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Catena di Sanlibero n. 212

5 gennaio 2004 - Riccardo Orioles (Giornalista antimafia)

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Cinque gennaio. Perche' la Sicilia e' "vecchia"? Socialmente, voglio
dire. Troppo piccola per autogestirsi, troppo grande per essere
mantenuta con la forza, per duemila anni e' stata regolarmente "invasa"
e altrettanto regolarmente affidata alla classe dirigente di prima:
latifondisti romani, feudatari spagnoli, notabili borbonici o "uomini
di rispetto". Cosa Nostra dialogava ufficialmente col governo italiano.
Gestissero la Sicilia a modo loro. In cambio, ordine e disciplina e -
quando richiesto - appoggio al governo "alto". Percio' classi dirigenti
obsolete (serbate artificialmente al potere) e societa' duramente
divisa in due: viddani e baronia, coppole e cappeddi. Questa Sicilia
dura tuttora. E questo marca, fra l'altro, i suoi intellettuali.
In nessun'altra regione si scrive bene come in Sicilia. Tomasi,
Bufalino, Verga, Pirandello, Sciascia - la lingua italiana, gia'
elegante di suo, qui tocca i vertici della raffinatezza. E in
nessun'altra terra i grandi scrittori, alla fine della loro carriera,
ripiegano cosi' fiocamente su se stessi; sovente, con esiti reazionari
e di destra.
Pirandello s'iscrisse al fascio. Sciascia combatte' l'antimafia. Verga
elogio' Bava Beccaris. Come mai? E' che nessun altro uomo al mondo come
il siciliano e' costretto a scegliere senza mediazioni. Qui non si puo'
barare. La poverta', la violenza, il mondo ferocemente diviso ti
gridano ogni momento "da che parte stai?". Alla fine devi rispondere, e
la risposta ti marchia. Qui, la liberta' la ritrovi fra gli scrittori
"minori"; messi da parte cioe'; quelli che muoiono all'alba, da
giacobini impenitenti, su una forca alla Marina; oppure per un colpo di
pistola, in una serata qualunque, mentre stai uscendo dal tuo teatro.
Io non sono orgoglioso della nostra bellissima letteratura "ufficiale":
lo sono invece dei nostri cantastorie, dei nostri poeti di strada, dei
nostri giornalisti; quelli "minori" e rimossi, anche stavolta. Ne
abbiamo perso una decina, uccisi perche' scrivevano contro i potenti;
questa decina di uomini, coi nostri cento sindacalisti e compagni e
giudici assassinati, sono l'anima dura della nostra Isola, cio' che ci
fa dire con forza "sono siciliano".
* * *
Giuseppe Fava, figlio di maestri di scuola, nipote di contadini,
giornalista, fondatore dei Siciliani, scrittore, fu uno di costoro. I
padroni di Catania lo uccisero il 5 gennaio del 1984, mentre usciva dal
teatro in cui, poche settimane prima, aveva rappresentato un durissimo
atto d'accusa contro il regime mafioso cittadino. Lo uccisero
tranquillamente, sapendo che nessuno avrebbe reagito e che dopo un paio
di giorni di chiacchiere tutto sarebbe tornato come prima. Non fu
cosi'. Qualcosa si risveglio' nella citta', e usci' fuori al sole.
Io sono stato molti anni a Catania, e ho visto molte cose. Ho visto
morti ammazzati e giudici venduti. Ho visto giornalisti prostituti,
politici miserabili, e quanto piu' laido e osceno si possa immaginare.
Ma se tu mi chiedessi, ora, cos'e' Catania, risponderei: ho visto due
vecchi contadini, marito e moglie, davanti alla loro casa con la lava
dell'Etna a cinquanta metri. Smontavano il cancello, tranquillamente,
perche' sarebbe servito al momento di ricostruire. Questa era la
Catania a cui s'era rivolto Giuseppe Fava. E questa Catania, incolta e
qualunquista, facile da imbrogliare, politicamente rozza, aveva
tuttavia in se' qualcosa di bello e antico.
Venivo a Catania - per "fare il giornalista" e dunque, a modo mio, per
"sistemarmi" - da un decennio di militanza a tempo pieno nel movimento.
Un "rivoluzionario professionale", insomma: corretto, sofisticato e
presuntuoso, con tanto di puzza al naso e destinato, probabilmente, a
un posto nella sinistra perbene e poi nel regime. Dei giovani di
Catania, avevo un'opinione molto precisa: qualunquisti e paesani.
