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Gandhi e l'idea di sacrificio

Morti violente per amore nell'esperienza induista: Gandhi

La sofferenza è l'arma umana - Libertà dalla paura - Il sacrificio è l'amore - Una morte facile? - Una morte inutile? - Gandhi e gli ebrei - Gandhi e la propria morte - La croce e la vita -
26 agosto 2007 - Enrico Peyretti
Fonte: Pubblicato in Servitium n. 112, luglio-agosto 1997 (s.egidio@servitium.it)

MORTI VIOLENTE PER AMORE E NELL'AMORE:
NELL' ESPERIENZA INDUISTA. GANDHI

Pubblicato in Servitium (s.egidio@servitium.it)n. 112, luglio-agosto 1997

1. LA SOFFERENZA E' L'ARMA UMANA
Questo scritto sulla testimonianza di Gandhi certo non esaurisce il tema datomi - la morte violenta per amore nell'induismo - e ciò anzitutto per la mia ignoranza, poi perché l'induismo è «un concetto inventato dagli europei», ed è «non una religione, ma un collettivo di religioni (...) totalmente diverse, che tuttavia sono collegate tra loro dal comune spazio geografico (...); religioni nelle quali si trovano elementi di tradizioni comuni che (...) hanno contribuito alla caratterizzazione della cultura indiana».
Parliamo dunque di Gandhi, che certo era induista in questo senso, ma non era soltanto induista. Per Gandhi la sofferenza è l'arma umana:
«La ragione non è sufficiente ad assicurare cose di fondamentale importanza per gli uomini, che devono essere conquistate attraverso la sofferenza. La sofferenza è la legge dell'umanità, così come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è infinitamente più potente della legge della giungla, ed è in grado di convertire l'avversario e di aprire le sue orecchie, altrimenti chiuse, alla voce della ragione. (...) La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana».
«Il satyagraha postula la conquista dell'avversario attraverso la sofferenza nella propria persona».
«Dovrebbe essere essenziale per una vera educazione che un bambino imparasse che nella lotta della vita si può facilmente sconfiggere l'odio con l'amore, il falso con la verità e la violenza con la sofferenza».
La teoria-prassi gandhiana della nonviolenza non è affatto, come ancora molti pensano, una rinuncia alla lotta per non macchiarsi di violenza, ma è proprio una lotta alla violenza con la volontà sperimentata di non replicare la violenza; la nonviolenza combatte certamente con un'arma, con una forza, ma tali da non offendere e non infliggere sofferenza all'avversario per sottometterlo al proprio dominio. E come può avvenire questo?
«La dottrina della violenza riguarda solo l'offesa arrecata da una persona ai danni di un'altra. Soffrire l'offesa nella propria persona, al contrario, fa parte dell'essenza della nonviolenza e costituisce l'alternativa alla violenza contro il prossimo».
Si trova qui l'antico principio socratico espresso da Platone: il peggior male è commettere ingiustizia, perciò è meglio patire ingiustizia che commetterla, anche se è preferibile né patirla né commetterla. Nella libera scelta di soffrire piuttosto che far soffrire, quella verità morale (la stessa che brilla nel Discorso della Montagna, ammirato senza riserve da Gandhi) dimostra tutta la «forza della Verità» (Satyagraha), che è l'arma invincibile del vero nonviolento. Si deve intendere, gandhianamente, non certo il subire passivamente l'ingiustizia, che sarebbe complicità col male, ma patire con forza, cioè sop-portare, reggere da sotto un peso col coraggio e la forza, sollevarlo e quindi smuoverlo, spiazzarlo, trasformarlo. E' un patire fortemente attivo, un farsi carico del male altrui per vincerlo col bene. La forte unità tra tutti gli esseri (unità che per Gandhi è la verità-Dio) impegna a pagare personalmente per riparare il male altrui. Condividere il male altrui facendo penitenza per lui è il modo di riguadagnare al bene il cuore di chi fa male.
