Glocalismi e sviluppi

La Human Security nelle idee, nelle scelte, nelle istituzioni delle Nazioni Unite.
Perché la dignità dei popoli e delle persone non sia un'optional.
Marco Mascia (Direttore del Centro diritti umani dell’Università di Padova)

L’idea della Human Security (HS) è già presente nella Carta delle Nazioni Unite (NU) il cui Preambolo si apre non con la tradizionale formula “le Alte parti contraenti” o “gli Stati parte al presente Statuto”, bensì con “Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra [...], a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne”.

Quanto la Carta ha generato in termini sia di codificazione del diritto internazionale dei diritti umani (standard setting) sia di istituzioni e politiche per la promozione e la protezione dei diritti umani (machinery) costituisce l’humus in cui la HS si è venuta articolando organicamente. Essa intende segnare, quanto meno sotto il profilo dell’enunciazione giuridica, una radicale discontinuità rispetto a quell’ordine internazionale di sovranità statali armate instaurato nel 1648 con la Pace di Westphalia e aprire nuovi orizzonti umanocentrici per la vita di tutti i popoli. 

In questo contesto di innovazione paradigmatica, la fonte più fertile è senz’altro il Codice internazionale dei diritti umani, che comprende, oltre alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e ai due Patti del 1966, rispettivamente sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali, circa 130 convenzioni giuridiche internazionali tra quelle a portata universale e quelle a portata regionale. Emblematiche sono le parole con le quali si apre il Preambolo della Dichiarazione universale dei diritti umani: “Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti eguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. Dunque, non più la sovranità degli Stati, ma il rispetto della dignità umana diventa il principio fondativo dell’ordine mondiale.

Insomma, la filosofia strategica della HS ha le sue radici profonde nel nuovo diritto internazionale dei diritti umani e le implicazioni che ne discendono hanno necessariamente un alto rilievo politico.

Sicurezza e sviluppo

In ambito NU, la prima riflessione organica in materia di HS è da ricondurre al Programma delle NU per lo Sviluppo (UNDP). Nel suo quinto Rapporto (annuale) sullo sviluppo umano è contenuta la definizione appunto di Human Security: “Innanzitutto significa protezione da minacce croniche quali denutrizione, malattie e repressione. In secondo luogo, significa protezione da gravi e improvvise lacerazioni nelle strutture della vita quotidiana – sia che riguardino la casa, il lavoro o la comunità. Questi pericoli esistono a tutti i livelli di reddito nazionale e di sviluppo. [...] La lista dei pericoli che minacciano la sicurezza umana è lunga, ma la maggior parte di essi si possono considerare in relazione ad alcune categorie principali: sicurezza economica, sicurezza alimentare, sicurezza sanitaria, sicurezza ambientale, sicurezza personale, sicurezza nell’ambito della comunità, sicurezza politica”.

Da questa definizione si evince chiaramente che l’obiettivo è di ampliare un concetto che è stato a lungo interpretato in modo riduttivo e sempre con riferimento alla soggettività esclusiva dello Stato: “come sicurezza del territorio da aggressioni esterne, o come protezione di interessi nazionali in politica estera, o come sicurezza globale dalla minaccia di un olocausto nucleare”.

Lo UNDP collega la “sicurezza umana” allo “sviluppo umano”, assumendoli come distinti e allo stesso tempo interdipendenti e indivisibili: sviluppo umano è definito come “un processo inteso ad ampliare la gamma di scelte delle persone”, mentre per sicurezza umana si intende “che le persone possono compiere queste scelte liberamente e senza pericolo”.