Ma quando il Direttore mori' e la Citta' fu chiamata, come in tempo di
Resistenza, a scegliere fra occupanti e patrioti, si vide quanta
civilta' e quanto coraggio vi fossero in questi giovani "comuni".
Noialtri redattori - ragazzi spaventati, in realta', con una bandiera
molto piu' grande di noi - decidemmo, piu' per affetto che per
coscienza, di continuare. E il giorno dopo ci presentammo in redazione,
per riaprire la sede. Ma fuori dai Siciliani, timidi ma risoluti, c'era
un piccolo capannello di ragazzi. "Chi siete?". "Siamo la Fgci di
Battiati. Siamo qui per distribuire il giornale". Noi non sapevamo
ancora se avremmo avuto il coraggio di farlo, il giornale. Ma loro
avevano gia' quello di distribuirlo.
* * *
Quei tre anni durissimi, l'ottantaquattro l'ottantacinque e
l'ottantasei, furono gli anni dei ragazzi catanesi. Non l'entusiasmo
delle manifestazioni (ci furono anche quelle, le piu' grandi mai viste
a Catania) ma l'impegno concreto e operativo, giorno dopo giorno, per -
almeno - trentasei mesi. I Siciliani - con scritto sotto: fondatore
Giuseppe Fava - e SicilianiGiovani sono stati i miei giornali, e anche
qualcosa di piu', l'elemento centrale della mia, delle nostre, della
nostra vita. E mi e' difficile scriverne di piu'; non ora, non in
questo giorno. Diro' soltanto che a Catania, in Sicilia, in Italia, di
nuovo come in tempi di garibaldini o di partigiani, cresceva palpitando
e lottando qualcosa di veramente nuovo. Non diro', per non offendere
quelli di noi che erano di altre idee (c'era persino un fascista), come
mi verrebbe naturale, che stava nascendo una sinistra. O forse si': ma
sinistra nel senso antico del termine, allonsanfan e compagni. Una
bella sinistra; *la* sinistra, quella davvero espressa profondamente
dal Paese. "La meglio gioventu'" per me fu questa.
* * *
Vent'anni sono una vita; t'insegnano, fra le altre cose, una difensiva
autoironia. Cosi', ora chiudo in fretta. Faro' dei nomi - non posso
farli tutti: e dunque, questi sono qui solo in rappresntanza di tutti.
Il piu' giovane, e la piu' anziana; il primo e' Fabio D'Urso,
"Fabiolino"; e davvero aveva solo tredici anni quando suo padre lo
porto', il sette gennaio, alla sede dei Siciliani. Il signor D'Urso era
stato, molti anni prima, giovane giornalista con Giuseppe Fava; poi uno
era andato avanti, e l'altro aveva scelto un mestiere normale. Ed ora
eccolo qui, a presentare suo figlio, che certo si sarebbe fatto onore.
La signora Roccuzzo era la madre di uno di noi; si parlava, la mattina
presto, di cosa sarebbe potuto succedere ancora. Per suo figlio, la
rassicuravo, il pericolo era relativamente minore; l'avremmo sistemato
fuori Sicilia al piu' presto. "Aspetta - disse lei - se c'e' da
rischiare dovete rischiare tutti insieme, anche lui".
* * *
Questi erano i Siciliani. Nessuno di loro ha mai avuto il minimo
riconoscimento - da partigiani quali erano, da garibaldini - per le
cose grandi e eroiche che, ciascuno di loro al suo momento, seppero
tirar fuori da se' stessi in quel tempo di guerra. C'e' la signora,
amica del Direttore, che due giorni dopo la sua morte si presenta ai
Siciliani e abbandona la carriera universitaria per venire ad
amministrare il giornale - lo fece per dieci anni di seguito,
perdendovi ogni avere ma garantendone finche' possibile l'uscita. C'e'
il compagno che per quattro anni forni' notizie dall'interno del
nemico, rischiando a ogni momento non la morte, ma una morte con
torture. Ci sono i liceali dello Spedalieri, uno ora organizza scuole
internet in Italia e un'altra e' volontaria a Citta' del Messico. C'e'
il vecchio giudice, il prete, l'ingegnere - il nostro Cln, i capi del
movimento civile. Ci sono quei ragazzini che alla manifestazione
antimafia portarono i loro coetanei tossici, convinti uno per uno nelle
piazzette della droga; a un tratto, in mezzo agli slogan contro
Santapaola e i Cavalieri, uno di loro impallidisce per una crisi e fa
per cadere: ed ecco tutti gli altri ragazzi, quelli che in un'altra
societa' sarebbero stati i "normali", far capannello attorno lui,
aiutandolo e nascondendolo e continuando a sfilare. C'erano loro, e
altri esseri umani attorno a loro, e altri ancora piu' in la', a
Catania, a Palermo, in Sicilia, e poi - man mano che quella pianta
germoglio', con altri nomi - a Roma, a Milano, a Napoli, dappertutto.