I digiuni di Gandhi prolungati a rischio di morte non erano né masochismo né ricatti alla maniera di Pannella, ma un impegno diretto a distogliere altri dal male scontandolo con la forza del proprio amore. Quando nel 1946 degli indù commettono violenze contro i musulmani, Gandhi digiuna a morte, e scrive:
«Ciò che la mia penitenza può ottenere è di risvegliare le coscienze di coloro che mi conoscono e credono nella mia buona fede. Nessuno stia in ansia per me. Sono, come tutte le creature, nelle mani di Dio».
In una analoga situazione nel settembre 1947, dopo l'indipendenza, di nuovo Gandhi digiuna ad oltranza:
«I disordini non sono stati provocati dai goondas [facinorosi], ma da persone che sono divenute dei goondas. Siamo noi che creiamo i goondas. Senza la nostra solidarietà o il nostro appoggio passivo i goondas non potrebbero far nulla. Io voglio toccare i cuori di coloro che si lasciano trascinare dai goondas». «Coloro che commettono il male devono desistere da esso non per salvare la mia vita ma per un reale mutamento dei loro cuori». «Il mio digiuno intende isolare le forze del male; una volta isolate queste forze soccombono, perché il male da solo non ha la capacità di sopravvivere. Desidero dunque che voi operiate con maggior vigore, sollecitati dal mio digiuno, ma senza considerarlo in alcun modo un fatto coercitivo». «Quando un uomo digiuna, non è l'acqua che beve a sostenerlo, ma Dio».
Dunque, la sofferenza non è affatto sopportazione passiva, che sarebbe codardia, cioè un collaborare alla violenza altrui subendola. Infatti è noto che, per Gandhi, la cosa più lontana dalla nonviolenza non è tanto la violenza difensiva e ribelle contro l'ingiustizia, quanto la viltà.
«La codardia è forse il più grande vizio del quale soffriamo ed è forse anche la più grande violenza, certamente più grande dello spargimento di sangue e di tutto quello che di norma va sotto il nome di violenza».
Ma c'è qualcosa peggiore della viltà passiva. Gandhi lo dice nel 1946 agli indù che avevano commesso violenze nei confronti dei musulmani:
«Non è coraggio uccidere in diverse migliaia poche centinaia di persone. E' qualcosa di ancora peggiore della codardia».
Il coraggio, la forza di soffrire, invece, è la prima qualità del lottatore nonviolento:
«Chi è il vero combattente, chi giudica la morte sempre come un intimo amico o chi decide della morte degli altri? Mi creda, un uomo privo di coraggio e di umanità non potrà mai praticare la resistenza passiva».

2. LIBERTA' DALLA PAURA
Questa "morte amica" (che fa pensare a "sorella morte" di san Francesco) significa l'assenza di paura di morire. Questa libertà è la forza più grande.
«Anche un uomo fisicamente debole può opporre tale resistenza. La può opporre un uomo come possono farlo milioni di uomini. Possono opporla sia gli uomini che le donne. Essa non richiede l'addestramento di un esercito; non richiede lo jiu-jitsu. L'unica cosa necessaria è il controllo sulla mente, e una volta raggiunto questo, l'uomo è libero come il re della foresta e il suo solo sguardo fulmina il nemico».
Questa libertà dalla paura è ispirata a Gandhi dalla Bhagavadgita (Il canto del Beato) , il libro sacro indù che gli era carissimo e che egli sempre rimeditava e commentò ampiamente.
Il tema è ripreso da uno studioso contemporaneo della nonviolenza, Jacques Sémelin:
«Fin che saremo così paralizzati dall'angoscia della morte, saremo come burattini nelle mani della violenza, che sul ricatto della morte fa leva. Ma il rapporto con la morte, chiave di volta del suo potere, può diventare la sua maggior debolezza. Se infatti riusciamo a rapportarci alla morte in maniera diversa, le basi stesse dell'equilibrio della paura crollano, e il ricatto si svuota di ogni contenuto. "Liberarsi" dalla morte vuol dire accettarla consapevolmente, senza darla, per vincere il potere e la violenza ottenuti minacciandola».
