Comitato delle le associazioni per la pace ed i diritti umani - Rovereto

Centro di Educazione alla Pace di Rovereto

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Da Lampedusa, una classe di Rovereto in ricognizione sul campo

Dai monti al mare per una sorta di gemellaggio sulle tracce dei diritti umani e del dovere del soccorso, per vedere, incontrare, capire e raccontare, i ragazzi del progetto “Sui luoghi della storia di domani. Lampedusa approdo sicuro”, ideato dal Comitato Non laviamocene le mani.
19 aprile 2013

Gli studenti di una classe ITI di Rovereto

LAMPEDUSA - “Noi siamo l’ambulanza del mare, e come in ogni operazione di soccorso il salvataggio di una vita si gioca in un minuto di differenza”. Come don Stefano Nastasi, che preferisce parlare di “recuperi” piuttosto che di “sbarchi”, e come i ragazzi del liceo Pirandello, che ricordano la mobilitazione collettiva dei lampedusani per fornire coperte e latte caldo durante la primavera del 2011, anche il tenente di vascello Giuseppe Cannarile, comandante della Guardia Costiera di Lampedusa, aiuta gli studenti della classe VB Informatica dell’Istituto “Marconi” di Rovereto a trovare un nuovo linguaggio per raccontare quello che è accaduto – e che continua ad accadere – al largo delle coste delle Pelagie. Alla frontiera d’Italia, alla frontiera d’Europa. “Ma io non parlerei di frontiera – aggiunge il comandante, che ai trentini in viaggio di ricognizione sul campo ha mostrato la centrale di controllo e una delle motovedette pronte ad intervenire – perché alla frontiera si fa un lavoro di routine burocratica. Qui invece siamo al pronto soccorso, e ci muoviamo un po’ come fa il vostro soccorso alpino”. Dai monti al mare per una sorta di gemellaggio sulle tracce dei diritti umani e del dovere del soccorso, per vedere, incontrare, capire e raccontare, i ragazzi del progetto “Sui luoghi della storia di domani. Lampedusa approdo sicuro”, ideato dal Comitato Non laviamocene le mani e sostenuto da Forum per la pace, Regione, Provincia, Presidenza del Consiglio, Comunità della Vallagarina e Comune di Rovereto, si fanno reporter dietro e dentro la notizia, per conoscere chi ha vissuto e continua a vivere la realtà di una piccola isola così spesso sotto i riflettori. Anche sul volo che da Palermo li ha portati qui l’altro giorno, su quel rumoroso aereo da 44 posti, c’erano i volti conosciuti di inviati televisivi, e la mattina dopo sul molo della Capitaneria di Porto sono tornate le telecamere delle reti nazionali. Ma non è di emergenza che i ragazzi sentono parlare, benché in 3-4 giorni siano stati salvati 800 migranti, ed ora il centro di accoglienza ne ospiti circa 500. “L’emergenza non c’è, se si interviene in tempo – sottolinea don Stefano – e a chi parla con disprezzo o paura dei tanti che arrivano e trovano a Lampedusa un primo soccorso, gli metterei in braccio un bambino!”. Perché qui i lampedusani vedono occhi, stringono mani, incontrano persone, e nel riferire delle operazioni di soccorso il comandante Cannarile parla di un mare forza 7 con onde di 9 metri, di ragazzi, donne e bambini per tre giorni fradici di un’acqua a 17 gradi, di 80 naufraghi alla deriva su un gommone che ne potrebbe trasportare 10. Accompagnati dall’insegnante di italiano e storia Carlo Andreatta, i ragazzi del “Marconi” ascoltano, registrano, fotografano. In attesa di raccontare, al rientro in Trentino, ciò che hanno visto; al di là dell’emergenza, al di là della cronaca dei soli numeri.

14 aprile 2013