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    L’industria militare italiana fa il botto. E celebra il ventennale della legge 185/90 cercando di mandarla in pensione.

    Armi alle stelle

    17 maggio 2010 - Aldo Fiore (Giorgio Beretta (Caporedattore Unimondo.org, Rete Italiana Disarmo))

     

    DISARMO

    Armi alle stelle

    L’industria militare italiana fa il botto. E celebra il ventennale della legge 185/90 cercando di mandarla in pensione.
    Giorgio Beretta (Caporedattore Unimondo.org, Rete Italiana Disarmo)

    Ammontano a 4,9 miliardi di euro le autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate dal Governo nel 2009 alle aziende del settore con un incremento di ordinativi internazionali (il 61%) sconosciuto ad altri settori dell’industria nazionale. E hanno superato quota 2,2 miliardi di euro le effettive consegne di materiali militari. Un duplice record che annovera il BelPaese tra i big player in quello che il “Rapporto della Presidenza del Consiglio sull’esportazione di materiali militari” , pubblicato il 30 marzo, definisce il “mercato globale” degli armamenti.
    Un nuovo record ottenuto soprattutto grazie alla commessa da oltre 1,1 miliardi di euro da parte della Reale Aeronautica Saudita per i caccia multiruolo Eurofighter Typhoon (EFA). Una colossale commessa resa possibile a seguito dello stop alle investigazioni richiesto e ottenuto dall’allora Primo Ministro britannico Tony Blair su tutta la faccenda collegata all’affare Al Yamamah (la Colomba) che ha visto coinvolta la BAE Systems. Un caso che è stato per anni – ed è tuttora – nel mirino della stampa britannica, ma di cui quasi nessun organo di informazione – a parte Unimondo – ha parlato in Italia. Utile spendere qualche parola per capire i retroscena della vicenda.

    UN TORBIDO AFFARE
    Dopo anni di trattative con Londra, nel dicembre del 2006, l’Arabia Saudita aveva minacciato di sospendere i negoziati commerciali col governo britannico per l’acquisto di 72 nuovi caccia Eurofighter dal gruppo BAE Systems: il contratto da 10 miliardi di dollari era stato sospeso per l’irritazione dei sauditi nei confronti dell’inchiesta avviata dal Serious Fraud Office (SFO), l’Ufficio anti-frodi britannico, sulle tangenti che sarebbero finite nei conti svizzeri della famiglia reale saudita all’interno di un ventennale contratto di scambio di “armi per petrolio” tra Ryad e Londra. L’indagine riguardava i fondi neri, pari a 114 milioni di dollari, usati dalla compagnia per corrompere dignitari dell’Arabia Saudita, pagando tra l’altro prostitute, Rolls-Royce e vacanze in California. L’intervento di Tony Blair – che aveva giustificato la sua presa di posizione adducendo motivi di “sicurezza nazionale” e “l’immenso danno agli interessi del Paese” se l’indagine fosse proseguita – fu decisivo per metter fine all’inchiesta dell’Ufficio anti-frodi nonostante le proteste delle associazioni pacifiste britanniche.
    Sgombrato il campo dall’inchiesta giudiziaria britannica la BAE è finita, però, sotto inchiesta negli Stati Uniti: il Department of Justice lo scorso febbraio ha sanzionato l’azienda britannica per 400 milioni di dollari per “reati di corruzione”. Comunque la chiusura dell’inchiesta britannica è stata sufficiente per l’Arabia Saudita che, nel 2007, ha riaperto le trattative per acquistare 72 caccia Eurofighter (EFA) dal gruppo di cui la BAE Systems è il prime contractor e che vede la partecipazione dell’italiana Alenia Aeronautica. Alla ditta italiana, lo scorso anno è stata autorizzata dal Ministero degli Esteri l’esportazione di una prima tranche di componenti per l’EFA-Salaam (che starebbe per “pace”, sic!) all’Arabia Saudita per circa 1,1 miliardi di euro.

