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    Giorni di Pasqua 2007

    Dove va la nostra storia ? - E' troppo poco - Il mistero della morte cercata - L'uomo dei vangeli - Alba della domenica
    7 aprile 2007 - Enrico Peyretti

    Giorni di Pasqua 2007

    Domenica delle palme, 1 aprile - Dove va la nostra storia?

    «La profezia è il mistero che si dispiega progressivamente
    nelle manifestazioni della bellezza cosmica, nella storia dei popoli,
    nel mistero nascosto in ogni uomo-donna e nella crescita di ciascun individuo»
    (Innocenzo Gargano, Introduzione a B. Calati, Sapienza profetica, Roma 1994, p. 55-56).

    Dove va questa nostra storia? È storia catastrofica o profetica?
    Le premesse per la catastrofe le abbiamo poste tutte.
    Le lancette degli scienziati son di nuovo vicine alla mezzanotte sull’orologio che conta il tempo della fine.
    La natura più chiaramente (e inutilmente?) ci avverte che stiamo togliendo possibilità alla vita.
    Le diseguaglianze nel mondo son più crudeli. Più offensive le umiliazioni. Inferociscono guerre e vendette, sulla vita dei popoli, contro le leggi primarie della convivenza.
    Il pensiero scarnifica il senso, l’abisso del nulla rimbomba sotto i passi del viandante.
    Ogni parola, ogni patto, è infido, persino l’amicizia trema. Dell’amore disperiamo.
    La catastrofe, condanna mortale di tutto, è destino possibile.
    Diventano sapienza distrazione e stordimento.
    Eppure, da altra lontana sapienza e da qualche voce presente, ancora viene a noi la profezia.
    Che non è la previsione scientifica di quel che accadrà.
    È invece l’annuncio dell’imprevedibile, di ciò che non vediamo, né sappiamo sperare: possibilità affidata a noi, alle nostre scelte tra morte e vita.
    A noi, che ci scopriamo non abbandonati nel vuoto e nell’assenza, sull’orlo del nulla, ma guardati con amore da un Vivente, che ode il grido della terra e dei muti.
    Un giorno, un uomo – illuminato come altri, nessuno come lui - leggeva nella scettica ordinata assemblea le parole dei sogni umani più belli – liberazione ai prigionieri, ai ciechi la vista, agli oppressi giustizia, ai poveri la buona notizia – e diceva ai realisti stupiti: «Oggi questa parola si compie per voi».
    Riscossi dallo stupore, quelli gridarono a lui: «Son cose – se è vero il racconto – che accadono altrove. Ma qui non sai farle accadere. Sappiamo chi sei: sei di qui, del paese. Questo nostro paese sta nella realtà. Non venire a turbare l’ordine sicuro delle cose». E cacciarono irati il profeta, cercando persino di ucciderlo.
    Essi così ponevano le lontane continue premesse della nostra catastrofe prossima.
    Egli invece vedeva sempre presente la salvezza, e la indicava nel vivere come lui, nell’amore del prossimo.
    Alla fine davvero l’uccisero, condannato dai sacerdoti e dal governo d’occupazione per violazione del realismo politico e delle graduatorie religiose.
    Ma la sua voce persiste ad annunciare la vita dentro la morte, un avvenire in luogo del nulla: «Oggi questa parola si compie per voi».
    Se la nostra scelta è la sua. Se lo Spirito suo è in noi. Se prigionieri e ciechi, oppressi e poveri, sono il nostro pensiero e la nostra cura. Se non disperiamo dell’amore e della giustizia. Se rinunciamo alla guerra.
    Allora questa nostra storia tremante e arrogante potrebbe aprirsi alla profezia. Potrebbe rivelarsi storia profetica, giusta parola che si va compiendo. C’è chi ama il prossimo suo e costruisce forme di vita giusta. C’è chi custodisce la natura per le vite che varranno. C’è chi ha cura dei patti del vivere insieme, chi non vuole competere ma ottenere insieme. C’è chi trasforma il pericolo e il dolore in attiva universale fraternità. C’è chi, pur non sapendo se c’è un Vivente, ascolta l’invocazione della vita.
    Noi ladroni, meritata la morte, potremmo udire la promessa del giusto inchiodato accanto a noi. Potrebbero, davanti al pane spezzato con lui, aprirsi i nostri occhi già rivolti al rimpianto. Potremmo, al sentirlo chiamarci per nome, riconoscerlo vivo nell’ortolano, come in ogni prossimo sulla via. Potremmo consegnare ai figli, per i quali ora tremiamo, una storia davvero in cammino. Potrebbe, questo, non essere il cerchio nel cortile dei condannati, ma un procedere verso l’orizzonte della pienezza. Potrebbe, questo nostro tempo, non essere la vigilia del nulla, ma una diversa vigilia.