Per Gandhi, re e governanti conoscono solo l'uso della forza, ma se coloro che devono obbedirli acquisteranno la forza della verità piuttosto che la forza fisica, allora
«gli ordini dei governanti non riusciranno a superare la punta delle loro spade, poichè il vero uomo non si cura degli ordini ingiusti. (...) Un popolo è grande quando poggia la testa sulla morte come su un cuscino. Coloro che sfidano la morte sono liberi da ogni paura»
«Non sono un visionario. Sostengo di essere un idealista pratico. La religione della nonviolenza (...) è concepita anche per la gente comune. La nonviolenza è la legge della nostra specie come la violenza è la legge dei bruti. (...) Mi sono risolto dunque a riproporre all'India l'antica legge dell'auto-sacrificio. Infatti il satyagraha e ciò che da esso deriva, la non-collaborazione e la resistenza civile, non sono altro che nuovi nomi per indicare la legge della sofferenza. (...) La nonviolenza nella sua dimensione dinamica significa sofferenza cosciente. Essa non significa docile sottomissione alla volontà del tiranno, ma significa l'impiego di tutte le forze dell'anima contro la volontà del tiranno. Agendo guidati da questa legge, è possibile anche ad un solo individuo sfidare l'intera potenza di un impero ingiusto per salvare il poprio onore, la propria religione e la propria anima, e porre le basi per il crollo o la rigenerazione di tale impero. Dunque io non sostengo che l'India deve praticare la nonviolenza perché è debole. Voglio che essa pratichi la nonviolenza cosciente della propria forza e della propria potenza».

3. IL SACRIFICIO E' L'AMORE
Leggiamo ancora qualche parola di Gandhi sul sacrificio e su questo rapporto con la morte. Il sacrificio è yaina, secondo l'insegnamento del Gita (Bhagavadgita, qui tradotto al maschile).
«La parola yaina indica un atto diretto al bene degli altri compiuto senza alcun desiderio di ricompensa, materiale o spirituale». Un vero sacrificio «può essere compiuto dalla maggioranza degli uomini e delle donne con la minima difficoltà». «Tutte le azioni che non possono essere comprese nella categoria dello yaina causano la schiavitù. Il mondo non potrebbe sopravvivere per un solo istante senza lo yaina». «Poiché vi è stato yaina all'atto della nostra nascita, noi siamo debitori della nostra vita, e dunque destinati per sempre a servire l'universo».
Qui vediamo bene la grande religiosità di Gandhi, il suo senso creaturale dell'uomo: costituito da un dono ha da vivere donativamente. Yaina è agape, l'amore che ci precede e costituisce la verità e bellezza della vita. Yaina - lo ripete molte volte in queste pagine - è «servire l'universo; servizio del mondo; servizio dell'umanità». Questo vivere come servizio e dono è ciò che realizza l'umanità:
«La pratica della rinuncia differenzia l'uomo dalla bestia».
E' raro questo modo di vivere? Non importa.
«Un tipo umano cessa di essere immaginario quando se ne può trovare anche un solo esemplare».
Gandhi afferma con forza la positività del sacrificio e, in un'altra frase di un testo già citato, risponde alla relativa e ovvia obiezione. Entrambi i brani evocano la gioia più profonda.
«Una vita di sacrificio è una sublime opera d'arte, ed è piena di vera gioia. Lo yaina non è un vero yaina se lo si trova pesante o fastidioso».
«Non è perché io stimi poco la vita che approvo con gioia che migliaia di persone perdano volontariamente la vita per il satyagraha, ma perché so che a lungo andare ne risulterà minore perdita di vita e, cosa ancor più importante, perché penso che quest'atto nobiliti coloro che perdono le loro vite e che il mondo risulti arricchito moralmente dal loro sacrificio».
