PAROLA A RISCHIO

Le formiche e i giganti

Impegno intelligente per la pace significa operare per la giustizia.
Giovanni Mazzillo (Teologo)

I come impegno, come intelligenza. Impegno naturalmente per la giustizia e, pertanto, per la pace. Appunto, un impegno intelligente, che non solo intuisca gli ambiti dove è urgente intervenire, ma legga anche più in profondità le cose e gli avvenimenti. Ne ripercorra le nervature intime e strutturali che li sorreggono. Insomma, uno sforzo continuo di intelligenza, conformemente all’etimologia della parola che è intus-legere, cioè leggere dentro, cogliere i nessi, andando più in profondità. Alla stessa capacità non solo di penetrare il senso profondo, ma di stabilire rapporti tra le cose si arriva anche da chi, per altri versi, fa derivare l’etimo da inter-legere, cioè porre in relazione.

Un impegno gratuito
Ma giacché siamo alla ricerca delle origini delle parole, attività che comunque dà sempre qualche risultato anche sul piano pratico, riguardiamo anche l’origine della parola impegno. Il termine si fa risalire all’espressione “dare in pegno”, dalla consuetudine di ottenere per lo più denaro da qualcuno, nelle cui mani si lascia qualche oggetto di un certo valore, per offrire qualcosa con cui l’altro possa ripagarsi, in caso di non avvenuta restituzione. Detto così sembra un baratto differito o comunque paventato. A me, e credo a molti di voi, ricorda scene un po’ pietose, per lo più viste nei film, in cui ricchi impoveriti o poveri in cerca di arricchimento si recano ai luoghi “dei pegni” e consegnano i loro oggetti di valore, spesso anche affettivo e non solo effettivo, per ottenerne una sgualcita ricevuta con una qualche sommetta di denaro. In ogni caso di valore molto inferiore al pegno consegnato.
Impegnarsi per la giustizia e per la pace, pur prendendo in prestito l’etimo, è andare nella direzione opposta. È esercizio di gratuità e non di vincolo monetario contratto, e pertanto da assolvere al più presto, anche al fine di non dover restituire con il capitale anche la penale della mora e degli interessi e degli interessi sugli interessi… In una spirale diabolica che, mentre arricchisce chi ha prestato e presta il denaro, impoverisce sistematicamente, strutturalmente chi è stato beneficato dal primo. Ma lo è stato davvero? Qui appunto è il problema. Il vero beneficato e l’unico veramente garantito è solo chi ha ricevuto il pegno e, sia che si tratta di prestatore di soldi di piccolo calibro sia che si tratti di banchiere o di banca, da quella del proprio villaggio alle “banche centrali” e comunque importanti di Francoforte e dintorni svizzeri o lussemburghesi, allora il beneficio è solo e tutto da una parte. Dalle banche che fanno le loro politiche e influenzano i politici, rinnovano i locali ogni tre anni, anche quando sono perfetti, come in una piccola banca di mia conoscenza, e aumentano – ovviamente anche per questo – le cosiddette “commissioni”, cioè le operazioni compiute con il nostro denaro, operazioni comunque effettuate prevalentemente (se non esclusivamente) dalle macchine e da automatismi sapientemente, o meglio astutamente, predisposte.

Un impegno comunitario
Mio Dio, l’impegno per la pace è proprio tutt’altra cosa! Innanzi tutto perché è soprattutto impegno per la giustizia e pertanto dare come in pegno se stesso, per portare giustizia anche contro l’ingiustizia dei sistemi finanziari monetari, che tanta ingiustizia generalizzata e tentacolare ormai provocano a piene mani e in ogni angolo della terra. «Portare giustizia…» – mi sembra di sentire che si ribatta - «Ma come?». Davanti al nuovo idolo del capitalismo diventato finanziario, bancario e – ahimè, fino a quando?, “comunitario”, hanno dovuto cedere uomini e sistemi che non cedevano e di solito non cedono né di fronte ai magistrati, né alle ondate scandalistiche, né ai (seppure sommessi) reiterati appelli di importanti uomini di Chiesa. Che potremo mai fare noi di fronte a un simile colosso? Riaffiora l’immagine dello stuzzicadenti, con il quale solo il folle tenta di fermare l’elefante…
Impegno per la giustizia significa innanzi tutto prendere coscienza di ciò che andiamo dicendo. Significa leggere dentro e leggere tra, non fermandosi né davanti alle ovvietà, né di fronte a ciò che si considera ingiusto, ma utile per la nostra sopravvivenza, sia di privati, sia di appartenenti a entità più grandi, incluse quelle di natura ecclesiale.
Impegno per la pace significa volere e realizzare un altro modo di rapportarsi con il denaro e con chi vi prospera a danno degli altri. Cominciando da un’educazione sull’uso del denaro e per la comprensione di come esso viene prodotto, gestito, sperperato, accumulato, capitalizzato, reinvestito.

