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Intervista a Carlo Ruta sui coni d’ombra, la mafia, la democrazia

13 luglio 2009 - Angela Allegria

Storico, giornalista, amante della Sicilia e dei suoi misteri, Carlo Ruta svolge la sua attività interessandosi alle storie della sua terra, a quelle non dette, a quelle non scritte, ai fatti che sono immersi dalla coltre della dimenticanza, quegli eventi e quei personaggi storici di cui sarebbe meglio non parlare. Nel 1994 si è occupato del tema storico di Portella della Ginestra, fornendo materiale, negli anni successivi, al regista Benvenuti per la realizzazione del film “Segreti di Stato”. Tre anni dopo lo stesso filone d’inchiesta è stato rilevato e continuato da Giuseppe Casarrubea, il quale è giunto a sue conclusioni. Nei suoi libri, nei suoi scritti Carlo Ruta si è occupato di fatti di mafia, denunciando i poteri forti dell’est siciliano, illuminando la scena in quelle zone che definisce “coni d’ombra”, quali ad esempio il caso vittoriese o la morte dell’imprenditore Carbone di Scicli. Su quest’ultimo caso è stato processato per calunnia e di recente assolto in formula piena. L’oscuramento del sito accadeinsicilia.net, le minacce, i procedimenti giudiziari, non gli hanno fatto mai fare un passo indietro, anzi, il ruolo di “vittima” a Carlo non piace proprio per nulla. Di recente ha pubblicato un nuovo libro “Segreto di mafia”, nel quale propone un’analisi storica e sociale dettagliata e profonda del sudest negli anni settanta, a partire dalla sera del 25 gennaio 1972 nella quale fu ucciso l’ingegnere ragusano Angelo Tumino su cui indaga Giovanni Spampinato, giornalista de “L’ora”, ucciso poco dopo. La figura di Spampinato, come anche quella di Carlo Ruta non possono non far riflettere sul ruolo del giornalista in terra di mafia, di cui parla lo storico siciliano per “Antimafia Duemila”.

D: Carlo, quale è il ruolo del giornalista in riferimento alla informazione e comunicazione di eventi legati alla criminalità organizzata?

R: Il crimine organizzato reca declinazioni complesse, tanto più quando si combina con l’esercizio del potere. Si tratta comunque di un dato evoluzione, che è cambiato, si direbbe geneticamente, in sintonia con i mutamenti dell’ultimo secolo. Nell’economia odierna, imperiale e globale insieme, le sacche di concertazione criminosa sono divenute un fattore economico in senso stretto. Ne danno prova i paradisi bancari off-shore, i transiti di capitale in nero, la grande evasione fiscale. Tale concertazione, se può essere rigettata quindi dal singolo operatore, dall’impresa che tiene al rispetto delle regole, può esserlo sempre meno dal sistema nel suo complesso, per come è andato strutturandosi. Sempre più, in aggiunta, il destino dei paesi si trova percorso ed influenzato da economie tipicamente illegali, che muovono dai grandi traffici di narcotici, armi, schiavi, preziosi, tabacchi, materiale radioattivo, rifiuti tossici. In definitiva, se è andato ampliandosi l’orizzonte dei diritti, sanciti, riconosciuti, rivendicati, dall’altro, a dispetto delle sicurezze del vecchio liberalismo, taluni mali delle attuali società vanno evolvendo in modo severo, generando dei veri e propri punti di collasso. È allora importante che il giornalista, oggi, si assuma l’onere di rendere visibili, attraverso la denuncia e la documentazione, tali punti di collasso, a salvaguardia delle leggi giuste, delle libertà, della democrazia.

D: Nel tuo ultimo libro “Segreto di mafia”, ti sei occupato del delitto Spampinato. A che conclusioni sei giunto? Perché Giovanni Spampinato è morto?

