Tre considerazioni su primarie, Chiesa cattolica, la cultura di partito

21 marzo 2010 - Giancarla Codrignani

NUMERO UNO: LE PRIMARIE
A Bologna l’associazione De Gasperi ha posto tempestivamente – e opportunamente – il problema delle più o meno prossime elezioni amministrative e della necessità di andare alle “primarie” meglio attrezzati. Era ovvio che ci fosse contrapposizione tra la sana competizione dal basso di una meglio orientata società civile e la necessaria autonomia dei partiti. Aleggiava qualche schematismo: riferendosi tutti i presenti al Partito Democratico, è rimasta contraddittoria la tendenziale priorità della “società civile”, dato che nessuna delle due scelte è geneticamente privilegiata. La forma-partito è in crisi nel mondo e la società civile deve accorgersi che o è capace di avanzare progetti innovativi oppure apre la strada a un nuovo “principe” senza neppure rendersi conto di secondare un cammino forse rischioso. Se un partito si definisce “democratico”, deve essere reso tale da chi ci crede e dà contributi costruttivi (appunto come società civile) a un ceto dirigente che attualmente, per carità di patria, definiamo debole.
Inutile blaterare sul sistema maggioritario se non vogliamo essere riportati al tempo in cui, poco costituzionalmente, le elezioni anticipate erano prassi normale. Tuttavia il maggioritario evidenzia la personalizzazione di chi si propone o viene proposto. Bene, dunque, il correttivo delle “primarie” non a caso funzionali alla società americana che è lobbistica. Nessuno è nato ieri e quindi nessuno ignora che la competizione può sfuggire, soprattutto in un sistema dominato dai mass-media, al controllo democratico. Per fare qualche esempio: 1) se le primarie si tenessero a Caserta (ma le mafie hanno basi solide anche al Nord e le certificazioni antimafia diventano sempre più necessarie), chi – e con quale sbarramento di fuoco mediatico – potrebbe candidarsi? 2) se una grande impresa fosse interessata ad avere influenza nelle amministrazioni e nelle istituzioni, quale “base” in democratica competizione potrebbe reggere il confronto-spese? 3) sostengo nelle attuali regionali una candidata che non possiede troppi mezzi; un candidato della stessa lista ha messo la sua locandina nel supplemento del venerdì di “Repubblica” e un altro ha acquistato uno spazio sul giornale di partito: l’uguaglianza dei punti di partenza vale nelle elezioni del centro-sinistra o si passa direttamente al mercato? Bisognerà chiedersi quali regole servono a prevenire guai a un Paese che con le norme sembra avere poca dimestichezza.

NUMERO DUE: LA CHIESA CATTOLICA
Ho seguito su TV3 l’intervista di Philippe Daverio allo scultore giapponese Kengiro Azuma che, quando era giovane pilota, voleva immolarsi come kamikaze per il suo imperatore. La fine della guerra impedì il suo sacrificio, ma lo gettò nella disperazione perché con la sconfitta era caduta per sempre la fede nell’imperatore-dio. La mia Chiesa – sono cattolica – non si accorge che non scompare la fede, ma l’incapacità di dire come nuove nella contemporaneità le parole della fede genera sfiducia e abbandono. Il Concilio Vaticano II, proprio per non essere dogmatico ma pastorale, aveva riaperto il cammino di ricerca con tutti gli uomini e le donne del mondo. Il magistero attuale, al contrario, guarda indietro e non accetta che i cristiani del terzo millennio rifiutino la sottomissione a direttive politiche calate dall’alto contro la loro legittima libertà di coscienza. A Bologna un vescovo sostiene che “i comunisti si debbono vergognare”: io non ero comunista, ma ho scelto di affiancare il PCI perché ero stanca dell’abuso del termine cristiano da parte di un partito solo “clientelare”. La proposta politica del Pci, negli anni di Moro, era quella di un partito socialista di tipo europeo e si guadagnò il consenso di molti cattolici impegnati. Moro stesso fu accusato di filocomunismo e le BR che lo uccisero, a prescindere dalle nebbie che ancora occultano la verità, dipendevano da ideologismi antagonisti proprio al riformismo del Pci. Oggi la polemica anticomunista è un residuale strumento di sostegno al centro-destra e, insieme con le accuse di relativismo e di laicismo – come un tempo erano state le condanne contro illuminismo, unità d’Italia, diritti umani – rappresenta una storia di cui oggi, come cristiani, ci si vergogna. Benedetto XVI critica liberismo e consumismo, ma condanna (o permette che la Cei condanni) il riformismo ed esce dalla carità (proprio lui che detto “Deus caritas est”) nei confronti di divorziati (escluso Berlusconi), preti sposati, omosessuali, Eluana e il suo babbo... Il futuro vedrà viva la parola di Cristo se i pastori avranno più fede e meno paura e se ricorderà che monsignor Camara era solito dire sorridendo che, quando predicava il Vangelo, era rispettato come vescovo cattolico, mentre quando lo applicava lo definivano “comunista”.

