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Le due filosofie che hanno caratterizzato la politica dell'impero cinese

La Cina fra confucianesimo e legalismo

L'impero cinese pur basando la propia società ed organizzazione statale sull'etica confuciana ha spesso rinunciato agli ideali di giustizia e benevolenza quando era necessario reprimere le rivolte nel sangue.
9 aprile 2005 - Massimiliano Pizzirani

La filosofia cinese inizia a svilupparsi alla fine del cosiddetto periodo delle Primavere e degli Autunni (771-481 a.C.). Si formarono diverse correnti filosofiche, e anche all’interno delle stesse (soprattutto nel confucianesimo) diverse idee su quale fosse la natura dell’uomo e come dovesse comportarsi. Il pensiero cinese generalmente non considera l’uomo come qualcosa a sé stante, come un individuo, ma lo pone in relazione con la società, e dunque oltre al problema di cosa sia bene per l’uomo una questione fondamentale è quale sia il bene della società e come uno stato debba essere governato. A differenza di quanto molti pensano non è proprio della tradizione cinese l’asservimento dell’individuo al bene comune, l’uomo non è uno schiavo della società senza alcuna dignità e senza possibilità di realizzarsi, tuttavia nel corso della storia il potere politico ha spesso usato la filosofia a proprio vantaggio opprimendo la popolazione e cercando di trovare in alcune idee filosofiche una giustificazione delle sue azioni.
Il confucianesimo è stata la filosofia portante della storia cinese. Confucio (551-479 a.C.) ha sviluppato un sistema di idee che cercava di realizzare l’uomo all’interno della società, spingendolo nel contempo a migliorare quest’ultima col proprio impegno. Era uno studioso e viaggio per tutta la Cina dando consigli ai sovrani e andandosene ogni qualvolta era cacciato o non veniva ascoltato, la sua filosofia si basava sulla convinzione che la nobiltà non derivasse dalla nascita ma dallo studio e dallo sforzo per migliorarsi, e che la società si basasse sul rispetto dei ruoli (“il sovrano sia sovrano, il vassallo vassallo, il padre padre, il figlio figlio"), dunque è necessario il rispetto di coloro che sono superiori (il padre, il re, gli anziani) così come è necessaria benevolenza nei confronti degli inferiori. Tutto il mondo per Confucio è caratterizzato da una intricata rete di rapporti di forza, di superiorità-inferiorità, per cui il comportarsi correttamente consiste nello svolgere onestamente il proprio ruolo e nel rispettare quello degli altri. La virtù fondamentale del nobile è l’umanità, o benevolenza, essa è la virtù suprema, la benevolenza è anche una virtù che deve essere propria dello stato, che non può semplicemente imporre le leggi con la forza (“se lo guidi con le leggi e lo regoli con le punizioni il popolo mirerà a evitarle e non conoscerà vergogna, se lo guidi con la virtù e lo regoli con i riti allora il popolo potrà migliorare”), lo stato deve essere come un padre, e dare delle regole che seguano dei principi, facendo in modo che proprio in nome di questi principi esse siano rispettate.
Quello delle Primavere e degli Autunni, ed ancor più il successivo periodo degli Stati Combattenti, era un tempo di guerre continue, e la principale preoccupazione dei filosofi come della gente comune era come ristabilire l’ordine. Confucio diede la sua risposta, ma non era una risposta facile da accettare per i sovrani perché imponeva loro di essere responsabili del loro potere ed usarlo saggiamente, probabilmente per questo nessuno lo ascoltò, allo stesso modo in cui nessuno ascoltava Platone e i suoi consigli quando provò a realizzare i suoi ideali di governo, entrambi avevano l’idea di un governo illuminato da parte di filosofi, ma i monarchi comprensibilmente non erano d’accordo.
Nonostante il poco successo iniziale il confucianesimo sopravvisse, e nel secolo successivo ebbe il contributo di Mencio (372-289), che aggiunse alle idee del maestro due importanti teorie: la prima è che l’uomo è naturalmente buono, cioè il nucleo di ciò che costituisce l’essere umano è la compassione, e non esiste nessun uomo per quanto possa essere malvagio e disumano che sia totalmente incapace di avere compassione per qualcuno. Per Confucio la natura umana non aveva rilevanza, l’unica cosa che contava era l’esercizio e l’impegno nel migliorarsi, ma probabilmente per Mencio era rilevante perché lui viveva in un’epoca ancora peggiore, in cui il caos era dilagante, ed era necessario sperare nell’uomo. Il grande merito di Mencio alla filosofia è proprio quello di dare speranza all’uomo pur vivendo in uno dei periodi peggiori della storia dell’umanità, eppure lui ha saputo trarre dalla guerra e dall’ingiustizia diffusa il desiderio di trovare qualcosa di buono su cui fondare un nuovo mondo. Il secondo concetto importante è il diritto a ribellarsi, il popolo cioè nel caso il sovrano non rispetti il suo dovere di essere sovrano e governare con benevolenza nell’interesse dei sudditi può ribellarsi e sostituirlo, anche se questo diritto ha dei limiti: se infatti la rivolta non riesce è segno che il sovrano ha mantenuto il mandato del Cielo, dunque pur dando una alternativa alla povera gente oltre a subire passivamente non si può dire che abbia spaventato più di tanto coloro che detenevano il potere.