    Martedì, 3 aprile - È troppo poco

    «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele, perciò ti farò luce delle nazioni, perché la mia salvezza raggiunga l’estremità della terra» (Isaia 49,6 dal secondo carme del Servo)

    È troppo poco l’elezione di Israele: deve essere per tutti i popoli, e non per una terra, ma per tutta l’estensione della terra; non basta la prima alleanza e l’elezione nazionale; non basta la rivelazione ad un popolo, né una religione che prende il nome di quel solo popolo.
    Non basta che Dio parli e sia ascoltato in una lingua, in una cultura e una storia particolare.
    O la sua parola è udibile da tutti, o chi parla non è il Dio di tutti.
    Se Dio non è di tutti, diventa l’arma più potente di alcuni contro altri. Se è di tutti, è il fondamento e l’appello della pace.
    Quella prima parola è solo l’inizio di un discorso.
    «Nella relazione con Israele, la chiesa è come l’Israele escatologico. Gesù non pensa di fondare un’altra religione, non pensa una chiesa come realtà altra da Israele, ma come il compimento di Israele. Perciò c’è ben più che una relazione: Israele è costitutivo della chiesa e la chiesa è il compimento di Isarele, il superamento del suo limite (vedi in Romani 11: radice e rami)» (riflessione raccolta dalla presentazione del libro di Repole, Il pensiero umile, Ed. Citta Nuova, il cui ultimo capitolo è intitolato Una chiesa umile).
    A loro volta, il cristianesimo, la chiesa, sono da superare nel loro limite storico e culturale, limite che può essere stato necessario (come per Israele) per avviare il cammino concreto, ma che diventa ostacolo e arresto al cammino stesso quando troppo si consolida: accade così quando papa Ratzinger insiste sulla lingua filosofica greca necessaria per dire il messaggio cristiano; accade così quando la garanzia del messaggio è identificata in una struttura gerarchica.
    I cristiani guardano a Gesù il Cristo, ma non basta neppure una religione che prenda il suo nome: è troppo poco. Gesù rinvia allo Spirito, che è dappertutto e non sai donde viene né dove va; i suoi discepoli sono avvertiti che il peccato maggiore non è contro Cristo ma contro lo Spirito; e quando Cristo si assenta, ucciso, resta presente con la sua vita, comunicando lo Spirito che ha spinto e animato lui stesso; e i veri adoratori del Padre non lo adorano in questo o quel tempio, ma in Spirito e verità; cioè, la «vera religione» (tema ampio nella Bibbia) è il soccorso al prossimo bisognoso, chiunque esso sia, di qualunque nazione, religione e idea, perché su questo, non sulla religione e neppure sulla fede esplicita, saremo giudicati, alla fine. La «vera religione» è spirituale, interculturale, interreligiosa, è amore operante, anche se ciascuno di noi, giustamente, esprime questa verità in una sua lingua materna e domestica, purché intimamente comunicante con ogni altro linguaggio ed esperienza.
    Perciò, contrariamente alla religione diventata costume sociale, la festa più grande non è il Natale, e neppure la Pasqua ebraica o cristiana, ma la cosiddetta Pentecoste, perché è festa non di una o due religioni, ma festa universale e quotidiana dello Spirito, che riempie la terra, pur contrastato dalle tenebre, ed è effuso in tutti i cuori aperti e anelanti, comunque lo chiamino. Lo Spirito è il non-ancora-detto, dopo tutto il detto delle religioni.