C'ero anch'io, e credo che a quest'ora sappiate che il mio tratto
peggiore e' la superbia. Eppure, pensando a quello, che fu il tempo
piu' nobile della mia vita, non ne provo affatto. "Uno dei Siciliani".
Un compagno. Che cosa si potrebbe essere di piu'? Davvero vale la pena,
di fronte a cose come queste, di perder tempo a mettere puntini sulle
i? No. Noi siamo quelli di Giuseppe Fava. Ognuno puo' dirlo, e ognuno
ne risponde - a se stesso - a modo suo. Il resto, non ha importanza.
Non ha importanza nemmeno, dopo vent'anni di bavaglio "nemico",
cominciare a sentirsi addosso anche il bavaglio "politicamente
corretto". A Catania, da tre anni in qua, non si fa altro che cercar di
dividere il Monumento a Giuseppe Fava (lodevole intellettuale
siciliano) dal rozzo giacobinismo dei Siciliani, specie di alcuni.
Percio', fra le altre cose, non ci fanno parlare. Ma che importa? Fra
noi e i Cavalieri, abbiamo vinto noi. Loro sono scomparsi, noi siamo
ancora qui: poveri, ma ci siamo. Catania irredimibile e rozza? Ma c'e'
pure una Catania che puo' vincere, una Catania a maggioranza popolare:
noi ci siamo arrivati vicinissimi, abbiamo dimostrato che si puo' fare.
E altri no. Catania del monopolio, Catania in mano a Ciancio? Ma c'e'
anche una Catania dei liberi giornali: basta avere il coraggio di
farli. Noi l'abbiamo avuto, e tuttora ci tentiamo. Altri no.
* * *
"Non si puo' chiedere a tutti di fare il lupo solitario", disse una
volta Giuseppe Fava, ed e' una frase bellissima, romantica e spavalda
al tempo stesso. I lupi solitari, tuttavia, hanno un senso solo se da
qualche parte c'e' un branco. Magari in quel momento distratto, ma
pero' vivo, con le sue storie "ordinarie" di lupi e lupacchiotti,
impegnati nella loro quotidiana sopravvivenza materiale e morale. Molto
spesso divisi, qualche volta (troppo di rado...) uniti, essi sanno
comunque, o quanto meno intuiscono, di essere un branco e non un gregge
qualunque; una razza a parte. Questo e' tutto cio' che puo' fare per
loro uno come me, ricordargli chi sono e cosa possono fare. Il resto,
se lo devono ritrovare e reinventare da se', se no non funziona. Cosi'
e' sempre stato nei branchi, da che mondo e' mondo.
* * *
Di Giuseppe Fava si parlera' nelle letterature ufficiali - come fu per
Stendhal - fra qualche cinquantina di anni. Non e' facile, per
l'accademia italiana, distinguere fra cocacola e vino: poiche' la
critica e' astemia, e vino se ne passa poco; quando per caso ne trova,
giu' col "sicilianismo" e con la "civile tensione", che e' un modo per
cercare di mettere quella roba aspra e forte in bottiglie di plastica e
gia' conosciute.
Fava e Tomasi di Lampedusa sono comunque i massimi scrittori siciliani,
e fra i massimi italiani, del dopoguerra. In piu', Fava era uno
scrittore amico. Parla dei contadini siciliani (La Violenza), degli
operai emigranti (Passione di Michele, il suo capolavoro), della
dignita' del resistere (La Ragazza di Luglio), dell'atrocita' del
potere (L'Ultima Violenza). Ne parla popolarmente, in lingua densa e
forte, dove la maestria dell'artista ottiene il premio piu' difficile -
la semplicita'. I suoi personaggi piu' sentiti sono donne e questa, in
una letteratura misogina come la nostra, e' anche una bella cosa.
