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Lettere al direttore

Dislessia: un'esperienza personale

13 agosto 2007 - Claudio Berera (Dirigente Associazione Arcobaleno)


Egr. Direttore,

sono il Dirigente di un'Associazione, promotrice della didattica di Applied Scholastics con la quale recuperiamo gli studenti nella zona di Bergamo.

Ho letto recentemente diversi articoli e lettere su vari media, nei quali si parla di "disturbi di apprendimento".

Voglio dare il mio contributo, esponendo la mia esperienza personale, nella speranza che possa apportare maggiore chiarezza.

Circa tre mesi fa, nella mia Associazione, si è presentata una dottoressa “specialista in disturbi del linguaggio”, proponendomi i suoi servizi per quei ragazzi che mostrano disturbi di carattere dislessico o di pronuncia nel suono delle parole.

Le chiesi quali servizi mi poteva offrire e le relative soluzioni e lei prontamente mi disse che appunto si occupava di questi ragazzi che hanno delle difficoltà di pronuncia, di lettura e di scrittura, però, non aveva un programma specifico per questi disturbi se non il fatto di seguire il ragazzo in base alle difficoltà che dimostrava e di volta in volta stabilire cosa fare. Non mi propose altre soluzioni in merito. Le chiesi allora se avesse riscontrato dei cambiamenti con i suoi interventi sugli studenti, la sua risposta è stata che non era così semplice, perché la dislessia è una malattia, che non si guarisce, ma tuttavia è possibile attenuarla rendendo accettabile il lessico e che in ogni caso non ci sono rimedi efficaci attualmente conosciuti.

Sono stato sorpreso da questa risposta perché la mia esperienza è ben diversa. In particolare, nella mia Associazione mi sono occupato di un ragazzino di 11 anni che doveva iniziare la prima media. La mamma mi anticipò che suo figlio aveva grosse difficoltà nel leggere, nello stare in classe per più di due ore e nello scrivere senza errori d’ortografia. Gli avevano diagnosticato una dislessia lieve ma inguaribile; nella scuola pubblica avrebbe avuto l’insegnante di sostegno, cosa che il ragazzo assolutamente non accettava.

Io misi alla prova il ragazzo. Era veramente messo male! Non era in grado di fare un discorso se non usando due pupazzi di peluche e facendoli parlare. Per leggere un testo elementare, aveva bisogno di una quantità esagerata di tempo per poi alla fine non essere in grado di ripetermi con parole sue quanto letto. Mi sono dedicato a questo ragazzo a tempo pieno per circa un mese e mezzo chiedendogli il significato di tutte quelle parole che non riusciva a leggere con scioltezza e scoprii con stupore che non ne conosceva il significato, mi riferisco anche a parole molto comuni e di uso quotidiano, così mi soffermavo con lui per chiarirne il significato e fargliele usare in frasi create da lui stesso, il risultato è stato sorprendente! In breve tempo passò dal non voler più assolutamente andare a scuola, al voler frequentare la nostra Associazione. Nell’arco di un anno, non fece mai assenze. Ogni giorno che passava, sentiva che “ce la stava facendo" apparendo molto entusiasta.

Ora questo ragazzo, può leggere da solo, fare riassunti scritti e verbali; ha imparato tutte le tabelline quindi è in grado di fare le operazioni di base senza l’uso della calcolatrice, cosa che prima non era in grado di fare.

A fronte di quanto sperimentato personalmente, ritengo che la dislessia non solo non esista come malattia legata all’aspetto fisico, ritengo che sia piuttosto un fenomeno determinato dall’ignoranza dell’individuo, dal non conoscere i simboli fondamentali del linguaggio che, una volta appresi, risolvono il problema, problema puramente conoscitivo e non patologico come si pretende di credere o far credere che sia.

Negli ultimi tre mesi scolastici (marzo, aprile e maggio) ho accettato un ragazzo di sedici anni, frequentante la prima superiore ed espulso da ben due scuole pubbliche in quanto violento, maleducato ed arrogante. Per capire la situazione, l’ho sottoposto ai test d’ingresso. In matematica, è stato in grado di superare solo l’esame di SECONDA ELEMENTARE! Cominciai quindi a recuperarlo nel programma partendo dagli insiemi, con i numeri interi e decimali ed infine gli feci studiare le tabelline, cosa secondo lui impossibile, utilizzando il metodo usato in “Applied Scholastics” che prende spunto e fonte dalle opere didattiche dell’autore di numerosi scritti e saggi, L. Ron Hubbard. Il ragazzo vide che a distanza di due giorni, aveva già assimilato tre tabelline. Riacquistando fiducia nelle sue capacità, in un mese, aveva imparato tutte le tabelline, aveva imparato a fare le operazioni di base come le moltiplicazioni e le divisioni, senza l’uso della calcolatrice e si sentiva molto felice e REALIZZATO! Suo padre, sorpreso dai risultati, mi chiese cosa stavamo facendo a suo figlio, non avendolo mai visto così CALMO, rispettoso e disponibile nei confronti della famiglia!

Nella nostra Associazione non era violento, anzi andava d’accordo con gli altri ragazzi e veniva molto volentieri, (questo ragazzo probabilmente sarebbe stato etichettato come "affetto da discalculia", "affetto da disturbi del comportamento" secondo le nuove teorie molto in voga ultimamente).

Se i nostri ragazzi non ce la stanno facendo, a scuola e di conseguenza nella vita, penso che non sia dovuto a gravi malattie inguaribili come la dislessia, discalculia ed altro!! E’ dovuto da un lato alla mancanza di un metodo di studio efficace, pratico e basato su un sistema ragionato di inglobare le informazioni, superando “da solo” o con l’aiuto dell’insegnante (che deve necessariamente conoscere il metodo) le proprie difficoltà d’apprendimento e dall’altro lato alla mancanza di dedizione appassionata e amore per i bambini.

Il tutto si aggrava quando si ricorre, come sta avvenendo in alcuni casi, alla somministrazione di psicofarmaci come possibile rimedio.

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