    IL BAZAR DEL MEDIO ORIENTE
    Che Nord Africa e Medio Oriente siano i principali clienti dell’industria militare italiana lo conferma lo stesso “Rapporto della Presidenza del Consiglio”: verso quest’area geopolitica sono state rilasciate autorizzazioni all’esportazione di armamenti per oltre 1.9 miliardi di euro pari al 39,5% del totale. Tra i maggiori acquirenti spiccano oltre all’Arabia Saudita (1,1 miliardi di euro di commesse, pari al 16,3% del totale), il Qatar (317,2 milioni di euro) soprattutto per la fornitura di elicotteri EH 101 SAR dell’Agusta, gli Emirati Arabi Uniti (175,9 milioni), il Marocco (156,4 milioni) e non poteva mancare la Libia (111,8 milioni).
    Nell’insieme primeggiano – e preoccupano non poco – le autorizzazioni verso i Paesi del Sud del mondo che totalizzano più di 2,6 miliardi di euro (pari al 53,2%) mentre quelle verso Paesi della Nato-Ue si fermano a 2,3 miliardi di euro. Oltre alle già citate autorizzazioni verso il Medio Oriente, vanno segnalate quelle verso l’Asia (416,2 milioni pari all’8,5% del totale) tra cui emergono quelle verso l’India (242,8 milioni di euro), il Pakistan (30,6 milioni) e, forse per non far torto ad alcuno, anche verso il Bangladesh (29,6 milioni); l’America centro-meridionale (100,3 milioni di euro) e l’Africa centro-meridionale (51 milioni di euro) in gran parte per commesse dalla Nigeria.

    E SULLE “BANCHE ARMATE”?
    Ma ancor più preoccupante è la sparizione per il secondo anno consecutivo della Tabella delle autorizzazioni rilasciate alle banche per le operazioni d’appoggio all’esportazione di armamenti. Dal Rapporto si apprende solo l’ammontare complessivo delle operazioni di esportazione definitiva (circa 3,7 miliardi di euro) ma – nonostante le proteste della Campagna di pressione alle “banche armate” (promossa da Mosaico di pace, Missione Oggi e Nigrizia) – nessuna menzione delle banche a cui sono state autorizzate tali operazioni. La Tabella generale dovrebbe essere riportata dalla più ampia Relazione al Parlamento, ma non ci sono segnali che il Ministero guidato da Tremonti intenda ripristinare il dettagliato elenco delle singole autorizzazioni rilasciate alle banche (cioè l’elenco di “Riepilogo in dettaglio suddiviso per Istituti di Credito”) che dall’entrata in carica del governo Berlusconi è stato “sostituto” con altri elenchi (per Aziende, per Paesi destinatari, per numero MAE) sottraendo alla società civile e alle Campagne la possibilità di controllo sulle singole operazioni effettuate dalle banche.

    E LA LEGGE 185?
    Resta, infine, da vedere come il Governo intenderà muoversi per quanto riguarda il cosiddetto “riordino” della normativa nazionale relativa al controllo dell’esportazione di armamenti e cioè alla legge 185/90. Come avevano annunciato in un articolo del mese scorso (cfr. “Un’Europa armata”, Mosaico di pace maggio 2010, pp. 13-15), il Rapporto della Presidenza del Consiglio conferma che il “processo di integrazione europeo nel campo della difesa e la progressiva razionalizzazione e ristrutturazione dell’industria europea” avrebbe portato a un “radicale cambiamento” dello scenario, tanto che “il quadro normativo italiano è risultato sempre più inadeguato”. Proprio per questo – e per recepire nella legislazione nazionale le recenti Direttive e Posizioni Comuni europee – la Presidenza del Consiglio intende “operare per la finalizzazione del processo di revisione della normativa nazionale”, cioè per “un intervento correttivo di tutta la normativa in vigore”.
    Sarà da vedere, soprattutto, se e in che modo saranno coinvolte in questo processo le associazioni della società civile che – va ricordato – fin dagli anni Ottanta sono state promotrici di una legislazione rigorosa e trasparente sull’esportazione di armamenti (la Legge 185/90) che è stata alla base del Codice di Condotta dell’Unione Europea. Il Rapporto riafferma la volontà di “continuare il dialogo con i rappresentanti delle Organizzazioni Non Governative”.
    Le associazioni della Rete Italiana Disarmo hanno ripetutamente richiesto negli anni scorsi di essere informate con puntualità e precisione su tutta l’ampia materia non solo del controllo delle esportazioni di armamenti, ma anche sulle annunciate modifiche alla legislazione vigente. E hanno nuovamente formalizzato di recente questa richiesta alla Presidenza del Consiglio che, già dallo scorso anno, ha costituito presso l’Ufficio del Consigliere Militare (PCM/UCPMA) un apposito “Gruppo di lavoro” tra i cui compiti figura appunto quello di verificare “l’opportuna strada perseguibile per un intervento correttivo di tutta la normativa in vigore”.
    Una strada che, visti i casi giudiziari che hanno coinvolto le aziende italiane nel passato e che stanno tuttora coinvolgendo le aziende militari britanniche, non può permettersi di abbassare il livello di controlli, di trasparenza pubblica e di informazione istituzionale soprattutto per quanto riguarda il settore bancario.

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