Nel drammatico settembre 1947, Gandhi riafferma con forza eccezionale, persino con durezza, la fecondità insostituibile del sacrificio:
«Andate in mezzo alla folla e impedite che la gente si macchi di delitti o venga uccisa. Ma non tornate vivi a riferire un insuccesso. La situazione richiede il sacrificio dei maggiori esponenti del movimento».
Soffermiamoci sul concetto di sacrificio nel contesto religioso di Gandhi. «La più antica definizione indiana dell'uomo a noi nota proviene dal periodo postvedico dei Brahmana e suona: "L'uomo è l'unico animale che faccia sacrifici"». La sua differenza decisiva rispetto agli altri viventi è «la comunicazione attiva e partecipe con Dio e con gli dei (...), il suo rapporto con Dio». Il sacrificio fa parte del karman, cioè del fare, dell'agire, positivo o negativo, visibile o invisibile. Il sacrificio può essere interno o esterno.
Col sacrificio interno il fedele si eleva fino a Dio, si divinizza mediante la meditazione e la trasformazione rituale. «Egli considera il proprio corpo come tempio e piattaforma (pitha) e il proprio cuore come spazio per la divinità».
Il sacrificio esterno può anche esaurirsi (come talora avviene, secondo una testimonianza diretta da me udita recentemente) in puro meccanismo rituale, ma non c'è dubbio che in Gandhi e nei veri devoti, come nei profeti biblici e in Gesù, il sacrificio religioso sincero, anche nelle sue manifestazioni esterne, è spirituale, è azione al centro della propria vita, fino a donarla per l'amore e la verità. Inoltre, secondo lo studioso dell'induismo che sto citando, il rituale domestico, che è azione religiosa più importante di quella svolta nel tempio, è un vero e proprio ospitare Dio: «Nel rapporto con Dio il cristiano è soprattutto un peccatore pentito, il musulmano soprattutto uno schiavo obbediente, mentre invece l'indù sta di fronte al suo Dio come l'ospitante». Dio non viene invocato soltanto come aiutante o salvatore, ma anzitutto e soprattutto come ospite. «Lo si saluta, lo si ospita, gli si fanno doni, lo si celebra». Ci si prepara interiormente, lo si riceve e lo si allieta con sedici piccoli servizi o rituali (upacara), cioè azioni delicate e gentili verso la piccola immagine di bronzo che lo rappresenta. Questi rituali possono ampliarsi fino a novantaquattro, ma, in caso di impossibilità, basta offrire alla divinità dell'acqua, e se manca anche questa, «basta una preghiera per trovare la grazia di Dio».
C'è così una «scienza dei sacrifici», che è l'autoliberazione mediante il sapere. Essa provocò, contro la sua forma più chiusa e clericale, più riformatori spirituali, il più importante dei quali è Buddha. Di «scienza del sacrificio» parla pure Gandhi, ma in altro senso: si tratta della dottrina vissuta della yaina, che abbiamo sentito. Ecco come ne esprime i rudimenti essenziali:
«Il servizio reso volontariamente al prossimo richiede il meglio di cui un individuo è capace, e deve avere la precedenza su qualsiasi affare personale. Il vero devoto infatti si consacra al servizio dell'umanità senza riserva alcuna».
Insomma, senza alcun facile concordismo, si trova in Gandhi induista l'idea che il più puro sacrificio religioso è l'amore interamente vissuto nel concreto della vita, proprio come annunciano i profeti d'Israele e le scritture cristiane.