Il tema viene ripreso dalla Commissione sulla human security, creata nel gennaio 2001 per iniziativa del governo giapponese, il quale aveva fatto propria la proposta lanciata dal Segretario Generale delle NU nel 2000 in occasione del Millennium Summit. La Commissione, formata da esperti indipendenti, ha lavorato due anni e ha concluso i suoi lavori nel maggio 2003, con la presentazione del Rapporto Human Security Now. Il documento consiste nella messa a punto sistematica dell’approccio della HS nell’ottica di “puts people first”. Usando le parole del Rapporto, la filosofia elaborata dalla Commissione è così riassumibile: “Dalla sicurezza dei confini alla vita della gente dentro e oltre quei confini”. Quanto concettualmente elaborato dalla Commissione fa perno sul binomio “protection and empowerment”: la protection postula l’attivazione di istituzioni, norme, politiche e meccanismi capaci di rispondere ai pericoli che minacciano la vita delle persone, l’empowerment è invece inteso come un processo di sviluppo delle potenzialità degli individui affinché possano partecipare attivamente alle scelte che riguardano la collettività.

La Dichiarazione del Millennio, adottata nel settembre del 2000 dall’Assemblea generale delle NU riunita a livello di Capi di Stato e di Governo, pur non richiamando esplicitamente il termine HS, contiene un elenco di valori (dignità umana, equità, libertà, uguaglianza, solidarietà, rispetto per la natura, responsabilità condivise) e obiettivi della HS (pace, sicurezza, disarmo, sviluppo ed eliminazione della povertà, tutela dell’ambiente, diritti umani, democrazia e buon governo, protezione dei gruppi vulnerabili, rafforzamento delle Nazioni Unite) e indica gli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio” (Millennium Development Goals, MDG), espressione di multidimensionalità sia della sicurezza sia dello sviluppo.

Nello stesso solco si colloca il successivo documento del “Summit Mondiale 2005” delle NU, approvato dall’Assemblea generale riunita a livello di Capi di Stato e di Governo dal 14 al 16 settembre nel 60° anniversario dell’ONU. In esso si riafferma “l’importanza vitale di un efficace sistema multilaterale, in conformità con il diritto internazionale”, la centralità delle NU per la promozione della pace e della sicurezza, dello sviluppo e dei diritti umani, considerati “i pilastri del sistema delle Nazioni Unite e le fondamenta della sicurezza e del benessere collettivo”.

In tutti questi documenti il paradigma dei diritti umani occupa il posto centrale. La sicurezza umana è impensabile senza i diritti umani ed è inconcepibile senza considerare il suo impatto sullo sviluppo umano. La Dichiarazione universale dei diritti umani e gli altri strumenti giuridici internazionali in materia fanno riferimento alla sicurezza come diritto umano. Riconoscendo la persona umana quale soggetto centrale del nuovo diritto internazionale, essi costituiscono la “normative foundation” per la sicurezza umana. In altre parole, tutto ciò che riguarda la sicurezza umana è stato progressivamente recepito dalle norme del diritto internazionale dei diritti umani e queste ultime hanno tradotto i bisogni di sicurezza umana in altrettanti obblighi giuridici per gli stati. Insomma, la sicurezza umana non può che essere definita sulla base del principio dell’interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti umani e la sua operazionabilità collegata strettamente all’effettività del diritto internazionale.

Azioni concrete

Nel sistema delle NU non ci si è limitati a mettere a punto e coltivare il paradigma della HS, ma si registra anche l’impegno a individuare modalità e mezzi per tradurre il paradigma in programmi d’azione e politiche pubbliche. C’è già un nucleo di machinery specializzata, col compito di facilitare il perseguimento di questi obiettivi. Nel 1999 è stato creato il Fondo volontario delle NU per la sicurezza umana (United Nations Trust Fund for Human Security, UNTFHS), nel 2001 la Commissione indipendente sulla sicurezza umana (Commission on Human Security, CHS), nel 2003 il Comitato consultivo delle NU sulla sicurezza umana (Advisory Board on Human Security, ABHS), infine nel 2004 l’Unità per la sicurezza umana (Human Security Unit, HSU). In particolare, il Fondo volontario finanzia progetti delle Agenzie e dei Programmi delle NU in ogni parte del mondo, con l’obiettivo di tradurre in azioni concrete il concetto di HS e di favorire il coordinamento multi-settoriale tra le diverse agenzie che operano sul terreno. La priorità d’intervento riguarda i Paesi e le regioni dove più forte è l’insicurezza, in particolare i Paesi meno sviluppati e quelli in conflitto. Dal 1999 al 2008 l’UNTFHS ha finanziato oltre 170 progetti in più di 16 Paesi, compresi diversi progetti regionali o globali.

