DON TONINO

Fare Chiesa, insieme

Don Tonino è stato protagonista dell’assemblea nazionale di Pax Christi. Riprendiamo, in questo e nei prossimi numeri, le riflessioni proposte. A partire dal modello di Chiesa che ci ha lasciato in eredità.
Serena Noceti (Teologa)

Il modello ecclesiologico è un tema-sottofondo di tutto il pensiero e l’azione di don Tonino. Parlo appositamente di “modello”, come insieme dei tratti essenziali per pensare e interpretare la “Chiesa”.
Per cogliere tale modello ecclesiologico è essenziale riferirsi da un lato agli scritti occasionali e alle scelte pastorali compiute da don Tonino, dall’altro dare ampio rilievo al suo progetto pastorale. Il modello ecclesiologico serve non solo per descrivere o per capire la Chiesa, così come essa è oggi o come essa è nei suoi elementi portanti e “permanenti”, ma serve a delineare un modello “per”, cioè un modello che ha in sé la capacità trasformativa e generatrice. Un modello che permette di vivere nella logica del “frammento anticipante” il volto ultimo di Chiesa desiderato e sognato.

Una Chiesa che ascolta
Il cuore del modello ecclesiologico di don Tonino, dinamico e qualificato dalla storia, è nell’ecclesiologia di comunione, la stessa che tutta la Chiesa italiana degli anni Ottanta stava recuperando come proprio orizzonte complessivo. Questo aspetto del pensiero di don Tonino è stato ampiamente studiato, soprattutto nei suoi fondamenti – trinitario ed eucaristico – alla pari dell’immagine di “convivialità delle differenze” che è nome della pace e dovrebbe quindi essere anche “nome di Chiesa”. Orizzonte e sfondo è la Lumen Gentium, in un ricordo conciliare che necessita nuovo vigore e nuova memoria attualizzante.
Un primo elemento rilevante del suo modello del “fare e farsi chiesa”, è nella struttura del piano pastorale che ci permette di cogliere il principio fondativo della Chiesa: la Parola, annunciata, celebrata, testimoniata.
È la Parola del Vangelo, la Parola del Regno di Dio, che fa nascere la “Chiesa per il regno, totalmente relativa al regno e al mondo”. È una Chiesa che parte dalla comunicazione, intesa come valore, come strumento di crescita. Una comunicazione multidirezionale, non più da chi sa a chi non sa, dal vescovo al prete, al laico, ma da uno all’altro, da ognuno a tutti. È comunicazione capace di ridare a ognuno la dignità della parola, come espressione di quella dignità di cui ciascuno è segnato e come parola necessaria per comprendere il Vangelo e il mondo, la profezia e la poesia, la forza delle immagini, delle metafore, ma anche il racconto del bisogno, l’intuizione di ciascuno, l’ascolto continuo di tutti e la parola di parrhesia.
È comunicazione in parole pronunciate, in scritti offerti, in ascolto attento. È comunicazione in segni forti, parola performativa, che ha come soggetto tutti i cristiani – comunicazione che chiede al vescovo di parlare, ma anche – prima – di ascoltare. Questo è perfettamente conforme alla Lumen Gentium in cui si prospetta una Chiesa profetica: è opportuno conoscere i linguaggi del mondo di oggi per poter meglio annunciare il Vangelo e per poterlo meglio comprendere.