Di tutte le creature che vivono nei suoi libri, nessuna e' monolitica,
nessuna priva di sfaccettature umane; il vecchio avvocato mafioso
conserva - persino lui - una sua inquietudine, un suo dolore. Eppure
Fava non "parla d'altro" mai, non e' mai arcadico; tutti i suoi
personaggi stanno in una loro precisa meta' di mondo, o quella dei
potenti o quella degli oppressi. Perche' - giornalista, scrittore,
fondatore dei Siciliani e quant'altro - egli era prima di tutto un
rivoluzionario. Nel senso vero, vissuto, ottocentesco, della parola.
Per questo, incontratolo una volta, non lo si abbandona mai piu'.
* * *
Cosi' e' stato per me. Vent'anni. Eppure non pesano affatto, non come
nostalgia. Ne' si riesce a non sorridere, pensando a una persona viva
come lui. E' morto semplicemente, facendo quel che doveva, da soldato.
Non credo che gli sia stato difficile. E' molto piu' difficile vivere,
nel senso pieno e profondo in cui viveva lui. La vita che passa fra le
persone care e gli amici, da uno all'altro, da un cerchio all'altro, da
una generazione all'altra. La vita che te lo fa riconoscere in persone
lontanissime, che non l'hanno mai conosciuto. La vita che si trasforma
lentamente in cose umane da fare, in chiari pensieri e affetti, in
militanza disciplinata e anarchica non piu' per un partito o una
patria, ma per gli esseri umani in quanto tali. La vita che ti fa
sorridere, ripensandolo, quando sei solo. "Ma insomma, si puo' sapere
che cos'e' lei, politicamente?" gli chiesi una volta, da quel fighetto
"di sinistra" che ero. "Io? Io sono tolstoiano..." sorrise lui, e ci ho
messo vent'anni prima di decidere se parlava sul serio o mi pigliava
per il culo.
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Italia. E' stata rinviata a data da destinarsi la proposta del ministro
alle Attivita' Produttive che aveva chiesto alla collega ministra
dell'Istruzione di istituire al piu' presto nelle scuole "lo studio dei
casi di eccellenza degli imprenditori italiani". Gli "eccellenti", da
proporre solennemente a esempio e monito delle giovani generazioni, da
qualche tempo in qua non hanno molto tempo per impartire lezioni di
vita; che peraltro, per ministro e ministra, sarebbero i piu'
qualificati a impartire, a parte questi noiosi contrattempi. Il
contributo del governo italiano - e diciamo pure della classe dirigente
italiana - al crac Parmalat e' principalmente questo; ideologico, vale
a dire. Da una ventina di anni in qua, e da tre-quattro anni in modo
sempre piu' ossessivo, la filosofia del regime e' che il Vip Non
Sbaglia Mai.
Tranvieri, disoccupati, parroci, carabinieri in pensione, cococo',
operai: tutti corporativi o qualunquisti, nostalgici di un passato
"sociale" obsoleto, indigeni polinesiani di fronte ai missionari del
progresso. Su questo, fra destra e "sinistra", c'e' una (inconsapevole)
convergenza, che va molto oltre i governi.
Lo scandalo Parmalat e' ideologicamente italiano. Ma da un punto di
vista tecnico e' globale. Il governo (e la Banca d'Italia) non hanno
vigilato. Ma le maggiori banche (che sono ormai transnazionali) erano
implicate. I conti esteri, le Cayman, gli affidavit finanziari, le
"consulenze" pelose erano senz'altro multinazionali. Questo non e' un
altro caso Enron: e' *il* caso Enron, cioe' l'assoluta
irresponsabilita' del management finanziario, che finalmente arriva
*anche* in Italia. Quel tizio dalla barbaccia antipatica probabilmente
ci avrebbe fatto su un libro - o forse l'ha gia' fatto.
* * *
In Italia, secondo statistica, sono ormai in sei milioni i lavoratori
dipendenti ad aver superato la soglia della poverta'; dai due milioni
di lire ai mille euri il confine e' esattamente questo. E il ceto
medio-alto, quest'anno, le feste le ha passate - con stupore - a casa
sua.