R: L’uccisione di Spampinato, per quanto se ne conosca l’autore, è ancora da contestualizzare, mentre quella dell’ingegnere Angelo Tumino, palazzinaro del ragusano, rimane un rebus da risolvere, sul piano giudiziario come su quello informativo. Una cosa comunque può essere detta con certezza: il giornalista de “L’Ora” si trovò a incalzare il nocciolo profondo del sudest. Per decenni i due delitti sono stati posti in relazione con le emergenze neofasciste dell’epoca. Tale pista non trova tuttavia alcun riscontro, mentre si mostra debole, in via generale, il modello interpretativo che tende ad individuare degli spessi punti di contatto fra le trame nere degli anni sessanta-settanta e le vicende della Cosa Nostra siciliana. Numerosi indizi corroborano, invece, l’ipotesi dell’affare di mafia, sullo sfondo del grande contrabbando. Va tenuto conto che il cono d’ombra del sudest, da Catania a Gela, passando per il Siracusano e i settanta chilometri di costa iblea, costituiva un punto nevralgico di quei traffici, trattandosi dell’area siciliana più permeabile e più prossima alla coste jugoslave, greche e maltesi, lungo le quali le grandi società di tabacchi avevano dovuto dislocare i loro depositi.

D: Perché a distanza di trentasette anni la verità sui delitti Tumino e Spampinato non deve ancora essere svelata?

R: Non è ravvisabile, al riguardo, un retroscena misterioso e profondo, né un puparo che tira le fila e che governa i silenzi. In realtà è nei caratteri degli esseri umani cercare di dimenticare il passato quando fa male, quando testimonia importanti deficit di coscienza. Quel 1972 ha costituito una perdita secca per le comunità iblee, per quella ragusana in particolare, perché in tale storia non si sono registrati solo manchevolezze ed errori, ma pure omertà diffuse, profonde, coazioni a tacere che hanno impedito di percorrere determinate strade, le sole che avrebbero potuto permettere di conoscere i fatti. La Ragusa che non ama farsi parlare addosso non ha mai iniziato ad elaborare il lutto. Sin dall’apparizione di contrada Ciarberi, il luogo in cui venne ritrovato il corpo di Tumuno, ha scelto invece di dimenticare.

D: La provincia di Ragusa è sempre stata definita “provincia babba” (lett. provincia sciocca), estranea ai fatti di mafia o comunque legati alla criminalità organizzata. È davvero così?

R: La provincia di Ragusa, come accennavo prima, non può essere considerata un’isola felice perché ha giocato un preciso ruolo nell’ambito degli affari più oscuri della Sicilia, soprattutto a partire dagli anni sessanta dopo la chiusura del porto di Tangeri, quando le società produttrici di tabacchi sono state costrette a trasferire i loro magazzini dall’ovest all’est del Mediterraneo. In quel contesto, per ragioni di vicinanza materiale e per la facile permeabilità delle coste, si è reso necessario, appunto, fare del sudest siciliano un’area operativa, nella quale far circolare non solo tabacchi, ma anche armi, reperti archeologici. Se dal punto di vista sociale, degli stili di vita, la contaminazione mafiosa poteva dirsi allora minima, sul piano logistico e materiale le cose erano del tutto differenti. Nell’area iblea convergevano interessi importanti, con le massime garanzie di copertura, in virtù della buona reputazione di cui godeva l’intero sud-est, reputato ameno, lindo, estraneo a fatti di mafia. Ben si capisce allora che Giovanni Spampinato, il primo giornalista a mettere in discussione lo stereotipo dell’isola tranquilla, finì per costituire un pericoloso inconveniente.

D: Cosa sono i coni d’ombra?