Del denaro e della finanza
Significa informarsi e informare non solo sul denaro e il suo accumulo, ma se veramente non esista un’altra strada per fare economia, per gestire il denaro, nei vari passaggi appena menzionati.
Impegno significa dare in pegno la propria intelligenza, non per svenderla, ma per potenziarne la capacità di lettura, cioè attivarne l’immaginazione creativa e la sua progettualità, ma non nella direzione del sistema finanziario, che arricchisce i ricchi e gli speculatori in borsa e di borsa. Significa darsi in pegno per i più poveri e per gli impoveriti, che sono sempre più in aumento.
Significa anche riscoprire e aiutare a riscoprire che non l’uomo è fatto per il “pegno” e per il denaro, ma il pegno è fatto per l’uomo, come aveva già capito millenni fa l’uomo biblico, che aveva ricevuto in consegna da Dio stesso la prescrizione che, se il povero che aveva impegnato il suo mantello non avesse potuto ritiralo al calar della sera, l’avido “uomo dei pegni” doveva avere finalmente un cuore e restituirglielo, affinché il povero non morisse nel freddo della notte. Una lezione che le banche centrali e gli uomini di governo, cattolici e protestanti che siano, credenti o atei che si professino, hanno urgente bisogno di imparare. Eccola: «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso» (Esodo 22,25-26).
Chiedere la pietà ai banchieri e agli speculatori di borsa è come chiedere al macellaio di risparmiare gli agnelli la vigilia di Pasqua. Chiedere, però, di assecondare una concezione dell’economia che sia finalmente umana, “sensibile”, a favore e non contro l’uomo, a uomini di governo e di chi vuole governare – e deve farlo – in nome nostro e non delle banche, è non solo possibile, ma doveroso. Impegnarsi per la giustizia e per la pace certamente riguarda in primo luogo noi. Esige da noi una documentazione più accurata e un utilizzo più convinto e popolare di tutto ciò che passa sotto il nome di “banca etica” e di tutto ciò che scaturisce da considerazioni vicine a quelle qui espresse. Su questo è bene riflettere, anche avendo il coraggio di fare opportune verifiche su quanto è stato fatto e su quanto rimane ancora da fare. Così come è necessario correggere ciò che inevitabilmente sembra restare risucchiato da un vortice capitalistico finanziario, che con i capitali (degli altri) sembra divorare anche le ispirazioni ideali più lucide di chi crede in un’etica dell’uso del denaro. L’impegno riguarda di certo noi per primi che leggiamo “Mosaico di pace” e crediamo nella pace. Ma quanto abbiamo detto “sulla disonesta ricchezza” (Luca 16, 9) non riguarda soltanto noi. Intervenire perché l’accumulo non sia disonesto e il mondo della finanza non si consideri un porto franco svincolato da qualsiasi etica è richiesto dalla più elementare giustizia. Qui sono in gioco i diritti fondamentali della persona umana: il diritto alla vita, all’attività (al lavoro, già il diritto al lavoro... occorre riparlarne), alla realizzazione di sé. Pertanto, l’impegno perché la ricchezza sia meno disonesta riguarda anche chi firma la Costituzione e sottoscrive i diritti degli uomini e dei popoli.

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La Riforma e la Nonviolenza
OTTOBRE 2017

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In questi 500 anni quel principio protestante di una riforma continua
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La Riforma ha fin da subito dovuto affrontare il nodo
di un’unità nella pluralità, provando a non demonizzare la diversità,
a non ridurre la comunione a uniformità.
Lidia Maggi
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