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Italiani. La maestrina, l'immigrato, il barbone, il ferroviere, il
prete. Bambini salvati dal terremoto, persone tirate fuori dal mare in
tempesta, ragazze difese contro il branco, viaggiatori sottratti
all'incidente mortale, ragazzi che annegavano portati a riva... Ha
fatto bene il presidente della Repubblica, a nome di tutto il popolo
italiano, a chiudere l'anno premiando pubblicamente questi cittadini.
Italiani qualunque, come voi e me, di quelli che non vanno mai sui
giornali se non una volta sola nella loro vita. Carmela Coniglio,
Mohamed Abdennaceur, Natale Morea, Vincenzo Pratico', don Stefano
Gorzegno: l'Italia che conta e' tutta qui, il resto e' soltanto
polverone.
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Anarkici. Di anarchici insurrezionalisti ne ho visti passare diversi in
vita mia. Uno era Merlino, "insurrezionalista" col botto (lo usarono
per cercare d'incastrare Valpreda) che poi risulto' militare invece
nell'estrema destra. Un altro era Bertoli, anche lui molto
"insurrezionalista" (attentato alla questura a Milano) ma infine
smascherato come uomo dei servizi segreti. Poi ci sono gli
"insurrezionalisti" del '77 (una famosa foto li immortalo' mentre
sparavano travestiti da "autonomi", ed erano agenti in borghese) e
quelli di Genova, i black-bloc: anche loro, ahime', fotografati a
braccetto non di Bakunin ma della questura. I brigatisti, viceversa
(quelli di ora), sembrerebbero autentici: ne bastano una trentina,
fanatici al punto giusto, per fare un bel po' di danno; anche loro,
peraltro, facilmente manovrabili (stolidi e prevedibili) da chiunque ne
abbia interesse. Nell'ottocento, il capo dei terroristi russi risulto'
alla fine al servizio - per oltre dieci anni - della polizia segreta
zarista. Alla fine non sapeva neanche lui se era piu' terrorista o piu'
sbirro: come terrorista ammazzava i compagni "morbidi", e come
poliziotto li ficcava in galera. In tutto questo casino, l'unica cosa
che si capisce e' che hanno cominciato a fare gli attentati al
candidato dell'opposizione. Ma l'Italia non e' la Colombia, dici tu:
mica qui c'e' la mafia al governo. Sara'. Comunque, stiamo in campana.
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Befana. A novembre Bossi ci aveva promesso un bel regalo per l'anno
nuovo, e cioe' l'abbandono delle poltrone e la caduta del governo. Non
s'e' visto niente. Ora aspettiamo, speranzosamente, l'Epifania.
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Palestina-Israele. Novecento nuove famiglie di coloni saranno installate
- annuncia il governo Sharon - sul territorio del Golan, appartenente
alla Siria ma occupato da piu' di vent'anni dall'esercito israeliano.
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Cronaca. I soliti cento feriti per i botti di capodanno: fra gli
ordigni di quest'anno il "kamikaze" da mezzo chilo. Gli italiani sono i
Bin Laden di se stessi.
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Cronaca. Palma di Montechiaro (Agrigento). Incendiata l'auto di don
Angelo Portelli, prete del paese, in prima fila nelle iniziative
antimafia e contro l'usura.
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Cronaca. Palermo. "Negli ambienti piu' insospettabili della societa'":
con queste parole si conclude il rapporto dei carabinieri che fa, come
ogni anno, il punto sulle attivita' criminali di Cosa Nostra.
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AntonellaConsoli libera@libera.it > wrote:

Dedicata a un uomo

< Tronfia e sazia
la schiera dei corvi attendeva in silenzio
Il messaggero arrivo':
obbiettivo colpito, giugulare bruciata,
stasera la strada porta un rosso eccitante.
Scalza e riarsa da una sete perenne
la piccola Gioia smise di piangere
tremo'
nemmeno lei seppe mai perche'.

Qualcuno mori', nessuno si mosse.

Crollava il cielo di un uomo
le nostre stelle furono aghi di ghiaccio:
gl'infilzarono il cuore, le labbra, il cervello
inchiodandolo qui
sulle vesciche roventi d'una citta' sfregiata.
Orrida impotenza le mie mani perfette
e il mio cervello
convulsa onda di stupore.
Ancora una volta un bacino di sangue
rompe i confini d'una sagoma di gesso,
orrida impotenza la mia vita intera. >

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