Il terzo esponente confuciano importante fu Sun Tzu, lui sosteneva invece che l’uomo è naturalmente malvagio, ma grazie all’impegno e all’insegnamento dei maestri poteva cercare di sviluppare le sue caratteristiche più positive lottando contro le sue tendenze naturali. Era dunque un sostenitore di una disciplina ferrea, tuttavia furono i suoi discepoli a portare ad estreme (e per molti versi per la storia cinese estremamente infauste) conseguenze queste sue idee.
Han Fei diede vita al legalismo (o leghismo), partendo dalle idee sulla naturale malvagità umana del maestro sviluppò una filosofia che si potrebbe definire centralistica e totalitaria. Lo stato doveva fare di tutto per appropriarsi del potere, doveva vessare fino allo stremo la popolazione perché lavorasse, e doveva fare leggi con pene così orribili che la gente non osasse infrangerle, poiché solo con la forza e la paura era possibile dominare gli uomini.
La dinastia Chin che per prima unificò la Cina governò secondo i principi legalisti, ma fu un disastro totale e i Chin rimasero sul trono solo per 11 anni (221-210 a.C.), gli Han che gli succedettero diedero invece spazio al confucianesimo, istituendo per la prima volta degli esami basati sui testi confuciani per l’attribuzione di cariche pubbliche. Da allora in Cina la figura del letterato ha avuto grande importanza, con il progressivo estendersi del sistema degli esami i funzionari pubblici erano uomini colti, esperti dei classici, e si può dire che in parte in Cina si abbia avuto quel governo dei filosofi che sognava Platone. La figura del soldato invece ha avuto minore rilevanza, e ancora meno quella del mercante (disprezzata dai confuciani perché l’obiettivo del mercante è sempre il proprio interesse personale).
Queste due filosofie nel corso della storia cinese sono convissute, a seconda dei momenti e di chi era al potere una o l’altra era favorita, ma alla fine per gran parte l’obiettivo desiderato da Confucio e da Mencio di un governo benevolente è stato sempre disatteso, il confucianesimo e il sistema degli esami serviva per governare attraverso funzionari più capaci e togliere potere all’aristocrazia (assegnando le cariche per merito e non per nascita), ma quando scoppiavano rivolte il potere si appellava nuovamente ai principi legalisti arrogandosi il diritto di soffocare tutto nel sangue. I Chin insegnarono a loro spese che non si può vessare il popolo senza alcuna misura impunemente, così le dinastie successive usarono una maggiore prudenza, ma rimase sempre l’idea in Cina di un forte potere autocratico, idea che non si è spenta nemmeno col comunismo. Forse l’errore che commise Confucio fu il dire che i nobili filosofi che potevano possedere le grandi virtù erano molto pochi, al popolo rimaneva solo il senso comune, cioè il buon senso, e questo attribuire a poche persone il destino della nazione ha forti limiti, ancor di più quando poi i sovrani nei momenti critici fanno quello che vogliono.
Oggi in Cina si discute su cosa tenere delle vecchie idee della tradizione, Mao cercò di cancellare il confucianesimo, ora invece i cinesi cercano una loro identità anche in quel passato che è stato tanto disprezzato. L’impero cinese non ha mai saputo veramente applicare le idee di Confucio, o forse sarebbe meglio dire che non ha mai voluto realmente applicarle.
Il confucianesimo e il legalismo costituiscono due strade possibili per l’ordine, due modi per organizzare lo stato, non ci si può aspettare dai cinesi l’accettazione di idee democratiche che sono basate su una concezione dell’uomo che non è propria del loro pensiero, tuttavia è possibile che nel riscoprire gli antichi ideali della tradizione essi possano adattarli alla vita moderna. Le idee di Confucio e Mencio sono ancora attuali se viste da un certo punto di vista, se l’impero cinese è caduto in una progressiva decadenza fino al crollo totale non era colpa della debolezza della tradizione, ma di quella degli uomini che non avevano saputo tenerne vivo lo spirito. Oggi come negli ultimi decenni dell’impero la corruzione è dilagante, ma ora la Cina non è più una mezza vassalla degli europei come allora, adesso la popolazione incomincia a diventare un po’ più ricca, e quindi si percepisce un miglioramento rispetto al passato, ma l’economia non basta per sostenere una nazione. Le tante violazioni dei diritti umani, il governo dispotico e invasivo, sono indice di quella mancanza di etica di giustizia e benevolenza teorizzata da Confucio, di quello stato che ricorre alle punizioni per far rispettare le leggi senza esprimere alcun ideale.

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