R: Sono anzitutto delle aree fisiche, territoriali, che sono in grado di godere di grande reputazione, e che tuttavia possono finire per essere funzionali a traffici di tipo mafioso. Fino a qualche decennio fa, per esempio, la camorra veniva associata principalmente a Napoli. Quanto avveniva nel Casertano, come in altre province campane, veniva a trovarsi quindi ai margini dell'interesse mediatico, spesso pure giudiziario. Ma l’omicidio di don Giuseppe Diana, il crescendo di uccisioni dopo il 2000 e altri gravissimi fatti di camorra hanno indotto giornalisti, magistrati, sociologi, storici a proiettare la loro attenzione su tale territorio, fino a sottrarlo del tutto al cono d'ombra che a lungo lo aveva riparato. Esemplare è pure la vicenda del Nord-Est, area che gode di grande stima in Italia e all’estero, quale motore dell’economia nazionale e sede di piccole imprese che sono diventate grandi nel mondo. Negli ultimi anni novanta, alcuni magistrati di Venezia hanno scoperto che proprio nel Veneto, epicentro del Nord-Est, si era radicata, in piena sordina, una spessa organizzazione criminale, finita poi nelle cronache come la “mafia del Brenta”, capeggiata da Felice Maniero. E non si tratta del solo fatto degno di nota. L’ameno Nord-Est, ancora con i favori dell’ombra, ha potuto costituire, lungo gli anni settanta-ottanta, una della aree del paese più intaccate dalla grande speculazione edilizia, con effetti di devastazione non indifferenti. Tanti elementi lasciano ipotizzare infine che la crescita di tale economia sia stata alimentata pure da scambi fuori le righe, a partire dal riciclaggio di denaro. Ma su questo punto non sono ancora possibili risposte definitive. I coni d’ombra non sono comunque soltanto fisici, possono riguardare bensì la politica, l’economia, i poteri. Una vicenda rappresentativa è quella della Banca d’Italia negli anni di Antonio Fazio. L’aura di irreprensibilità che cingeva il santuario più in alto della finanza nazionale è servita a celare fatti e atteggiamenti anche gravissimi, che in ultimo sono finiti comunque sotto i riflettori dei media, italiani e internazionali. Tutto questo definisce allora i coni d’ombra. Si tratta di luoghi ovattati, refrattari alla luce e alla conoscenza, per ciò stesso dei punti di collasso della democrazia. Proprio perché connessi a un oltre intangibile, una sorta di terra di nessuno, finiscono infatti con intaccare in profondo il sistema dei diritti. L’informazione, ovviamente, reca il compito fondamentale di riconsegnare tali luoghi, fisici e non fisici, alla luce, quindi alla democrazia.

D: Che percezione hanno i cittadini di tali poteri?

R: I cittadini, che non vivono astrattamente ma in realtà concrete, più o meno difficili e tuttavia sempre condizionate e condizionanti, possono avere dei poteri una percezione molto varia. Possono sentirli remoti, estranei, insondabili. Possono sentirli invece minacciosamente vicini. In quest’ultimo caso, l’omertà diffusa può essere parte integrante dell’ombra, quale sapere che collassa esso stesso nel buio, nel vuoto di comunicazione. La reticenza sociale può essere motivata tuttavia da altro. Può essere espressione di culture, di atavici sensi dell’appartenenza. In ogni caso, le democrazie, se veramente tali, recano l’onere di espugnare i territori dell’oblio, attraverso progetti di garanzia civile e di conoscenza.

D: Secondo te, perché il terrorismo eversivo legato alle Brigate Rosse e Nere può considerarsi una parentesi completamente chiusa, mentre le associazioni di tipo mafioso continuano ad esistere, svolgere le proprie attività, continuare ad infiltrarsi nel tessuto statale?

R: Terrorismo e mafia sono due fra i maggiori mali sociali. Ma sono due mali diversi, irriducibili l’uno all’altro. Il primo erompe dalla politica, si direbbe in modo ritmico, in particolari frangenti storici. Il secondo, più profondamente strutturato in senso antropologico, trova il suo terreno cardine nelle economie, perché in queste può essere espresso al meglio il potere di soggiogamento delle comunità. Il terrorismo è un po’ l’antefatto dei regimi autoritari. Ne fecero ampio uso il nazismo, con le Camicie Brune e le SS, il fascismo con le squadre. Ne hanno fatto un uso costitutivo le dittature latino-americane del secondo Novecento. Il terrorismo è stato infine il leit motiv degli anni settanta-ottanta in Italia, che segnarono il punto più alto della strategia della tensione. La mafia è tutt’altra cosa, perché non reca un particolare gusto per gli eccessi di tensione, né annuncia fascismi o regimi autoritari, s’incardina bensì e trae le migliori condizioni di esistenza proprio nei regimi liberaldemocratici, con l’avocazione a sé di poteri, con il controllo di territori, la scesa a patti con fette di stato, e così via. Ovviamente, attraverso tale opera, corrode la democrazia nell’intimo, ne intacca la sostanza, rischiando di svuotarla, in ultimo, di senso.

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