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    La Guerra vinta (anche) dai Navajos

    7 Agosto 1942. Isola di Guadalcanal. Fronte Pacifico della Seconda Guerra Mondiale. Americani da una parte, Giapponesi dall’altra.
    14 febbraio 2007 - Andrea Succi

    7 Agosto 1942. Isola di Guadalcanal. Fronte Pacifico della Seconda Guerra Mondiale. Americani da una parte, Giapponesi dall’altra.
    Le trasmissioni radio sono frenetiche e, per la prima volta, anche incomprensibili. Almeno alle orecchie dei soldati del Sol Levante.
    Si trovano di fronte un codice che non hanno mai sentito prima, non matematico, gutturale, complesso, non riescono a decifrare, non sembrano americani quelli che trasmettono.
    Ai soldati giapponesi incaricati di violare e ascoltare le frequenze americane per capire quando e dove partirà il prossimo attacco e per individuare le coordinate delle posizioni nemiche, a loro, verrebbe da dire come disse la moglie di Matusalemme dopo aver fatto l’amore:”Puoi ripetere?”
    È ovvio, non possono dirlo, ma si trovano in difficoltà.
    L’esercito nipponico deve fronteggiare un nemico di cui, ora, non riesce a sapere più nulla.
    La situazione è grave, non ci sono contromosse, i kamikaze rappresentano ormai l’ultima spiaggia, si può solo resistere.
    Un generale giapponese, molti anni dopo, fece una sarcastica affermazione:”Nemmeno gli indiani hanno un linguaggio talmente incomprensibile quanto quello usato dai marines a Guadalcanal”.
    Ma si sa, il sarcasmo è il cugino cattivo dell’ira, un’ira che a volte acceca.
    Infatti erano indiani, Navajos più precisamente, 29 “Codetalkers”, parlatori di codice, arruolati tra le fila americane per impedire ai giapponesi, esperti in decodificazione dei messaggi, di intercettare e decriptare le comunicazioni radio.
    Quegli indiani, che tra loro si chiamavano “Dinè”, che vuol dire il popolo, provenivano da New-Mexico, Utah, Colorado e Arizona.
    Erano tutti bilingue naturalmente, lavoravano in coppia, in una configurazione stile walkie-talkie, traducevano gli ordini dall’inglese al navajo e viceversa, con rapidità (4 minuti per un messaggio, quando un marine, per lo stesso lavoro, impiegava 2 ore!) e precisione.
    Durante le prime 48 ore della battaglia di Iwo Jima, nel 1945, sulle ricetrasmittenti statunitensi viaggiarono 800 messaggi, non uno di questi fu intercettato e decodificato dai giapponesi!
    Questa brillante strategia fu opera di Philip Johnston, un veterano della Prima Guerra Mondiale, figlio di un missionario, che aveva vissuto a lungo nelle riserve navajo.
    Johnston sapeva che la lingua Dinè non aveva alcun legame con idiomi europei o asiatici, sapeva che non era stata oggetto di studio da parte di personaggi non americani e sapeva che, oltre lui, a quell’epoca, soltanto una trentina di persone (commercianti, missionari e antropologi) conosceva il navajo.
    Era una lingua sconosciuta e quindi sicura.
    Il 5 maggio 1942 cominciò l’addestramento dei primi 29 Codetalkers, nel 1945 erano diventati 420.

    Il Codice Navajo

    Nel 1942 nacque il codice navajo.
    Comprendeva 411 parole, più altre 44 per le lettere dell’alfabeto: alle iniziali 26 parole che dovevano tradurre le 26 lettere dell’alfabeto inglese si passò a 44 parole, al fine di evitare troppe ripetizioni per quelle lettere usate più di frequente, col rischio che il nemico avrebbe potuto decifrarle.
    I Navajos avevano una stupefacente capacità di memorizzazione (del resto la loro cultura trasmessa oralmente ha utilizzato il seme della memoria per rimanere fertile nei secoli) e una intelligenza creativa molto efficace.
    Poiché l’idioma Dinè non disponeva di termini tecnici e militari, per gli aerei vennero usati nomi di uccelli (il cacciabombardiere era lo sparviero, “Gini” in navajo, l’aereo spia il gufo, “Ne-as-jah”) e per le navi nomi di pesci (l’incrociatore era la balena, “Lo-Tso”, il cacciatorpediniere lo squalo, “Ca-lo”).
    Ciascun Codetalker, durante le azioni belliche, era sempre scortato da un marine che aveva l’ordine, in casi estremi, di ucciderlo per evitare che finisse in mani nemiche.
    Un codice che vale una vita.
    Su questa “guerra di parole”, e sul rapporto che si instaurava tra un navajo ed il suo bodyguard (!), ha girato un film John Woo, regista di Hong Kong, che ha voluto onorare quelli che lui chiama, con un pizzico di misticismo in più,“Windtalkers” (titolo del film).
    L’opinione pubblica ha potuto testimoniare la propria riconoscenza a quei salvatori della patria solo a partire dal 1968 perché fino ad allora il lavoro dei Navajos è rimasto un segreto di Stato.
    Il Pentagono riteneva potenzialmente possibile un nuovo utilizzo del codice e, solo quando la tecnologia ha consentito di realizzare codici pressoché indecifrabili, tolse il riserbo.
    A questo punto facciamo qualche passo indietro e torniamo alla fine del conflitto, gli U.S.A. hanno vinto e gli indiani possono tornare nelle loro amate riserve.
    Troveranno una situazione a dir poco disastrosa dal punto di vista economico, sociale e politico.

