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Rompete l'assedio di Israele

5 giugno 2010 - Mustafa Barghouthi con Francesca Borri

 

mustafa barghouthi Ho aspettato tre giorni per scrivere, perché è questo che Israele cerca da me: l'istinto e il rancore. Mi hanno confiscato la casa, e la storia la terra, metro a metro, la libertà, intrappolato in labirinti di arbitrarietà e divieti, mi hanno confiscato la sicurezza, questa notte che come ogni notte, forse travolgeranno improvvisi questa porta per arrestarci senza ragione, e fino all'ultimo dei nostri diritti - perché possono confiscarci tutto, e lasciarci consumare di cancro a un checkpoint: ma non possono confiscarci la nostra umanità. La nostra immunità.

Ho aspettato tre giorni perché è questo, e solo questo che Israele cerca da noi: la violenza e la reazione. Cerca la guerra, perché in guerra vince chi è più forte, e non chi ha ragione. So che diciamo resistenza, qui, e voi sentite terrorismo. Ma abbiamo imparato a opporre a Israele non la nostra disperazione, ma la nostra bellezza e tutta Hannah Arendt, quando la politica diceva, è spirito di iniziativa e insieme una dote quasi poetica, l'immaginazione - e contro il loro nucleare allora, non razzi di latta ma dignità, e la fermezza e l'ostinazione: e contro i loro insediamenti, i nostri studenti che nonostante tutto studiano, contro i loro bombardamenti la nostra vita che nonostante tutto vive. Cerca l'attacco, l'esplosione Israele, per sguainarvi contro la retorica dell'autodifesa. Ma la nostra resistenza è quello che accade ogni venerdì a Bi'lin e Ni'lin e sempre più ovunque: è il boicottaggio dei prodotti dei coloni e le sanzioni economiche, e l'attuazione del parere della Corte di Giustizia sull'illegalità del Muro e l'obbligo di abbatterlo, è il Rapporto Goldstone e la giurisdizione universale come a Londra contro Tzipi Livni. La nostra resistenza è mille cose, e soprattutto: mille internazionali. Con noi non solo per solidarietà, ma per giustizia - quelli che hanno capito che non chiediamo elemosina, rivendichiamo diritti: che quella di Gaza non è una crisi, ma un assedio. Quelli che non spianano il dialogo sradicando via le responsabilità: perché la pace non è la quiete del più forte, la coesistenza tra schiavi e padroni: e la normalità non è Oslo, non è la normalizzazione. Quelli che vengono respinti dalla polizia del pensiero alla frontiera dell'unica democrazia del Medio Oriente: perché la guerra ha bisogno di indifferenza, per diventare guerra: ha bisogno di racconto, per diventare crimine, voce e luce. "Il luogo da cui arrivo era formato da tre semplici categorie: gli assassini, le vittime, e quelli che rimanevano a guardare" - quelli che vengono uccisi solo per non ritrovarsi addosso, un giorno, le parole di Elie Wiesel.

Perché ho aspettato tre giorni e quarantatrè anni: e ma quello che ogni volta più mi colpisce, ancora, non è quello che Israele fa, ma quello che le si consente di fare. Perché questa non è solo una battaglia per la terra, ormai: è una battaglia per il diritto internazionale. Per un mondo in cui non sia possibile violare impuniti le più basilari regole di convivenza: assaltare, e assassinare e arrestare, sequestrare, e ovunque e chiunque, e senza freno: perché un mondo in cui si rimane disoccupati in Francia per mutui non pagati in Finlandia, e a Baghdad come New York, un mondo in cui si è uccisi per quello che si decide a migliaia e migliaia di chilometri di distanza non può funzionare se chi è forte abbastanza da agire, semplicemente agisce. L'arrembaggio alla nostra dignità è l'arrembaggio alla vostra sicurezza. Il diritto non è il lusso di chi non vive assediato da nemici: non è una restrizione che mina la sopravvivenza, ma la saggezza che libera dallo stato di emergenza. Ed è il diritto internazionale, non l'antisemitismo, a accusare che tutto questo è apartheid, a sancire che tutto questo deve finire - e perché come altro definirlo, un paese in cui non esiste la cittadinanza, ma solo la nazionalità, un paese in cui mi è vietato guidare in una certa strada o entrare in una certa città, e comprare una casa, e solo perché non sono ebreo, e a parità di reato, un paese in cui per me la pena è maggiore?

Ma ho aspettato tre giorni per scrivere, e perché come dopo Sabra e Chatila - ho aspettato 400mila israeliani, pretendere in piazza una commissione di inchiesta contro un governo che sguinzaglia i suoi corsari a affondare il proprio paese. Ho aspettato 400mila israeliani denunciare un'occupazione che sa raggiungere con una strada anche mezzo colono sulle più sperdute colline, e però poi lascia solo un anziano su cinque, costretto a scegliere tra cibo e medicine, 400mila israeliani, rivendicare che libertà non è autosufficienza, ma integrazione, e l'Altro non un sospetto l'agguato, ma l'opportunità della contaminazione. E ho aspettato, e come sempre, come aspettando Godot ho aspettato 400mila israeliani, rompere questo assedio, e evadere da questo ghetto in cui l'ipocondria è l'unica forma di salute, e gli emigrati sono ormai più degli immigrati - e semplicemente perché beit: arabo e ebraico hanno la stessa parola per dire casa. E perché non sono io, qui, il prigioniero. Io non vivo dietro un Muro. Non ho mai definito la mia identità in negativo. Un israeliano, dopo sessant'anni, ancora non è che un non-arabo. E la mia Palestina, invece, è smisurata ricchezza: ricchezza di persone, di relazioni: non di contrapposizioni. Io ho fiducia, nella vita: non paura - io sono libero.

Ho aspettato tre giorni per scrivere, e come sempre: non ho sentito che dire che questo attacco è stato controproducente - solo questione di pubbliche relazioni: non etica ma strategia. Tre giorni e quarantatrè anni, e metro a metro, una Bibbia per atlante, non ho visto che Israele tentare di convertire la religione in geografia. Metro a metro, perdere per strada la saggezza dei suoi padri spirituali - perché Dio abita, avvertiva Martin Buber, solo dove lo si lascia entrare. 

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