    Venerdì, 6 aprile – Il mistero della morte cercata

    È venerdì santo. Ieri nella mia città si è ucciso un ragazzo deriso dai compagni di scuola. Ora si affollano i soliti commenti. Il suicidio spesso è imprevedibile, forse anche al suicida. È da ritenere che, per lo più, le cause si nascondano nel triangolo ambiente esterno – sensibilità e delicatezza interiore, specialmente nei giovani – fattore momentaneo. Né immediate assoluzioni o accuse delle persone circostanti, oppure del suicida, possono sapere la verità sul mistero del suicidio. Si tratta di una situazione estrema, capovolta, in cui l’esistenza normalmente aggrappata alla vita, valuta la morte più amica della vita; in cui la sofferenza spesso invisibile diventa violenza su di sé, in cerca di pace definitiva, per sottrarsi ad una violenza sorda. Il bisogno dei sopravvissuti di trovare comunque una causa denuncia soltanto la nostra incapacità, più razionalisti che pietosi, di stare davanti ad un mistero inafferrabile. Non è da escludere il caso in cui responsabilità di qualcuno ci sia, chiara. Ma, in generale, la morte chiamata a rimediare la vita è mistero più grande che mai. L’azione migliore è preventiva, senza poter sapere chi e che cosa preveniamo, e se ci riusciremo; azione che difende e cura la vita, fa sentire amicizia e com-passione, trasmette sentimenti caldi di simpatia e partecipazione, parla francamente lasciando emergere in parole, anche provvisorie e imperfette, i nodi e grovigli profondi. È meglio litigare che essere soli col proprio tormento. Potere sperimentare che la vita, come il nostro prossimo, sono già buona cosa quando sono sopportabili, permette di stare a galla e anche di nuotare passabilmente, pur arrancando.

    Sabato 7 aprile - L’uomo dei vangeli

    Se fai attenzione all’uomo dei vangeli, a cuore aperto;
    se puoi superare l’effetto di chi te ne ha parlato in modo da dovertene scostare,
    oppure si è fregiato del suo nome senza vivere nel suo spirito;
    se metti un momento da parte interrogativi e perplessità su alcune pagine dei vangeli
    per guardare all’essenza ben chiara di tutte le altre,
    allora vedi nell’uomo del vangelo un uomo intero, integro,
    una vivente verità,
    l’immagine chiara della nostra realizzazione compiuta,
    un uomo limpido e puro, libero dalle nostre storture,
    eppure vicino e buono verso le nostre miserie riconosciute;
    un amico per il quale ti nasce una simpatia la più profonda e piena,
    nel senso letterale di “sentire insieme”,
    anzi una venerazione, una gratitudine, un’attesa invocante,
    sentimenti che tutti insieme puoi chiamare amore.
    Amore, nulla di meno, per Gesù di Nazareth.
    Un amore che da lui si allarga e si estende,
    e vorresti saperlo rivolgere, insieme a lui, ad ogni volto umano,
    anche misero e scomposto,
    e persino nemico,
    perché fratello di lui e amato da lui;
    e tanto più ad ogni altro illuminato maestro di umanità,
    che puoi ascoltare e ammirare,
    perché ogni buona verità che ne ricevi
    trovi esplicita o implicita, e almeno non negata, nella parola di Gesù.
    Un amore che è anche di pena e di corresponsabilità
    con chi vedi agire male e fare male, anche proprio a te.
    Un amore che io sento non facile,
    in continuo apprendistato e spesso carente o cadente,
    ma un sincero moto del cuore mio di peccatore perdonato
    per ogni altro peccatore, o uomo giusto.
    Un amore non sdolcinato e superficiale,
    ma, pur nella sua imperfezione, energia la più centrale e costitutiva
    dell’esistenza personale.
    Questo è qualcosa di ciò che sento e trovo in me,
    come luce venuta da oltre, per Gesù di Nazareth,
    fondamento e vertice della vita,
    gioia profonda e impegno essenziale del mio cammino,
    medicina e guarigione per ogni caduta.
    So che, attaccato a lui, sulle sue tracce, nulla può farmi male,
    so che nessun male può separarmi da lui,
    e che da lui ho una vita che la morte trasformerà in eterna comunione con Dio,
    quel Dio che nella persona di Gesù è venuto a noi, nella nostra carne.
    Con lui sono felice, ad un livello del cuore più intimo di tutti gli stati psicologici,
    anche quando il volto e l’occhio, esposti ai venti, sono turbati.
    Con lui potrò morire, perché è venuto a vivere e morire con noi,
    accettando la morte più malvagia e feroce
    per farsi scudo e riparo dal male a tutti noi;
    potrò morire con lui, anche schiacciato dall’angoscia,
    perché mi ricorderò che non sarò senza di lui in quell’ora.

    Alba della domenica

    Andarono all’alba al sepolcro
    le donne
    a prendersi cura del morto
    come dei loro nati
    antica loro mansione.
    Trovarono aperto il sepolcro
    le donne
    perplesse d’incerto spavento.
    Una luce e una voce le avverte:
    non è qui colui che cercate
    non cercate tra i morti il vivente.
    Con timore con gioia e stupore
    le donne
    ricordarono alcune parole
    o non dissero niente a nessuno
    o annunziarono agli altri l’evento
    ma nessuno credette
    alle donne.
    E prima che agli altri il Signore
    apparve alle donne.

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