    Welcome!

    L’industria della guerra aveva impiegato, oltre ai 420 Codetalkers impegnati al fronte, quasi 15.000 Navajos.
    Parte dello stipendio sudato fuori dalle riserve veniva inviato ogni mese alle famiglie lì rimaste, in prevalenza donne, anziani e bambini.
    Con la fine della guerra volse al termine anche il lavoro di quei 15.000 che stavano dietro le quinte e di conseguenza il flusso di denaro verso le riserve si interruppe.
    Nel giro di pochi mesi prese corpo una situazione di fame diffusa, con conseguenze sanitarie disastrose.
    La denutrizione si abbatteva sui Navajos come la peste, il tasso di mortalità tra i bambini sfiorava il 30%, nel 1948 furono accertati 5.000 casi di tubercolosi.
    Non esistevano né ospedali né tantomeno dottori adeguati.
    C’è di più: l’analfabetismo serpeggiava tra l’88% della popolazione poiché i “collegi”, che negli anni ’30 il programma New Deal aveva permesso di costruire, fuori dalle riserve e lontano dalle famiglie naturalmente, erano totalmente inadeguati.
    Le mura ammuffite erano tenute su per miracolo da travi divenute oramai rifugio sicuro per popolazioni di termiti.
    I metodi d’insegnamento avevano un obiettivo ben preciso: fare in modo che i Navajos crescessero secondo la cultura inglese eliminando la loro “indianità”.
    Purtroppo nella società statunitense era ancora molto forte la discriminazione nei confronti dei Navajos e delle altre “razze”.
    A livello politico il quadro generale non lasciava presagire nulla di buono: i Navajos non avevano nemmeno diritto di voto.
    Perché l’America ignorava i Dinè?
    Perché un codetalker, dopo aver contribuito in maniera netta alla vittoria americana nel Pacifico, veniva rispedito a casa senza nemmeno un grazie?
    Di solito il “benvenuto” che si riserva agli eroi è ben diverso.
    E soprattutto quali furono gli avvenimenti che costrinsero il governo americano ad agire in favore di questi indiani?