Allo scopo di sostenere e potenziare l’infrastruttura Nazioni Unite in materia di sicurezza umana, diffonderne la filosofia tra gli Stati membri per farla diventare prassi delle politiche estere nazionali, nel 1999 un gruppo di Paesi europei (Austria, Grecia, Irlanda, Olanda, Norvegia, Slovenia, Svizzera), latino-americani (Cile, Costa Rica), africani (Mali e, più di recente, Sud Africa), asiatici (Tailandia), del Medio Oriente (Giordania) e del Nord America (Canada) hanno dato vita a un coordinamento denominato “Human Security Network” (HSN). Il principio che tiene uniti questi Paesi, fra loro diversi quanto a regime politico, sviluppo economico e identità culturale, è quello secondo il quale compito precipuo della politica estera è di promuovere il benessere di tutti gli esseri umani. Autodefinitisi “like-minded countries”, rappresentano tutte le regioni del mondo e si riuniscono a livello di Ministri degli Esteri. Non è superfluo far notare che il Network in discorso è uno dei principali sèguiti di due rilevanti eventi internazionali: la Campagna mondiale per la messa al bando delle mine terrestri antipersona, che portò nel 1997 la comunità internazionale, guidata dal governo canadese, ad adottare la omologa convenzione internazionale, e la Coalizione mondiale per l’istituzione della Corte penale internazionale, il cui Statuto fu adottato dalla Conferenza di Roma del 1998.

Per iniziativa del Giappone, in occasione dell’incontro ministeriale dello HSN del 2006, è stato creato un forum non ufficiale, flessibile e open-ended denominato Friends of Human Security (FHS) che riunisce i rappresentanti dei governi e delle organizzazioni internazionali, che lavorano nella sede delle Nazioni Unite a New York, interessati a discutere questioni relative alla sicurezza umana con l’intento di trovare un consenso sul concetto di sicurezza umana e di avviare un processo di mainstreaming nelle attività delle Nazioni Unite.

Una governance multilivello

È di tutta evidenza che il problema è di pratica attuazione delle multiformi articolazioni internazionali e glocali della sicurezza. La via maestra, ancora una volta, è quella del multilateralismo istituzionale e del transnazionalismo organizzato a fini di promozione umana.

La domanda che ci poniamo è quale può essere il contributo delle organizzazioni della società civile per far sì che il tema della HS sia una priorità dell’agenda politica internazionale.

Il successo della HS dipende primariamente dalla reale possibilità di implementarne gli obiettivi a livello locale e quindi di rispondere concretamente ai bisogni-diritti fondamentali delle persone umane in ogni parte del mondo. È del tutto evidente che le grandi organizzazioni internazionali non sono in grado di assicurare questo tipo “prossimità” richiesto dalla HS senza una stretta cooperazione con le associazioni e le comunità locali.

Per rispondere in maniera efficace alla varietà e all’ampiezza delle minacce, la HS sollecita la messa in campo di un modello di governance multi-livello – locale, nazionale, continentale e globale – che le organizzazioni di società civile, diversamente dalle istituzioni intergovernative, avvertono come concretamente realizzabile grazie alla loro struttura transnazionale, al loro radicamento a livello locale, nonché alla loro capacità di coordinarsi attraverso piattaforme e networks continentali e globali. Gli attori della società civile possono giocare un ruolo di primo piano per promuovere consapevolezza e motivazione tra la popolazione e tradurre questa energia positiva in forme di mobilitazione glocale nel nome appunto della sicurezza umana.

 

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