NUMERO TRE: LA CULTURA DEI PARTITI
Davanti alla corruzione di destra e di sinistra che passa attraverso compravendita di corpi femminili, le donne richiamano i partiti a rendersi conto dell’oggettiva omertà maschile che investe e danneggia le istituzioni. Molti uomini, in particolare molti responsabili politici e istituzionali, non si rendono conto che si tratta di critiche non moralistiche. Anche per le donne i rapporti fra consenzienti, perfino mercificati o casuali, non sono reati. Quello che non tollerano è che una persona che abbia una debolezza notoria (che può essere anche il gioco o l’alcool) e che potrebbe diventare ricattabile, venga candidata come se non fosse a rischio. Io difendo le donne, ma so bene che un avversario politico può comperare una ragazza per farle dire di essere stata molestata (e la molestia è reato): lo scandalo esplode e, anche se lo si smonta, il danno, almeno di immagine, è fatto. Quello che, in genere, non solo molti uomini, ma anche molte donne non accettano è che vi siano limiti oltre i quali il privato diventa direttamente pubblico: non sono le libere relazioni a creare sconcerto, ma le ipotesi di danno pubblico e di reato che si possono configurare. A Bologna un sindaco ha fatto la campagna elettorale accompagnato da una moglie, a cui ha fatto seguito poi un’altra donna che gli ha dato un figlio: tanto gossip, ma non altro. Siccome la nuova compagna di vita abitava in un’altra città, i due hanno fatto i pendolari; ma nessuno ha pensato di darle un ufficio in Comune. Un vice-presidente di Regione, invece, aveva un’amante negli uffici dell’istituzione: fatti loro, tranne che per il particolare delle trasferte di servizio pagate con denaro pubblico e delle donazioni non trasparenti. Perché questi sono reati, mentre né la relazione in quanto tale, né la vendetta di una donna abbandonata lo sono. I politici debbono abituarsi a non candidare gente a rischio di ricatti per il danno immediato che deriva dall’intervento del tribunale a difesa dell’interesse pubblico. La figura del dongiovanni può piacere anche a una donna che non voglia legami impegnativi; ma faccia attenzione chi seduce (o viene sedotto) se la leggerezza accetta il regalo di una notte rilassante da “amici” che lo stanno mettendo in buca. La considerazione vale per i due generi: in Irlanda si è arrivati alle dimissioni di un ministro la cui moglie aveva un amante giovane che lei pagava. Il ministro, per amore di poltrona, sostenne che per affetto era indotto a perdonare, ma ha dovuto cedere quando il denaro fu constatato non trasparente. Come donne, per ora, avremmo ancora qualche aspirazione ad insegnare relazioni meno strumentali e di miglior qualità; ma, se dovesse prevalere anche per noi il modello tradizionalmente maschile, spereremmo almeno di rispettare le regole democratiche.

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