    Fame di Vita

    Nel 1947 un gruppo di Navajos, guidati dai Codetalkers, chiese al Congresso americano di stanziare dei fondi per costruire, all’interno delle riserve, scuole e ospedali, per migliorare le infrastrutture e per creare dei posti di lavoro.
    Il Congresso inviò due esponenti dell’Ufficio degli Affari Indiani, George McColm e Elizabeth Chief, a ispezionare le riserve, per verificare quali fossero,effettivamente, le condizioni di vita dei Dinè.
    I due ispettori non nascosero nulla e scrissero un rapporto minuzioso e dettagliato, che finì nelle mani di un giornalista.
    Nel giro di una settimana quasi duecento reporters, provenienti da più parti del Paese, accorsero per rendersi conto da vicino della gravità della faccenda.
    George Bowra, editore di una rivista indipendente, dichiarò:” Ho viaggiato molto in vita mia, ho conosciuto persone indiane, cinesi, messicane, sudamericane, ma non ho mai visto popoli vivere in condizioni peggiori dei Navajos”.
    La risonanza dell’avvenimento fu tale che lo stesso Governo sovietico si sentì in dovere di esprimere la propria preoccupazione per quegli indiani oppressi negli Stati Uniti.
    Scoppiò una bomba mediatica che rischiava di danneggiare gli U.S.A. sia dal punto di vista dell’immagine che da quello della sicurezza.
    Eravamo alle prime scaramucce di guerra fredda, avere a disposizione un codice, che garantisse comunicazioni sicure, era fondamentale.
    Il fascicolo sull’utilizzo dei Codetalkers doveva restare segreto ma tutta questa attenzione nei confronti dei Navajos rischiava di far saltare il piano.
    La via d’uscita era una sola: accettare le richieste navajo e pretendere in cambio la loro omertà.
    Il problema più urgente era quello sanitario e infatti il Governo stanziò 5 Ml di dollari per costruire nuovi ospedali, per aprire piccoli Centri Salute sparsi nelle riserve (in modo tale che chiunque potesse accedere alle cure basilari) e per rendere operativo un Tubercolosis Sanatorium.
    Questo diminuì la diffusione della malattia e fu un successo a livello di cifre: il numero di casi di tubercolosi passò dai 5000 del ’48 ai 225 del ’60.
    Enorme importanza fu data anche alla formazione scolastica e lavorativa.
    Quegli edifici fatiscenti che già esistevano furono restaurati, nuovi collegi vennero alla luce, crebbe il rispetto nei confronti della cultura indiana.
    Se pensiamo che alla fine della guerra gli analfabeti erano l’88% e che nel 1960 l’86% della gioventù navajo studiava, riusciamo a comprendere la fame di vita di quelle genti.
    Vennero organizzati corsi di formazione e stage per persone più anziane, che avevano l’obbligo morale di trasmettere ad altri le competenze acquisite sul campo.
    Ma come ci si poteva muovere da un posto all’altro, come si poteva commerciare, se mancavano le strade?
    E dov’erano i posti di lavoro?
    Il Governo creò nuove opportunità lasciando che gli stessi Navajos lavorassero al miglioramento delle infrastrutture e procurò loro possibilità di impiego anche al di fuori delle riserve.
    In questo modo il tasso di disoccupazione subì un calo sensibile e il ciclo economico si rimise in moto: i Navajos che prestarono la loro opera nella modernizzazione delle riserve ricevettero un totale di 6 Ml di dollari, che diviso le diecimila persone impiegate si traduce in 600 USD a testa, non molto ma era un segnale di ripresa.
    Le notizie positive si susseguivano una dopo l’altra.
    Dopo l’Arizona (nel ’48), anche il New Mexico (nel ’53) e lo Utah (nel ’57) decisero di estendere il suffragio ai Navajos.
    C’è ancora qualcuno che non crede che la “Guerra di Parole” abbia avuto effetti sulla società navajo?
    Se non fosse stato per il valore dimostrato dai Codetalkers avrebbe questa minoranza etnica avuto la possibilità di rinascere?
    Appare chiaro che la relazione tra i parlatori di codice e i miglioramenti economici e socio-politici della “Nazione” navajo è di tipo causale.
    Il 1947 ha rappresentato per i Dinè il punto più basso e, allo stesso tempo, il punto di svolta della loro storia.
    E storici sono stati i riconoscimenti morali offerti ai Codetalkers, anche se molti anni dopo la loro comparsa sulla scena della seconda Guerra Mondiale.
    Nel 1980 l’opinione pubblica americana spinse talmente tanto che Reagan fu costretto a dichiarare il 14 agosto “Giornata Nazionale dei Codetalkers”.
    Nel 1989 la Francia riconobbe loro il titolo di “Cavalieri al Merito”.
    Il 26 luglio 2001 Gerge W. Bush assegnò a tutti i parlatori di codice la Medaglia d’Argento del Congresso e ai primi 29 arruolati la Medaglia d’oro.
    Peccato che solo 5 erano ancora vivi.
    L’importanza di questo premio la si può constatare citando alcuni tra i pochissimi titolari : George Washington, Thomas Edison, Madre Teresa di Calcutta.
    Certo l’attuale tenore di vita dei circa duecentocinquantamila Navajos ancora esistenti non è dei migliori: la disoccupazione sfiora il 35% e lo stipendio medio è più o meno lo stesso di un lavoratore brasiliano.
    Ma le parole di Carl Gormon, codetalker divenuto poi artista, sono un omaggio alla spiritualità tipica degli indiani e uno schiaffo al gretto materialismo che sta in qualche modo strozzando la società occidentale.
    Carl disse: ”Quando andavo a scuola non potevo parlare la mia lingua, se sgarravo venivo lasciato a pane e acqua, anche picchiato a volte. Dovevo eliminare dalla mia testa quella lingua che ha poi salvato migliaia di vite americane. Fortuna che ho mangiato tanto pane e bevuto tanta acqua”.

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