Un sacerdozio comune
La comunicazione della fede ha bisogno di un linguaggio nuovo, non più stantio, né “ovviamente religioso”, ma radicalmente umano, che richiama a esperienze e a sensazioni vissute, perché sia possibile, come diceva il suo motto episcopale, che “ascoltino gli umili e si rallegrino”. A tale elemento si aggiunge la ricerca di porre “segni di Chiesa” – segni del soggetto collettivo “Chiesa” – profezia collettiva.
Solo un soggetto collettivo può essere segno della comunione del regno. Solo un certo modo diverso di vivere i rapporti e il potere può provocare le altre istituzioni sociali. Logica conseguenza è poi la scelta del mondo, o meglio il riconoscimento del mondo, come luogo fatto proprio di Dio e quindi luogo della Chiesa, modello di Chiesa nella storia: “La Chiesa planava dai cieli della sua disincarnata grandezza e sceglieva di collocare definitivamente il suo domicilio sul cuore della terra” (LG).
Non posso non richiamare questo aspetto, lungamente studiato, dell’ecclesiologia di Tonino Bello, ma vorrei riaccostarmi a esso da un altro punto di vista: quello del recupero del sacerdozio comune “regale”, come sacerdozio dei fatti, della vita, dell’esistenza quotidiana, prima di ogni sacerdozio dei riti e delle liturgie, che svuota di significato qualsiasi contrapposizione religiosa tra sacro e profano. Il sacerdozio comune è nella “Chiesa del grembiule”, nella “stola e grembiule”: “La cosa più importante non è introdurre il grembiule nell’armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che stola e grembiule sono quasi il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale, sono come l’altezza e la larghezza di un unico piano di servizio”. Il richiamo alla diaconia del Cristo vive di questa nuova prospettiva del Gesù-laico, sacerdote nel dono di se stesso.
La Chiesa cattolica recupera questo volto di Gesù dopo 1500 anni di oblio, in LG 10-11. Anche a tal proposito il post-Concilio rischia di sostituire questo tratto con il volto di un laicato cattolico sempre più trattato dalla longa manus della gerarchia, sulla base di principi indicati da papa e vescovi e di un ministero ordinato e riproposto nella linea dell’“intermediario tra Dio e il popolo” (Pastores dabo vobis, Ratzinger).

Una Chiesa povera
Quanto ai soggetti, essi sono a un tempo soggetti individuali e collettivi: i due piani sono sempre ben presenti, connessi, correlati, non riducibili l’uno all’altro, entrambi necessari. È una Chiesa di persone concrete, plurale, “fatta” di molti volti riconoscibili, di nomi, di grandi e piccole storie di ciascuno e dei gruppi sociali e umani a cui ognuno appartiene. È il volto di una Chiesa comunità, una forma di aggregazione in cui le relazioni umane sono reali, primarie, in cui si dà riconoscimento a ciascuno, possibilità di partecipazione autentica; un soggetto collettivo che si può riconoscere sul piano del segno significativo di comunione e sul piano dell’azione profetica. È una Chiesa-popolo, non Chiesa d’èlite, non di perfetti, non comunità-setta di rifugiati impauriti dal mondo, ma popolo che cammina nella storia, immagine della tenda che ritorna.
È la definizione preziosa di Chiesa che il Concilio ha consegnato in LG 9: “In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera per la giustizia. Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità”. Essa delinea un popolo “nuovo”, segnato da una missione messianica: servire la pace, la lotta per la giustizia e per i diritti che hanno segnato la vita e la prassi episcopale di Tonino Bello sono in questa logica.
Infine, il modello di “Chiesa povera”. Penso che sia il punto-forza, il punto chiave del suo modello, quello che fa la differenza rispetto a una pur ribadita “opzione per i poveri” della Chiesa italiana. Non è una comunione qualsiasi quella ecclesiale, è comunione di un popolo, il popolo di Dio che sceglie un modo particolare di essere nella storia: sta dalla parte dei poveri, in loro ascolto: “Si tratta di scegliere la strada battuta dagli ultimi come il luogo da dove parte la liberazione operata dal Signore”. La Chiesa si fa povera, proprio come Gesù: “Cristo da ricco si fece povero: così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria sulla terra, ma per diffondere, anche con il suo esempio, umiltà e abnegazione” (LG 8).
Sono parole dimenticate dalla Chiesa di oggi, che fa di tutto per apparire, che vuole continuamente affermare i propri diritti, che sceglie mezzi potenti, che cerca l’alleanza dei forti e non si sforza di animare processi collettivi di formazione delle coscienze al senso critico, all’impegno fedele che sa accettare le sconfitte che infliggono i potenti ai ribelli, alla responsabilità per il bene comune. Appare il volto di una Chiesa che non sa più riconoscere nella speranza ciò che lo Spirito opera nella storia. Quella che don Tonino voleva era, invece, una Chiesa “del grembiule”, che “non totalizza indici altissimi di consenso… Occorre riprendere la strada del servizio, che è la strada della condiscendenza, della condivisione, del coinvolgimento in presa diretta nella vita dei poveri”.
Leggendo i testi di questo vescovo ho avvertito nostalgia e un grande desiderio di sentire la mia Chiesa parlare ancora così e motivare gesti profetici: perché i gesti evangelici creano interruzione, generano dislocazione, interrompono le abitudini consolidate del religioso e ci portano nei terreni inesplorati della vita e del mondo tanto più grande.

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