Chiara e il Congo
Portare luce e acqua a Kimbau in un ospedale rimasto incompiuto dall’abbandono dei belgi è stata la sfida iniziale, poi tanta ostinazione. Chiara Castellani offre generosamente ai presenti il suo discorso delineando in pochi tratti il suo percorso e non parlando mai al singolare.
Accusa la complicità del silenzio e dell’isolamento, sottolinea l’importanza dell’investimento in capitale umano che ha portato, grazie anche al sostegno a distanza, alla nascita della scuola per infermieri di Kenge. Poi introduce le “malattie della povertà” con una chiarezza che è il risultato della competenza e dell’amore con cui porta avanti la sua missione, attraverso un excursus che non lascia margini di dubbio sulla questione delle responsabilità governative e internazionali.
Questo “animale di terreno”, come lei stessa si definisce, che ha bisogno della gente per combattere e non di uffici o scrivanie, è una piccola donna esile la cui determinazione rimanda, inevitabilmente, a quell’altra piccola donna forte di cui la storia ci ha fatto dono.
Il diritto alla salute equivale al diritto al farmaco e al personale qualificato, ed è partendo da tale presupposto che Chiara Castellani dipana la situazione di un’Africa malata per la quale sembrerebbe non esserci via d’uscita, indicandone le cause con estrema lucidità. È così che i focolai di morbillo continuano a esplodere incontrastati; che per la negazione del farmaco il Congo muore di malaria quando basterebbe il chinino a curarla e la tubercolosi diventa multi resistente; che la malattia del sonno continua a uccidere soprattutto le donne e i bambini che vanno a prendere l’acqua nei fiumi, mentre l’unico farmaco che si era dimostrato efficace per questa malattia viene negato all’Africa ma utilizzato in Occidente per combattere i peli superflui del viso…
Chiara Castellani definisce queste malattie killer «la vendetta del nostro egoismo» e viene davvero da chiedersi, ascoltandola, i veri killer chi siano, viene da chiedersi seriamente chi crede di essere e dove crede mai di arrivare questa società che non sa guardare un po’ più in là di se stessa.
Le amputazioni sono quasi un discorso a sé in quest’incontro raccolto, durante il quale non sembrerebbe esserci spazio nemmeno per i respiri: «se ho imparato come farle clinicamente, non ho mai imparato spiritualmente, non ho mai accettato di essere mutilante». Poi, all’improvviso, la perdita del braccio destro le rivela quella che diverrà una verità fondamentale: il bisogno degli altri.
«Fa bene a un medico trovarsi dall’altra parte del bisturi per una volta nella vita» aggiunge con una fermezza e una convinzione spiazzanti «perché capisci tante cose che non avevi capito». Per esempio che l’handicap non è inabilità perché non siamo soli, che «la solidarietà non è solo giustizia ma anche reciprocità, è scoprire la meraviglia del bisogno degli altri». I suoi infermieri congolesi, i suoi collaboratori, i suoi aiutanti: ognuno di loro è, oggi, un braccio destro.
Le sue parole preziose accusano: sono i dati raccolti strada facendo sul campo, è la realtà che è un’accusa alla realtà stessa. Eppure è dall’Africa che verranno le risposte, anche quella all’AIDS, perché «questo continente non conosce la rassegnazione, perché il vero mal d’Africa, è la forza di sperare».
Cara Chiara, la tua città ti scopre e, orgogliosa, ti premia. Per tutti questi anni hai lavorato lontano e in silenzio ma tu non eri sola. Soli eravamo noi qui, mutilati dell’unico organo davvero necessario: la nostra coscienza.





