in chiesa non paiono essere molti; meno ancora coloro che sono invitati a portare i figli con sé; in ogni caso non si è fatto molto negli ultimi tempi per incrementare la capacità di accoglienza da parte delle comunità cristiane: spesso i genitori con bambini piccoli sono a disagio, temono le conseguenze del pianto o dell’irrequietezza del bambino, rammentano situazioni nelle quali il presidente dell’assemblea ha invitato bruscamente a portar fuori di chiesa i piccoli che “disturbavano”. L’atteggiamento dei discepoli di Gesù, che volevano difendere il maestro dal contatto con bambini “fastidiosi”, è duro a morire. Al di là di questi casi-limite, è constatazione comune la difficoltà di valorizzare la presenza dei piccoli durante i momenti assembleari della comunità. La messa domenicale rischia di essere, in concreto, quasi l’unico momento in cui ai bambini di oggi viene imposta un serie di comportamenti a comando (alzarsi, sedersi, inginocchiarsi, cantare, tacere, rispondere ad alta voce...); l’ambizione, poi, sarebbe quella di riuscire non tanto a favorire il sorgere di atteggiamenti spontanei, ma di ottenerli per imitazione e imposizione (come pregare, che cosa dire al Signore, come stare davanti a lui...). Tra gli elementi rituali che vengono maggiormente disattesi vi è la possibilità offerta dal Direttorio delle Messe con i fanciulli di affiancare o sostituire alla voce del presbitero quella di una persona più adatta nel dialogo con i bambini; mette inoltre un poco di tristezza vedere la preghiera dei fedeli ridotta a “quarta lettura” festiva: se la cosa colpisce quando a proporla sono persone adulte, a maggior ragione quando si trasforma nel difficoltoso esercizio di lettura da parte di un ragazzo di un foglietto scritto da altri, spesso contenente espressioni che sono degli adulti (e degli adulti “ecclesiastici”) più che dei bambini. Complessivamente, ciò che va notato è la difficoltà nel riconoscere il protagonismo del bambino. Come nonni e genitori tendono a dire che i bambini intorno ai 15-30 mesi sono nell’età “più bella”, così pare che le nostre parrocchie considerino “belli” e “buoni” i bambini piccoli, specie se tenuti lontano dai momenti ufficiali di incontro comunitario; quando poi crescono, diventa impellente la necessità di indirizzarne la vivacità e di controllarne i possibili esiti “disturbanti”, fino a che la catechesi classica si incaricherà di dare nozioni e di far apprendere comportamenti. Al di là della retorica in occasione del natale o di qualche altra occasione particolare (festa delle famiglie, festa della scuola dell’infanzia ecc.), i bambini sono scarsamente valorizzati come soggetto: con una loro voce, con i loro gusti, con le loro idee, con il loro apporto sia pure iniziale. Mentre Gesù ha scelto di aver bisogno dei pochi pani e pesci del ragazzo presente alla scena della moltiplicazione dei pani, noi sembriamo avere strumenti in abbondanza: una serie di risorse intellettuali e spirituali cui i bambini possono solo attingere e non certo contribuire a riesprimere e a integrare.

Quali nuove proposte?

Eppure avere 6 o 7 anni non è lo stesso che avere 6 o 7 mesi, e le possibilità di favorire la crescita spirituale del soggetto esistono, come afferma il presidente della CEI: “Se aiutiamo i bambini di oggi a vivere e a camminare da bambini alla presenza del Signore, nella gioia e nella serenità, nella dignità e nella libertà, abbiamo posto la premessa migliore per il loro sviluppo armonico domani” (C. Ruini, Presentazione del Catechismo dei Bambini). Dove la precisazione più interessante è forse quel “da bambini” che invita a lasciare che i piccoli siano se stessi, esprimendosi con gli atteggiamenti che sono loro caratteristici e che possono parlare al “mondo degli adulti” (e degli adulti “cristiani”). Invece, impostando le cose alla rovescia (volendo fare subito dei bambini “piccoli adulti” e obbligandoli a esprimersi con parole e comportamenti non loro), si rischia di lasciare i bambini in una condizione di reale minorità – che è altra cosa rispetto alla minore età dal punto di vista legale. Naturalmente questa fotografia della realtà può essere parziale. Ciò che interessa è però suscitare un’attenzione e invitare a un cambiamento di rotta, che può iniziare da scelte possibili e foriere di conseguenze. Basterebbe, in primo luogo, favorire le famiglie che volessero mettere in atto quanto suggerito con sapienza e perspicacia dal catechismo dei bambini nella sezione intitolata “Oltre le mura di casa – accolti nella casa del Signore”, dove si legge tra l’altro: “Spesso i bambini danno fastidio con il loro pianto o le loro domande, ma questo non è motivo per escluderli dai momenti comunitari [...]. Condotti per mano dai genitori, dai nonni o dai fratelli, i bambini possono scoprire nella chiesa parrocchiale un mondo più vasto della loro casa: persone di tutte le età si incontrano, parlano, pregano, vivono momenti di festa. [...] Accogliere i bambini è chiamarli a partecipare, chiedendo loro di fare piccole cose utili o significative” (“Lasciate che i bambini vengano a me”, n. 209-210). In questo modo la “terra di nessuno” che si colloca tra il battesimo e l’inizio della catechesi (l’espressione è del pastoralista S. Lanza) comincerebbe a essere “abitata”, con semplicità ed efficacia.

Con la bocca dei bimbi

Per chi volesse “osare” un po’ di più, si potrebbe immaginare qualche forma di collaborazione dei bambini alla catechesi svolta in età scolare. Mentre scrivo, il quotidiano “la Repubblica” pubblica la lettera dei bambini di una classe IV elementare di Palermo, che hanno ottenuto da uno dei loro insegnanti una mattina la settimana in cui sono loro a turno a tenere la lezione. Dalla lettera emerge l’entusiasmo per questa possibilità che è stata accordata ai “piccoli maestri”, e si può immaginare il sorriso del maestro “vero” che è riuscito con questa decisione a non mortificare un’idea dei bambini, ad attirarli più volentieri a scuola almeno un giorno la settimana e a far sì che ciascuno di loro possa esprimere le proprie qualità nella preparazione della “lezione” che gli tocca. Mi chiedo se esista qualche parrocchia italiana in cui – almeno una volta ogni tanto, magari solo una volta al mese – si ha il coraggio di lasciar fare la catechesi ai bambini, certo accompagnati dall’esperienza e dallo sguardo benevolo degli adulti. Dopotutto, al di là delle opportunità pedagogiche di tutta evidenza, noi sappiamo che un battezzato ha ricevuto il dono dello Spirito: lasciar parlare i bambini nella Chiesa è dar seguito oggi alle parole del salmista: “Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari” (Salmo 8,3).

 

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