L'idea di sacrificio religioso (non parliamo di quello economico, il più nominato e deprecato nella nostra società ricca!..) che è sottesa al nostro linguaggio corrente, nella cultura occidentale secolarizzata, ma intrisa di residui fermenti cristiani e anche precristiani, si sdoppia in due idee di sacrificio: 1) l'idea che Dio voglia avere delle cose da noi, riprendere qualcosa di quel che ci ha dato, farsi pagare a caro prezzo il perdono delle nostre colpe; 2) l'idea che noi, per riconoscere che tutto è dono, doniamo a Dio qualcosa in una restituzione che è una condivisione di ciò che lui ha condiviso con noi. Questo è il sacrificio non teocratico, è l'eu-caristia, la bella gratitudine, la coscienza del dono e della gratuità, l'amare "fino alla fine" Dio che non vediamo nei fratelli che vediamo. Si dice sacrificio l'atto di chi muore nel fuoco o nell'acqua per salvare un altro, di chi fa come Kolbe o Salvo D'Acquisto e chissà quanti altri. Un detto indù dice persino che sfamare un animale affamato è praticare Dio. Questo è "fare un'azione sacra", è la liturgia laica e santa della vita, che fa irrompere il dono creativo nel mondo del calcolo restrittivo ed esaustivo; è il sacrificio (nel secondo senso) gradito a Dio, il quale «vuole amore e non sacrifici [nel primo senso], conoscenza di Dio, non olocausti».
C'è indubbiamente in Gandhi un ascetismo che non si trova nel nostro cristianesimo attuale, ma la sostanza della sua idea di sacrificio è l'amore altruistico, non l'automacerazione. «L'adempimento dei doveri sociali o, come in Gandhi e in altri, l'attenzione ai poveri e agli oppressi diviene parimenti parte essenziale del servizio reso a Dio».
In una conferenza del 1905 su Il concetto fondamentale dell'induismo, Gandhi afferma che, di questa religione, «sul piano etico, l'autoabnegazione [è] la qualità più considerevole, con il suo corollario, la tolleranza». Quindi, abnegazione finalizzata al rispetto, al servizio, all'amore.
«Preghiamo affinché ci sia luce quando tutt'intorno a noi regna l'oscurità. Se siamo coraggiosi, l'intero mondo sarà coraggioso; come nel nostro corpo così nell'universo; questo è il sentimento che dovremmo provare. Dovremmo, perciò, essere pronti a prendere sulle nostre spalle il fardello del mondo, ma potremo sostenerne il peso se intendiamo dire con questo che affronteremo la tapsharya [sofferenza volontaria come disciplina morale] in aiuto al mondo intero».

4. UNA MORTE FACILE ?
Abbiamo sentito Gandhi: la morte intima amica; poggiare la testa sulla morte come su un cuscino; egli approva con gioia che migliaia di persone muoiano per il satyagraha. Non c'è, in questo modo di pensare, troppa facilità "orientale" nell'accettare la morte? Non c'è insensibilità per la morte altrui?
Bisogna dire che nella Bhagavadgita uno degli argomenti con cui il dio Krishna convince Arjuna recalcitrante per pietà dei consanguinei, a combattere secondo il dovere della sua condizione di soldato, è che in definitiva la morte non c'è:
«I savi non piangono né per i morti né per i vivi. Non fu mai tempo in cui non ero, io e tu e questi principi tutti, né ci sarà mai tempo in cui non saremo, noi tutti, dopo questa esistenza. (...) Chi pensa che lui sia l'uccisore e chi pensa che lui sia l'ucciso, tutti e due sono ignoranti. Egli non uccide e non è ucciso. (...) A quel modo che un uomo abbandona i suoi vecchi vestimenti e ne prende di nuovi, così il sé abitante nel corpo abbandona i suoi vecchi corpi e ne prende di nuovi».
Forse anche in conseguenza di questa visione, Gandhi non sostiene il carattere assoluto del "non uccidere": egli ammette non solo il caso di estrema necessità di difesa da un'aggressione ingiusta o folle, in cui non ci sia altro rimedio - e allora l'uccidere diventa addirittura «un dovere» - ma approva anche l'eutanasia attiva per pietà. Però è convinto che la guerra è «un male assoluto», anche se riconosce «la sconcertante complessità della natura umana».
Sconcertante è anche l'appello che Gandhi rivolse agli inglesi il 7 luglio 1940, mentre il loro paese era straziato dai bombardamenti nazisti: non potrete vincere il nazismo con la guerra, se non diventando più spietati dei tedeschi, perché «la guerra non può essere vinta in altro modo». Gandhi propone quindi «una via più nobile e più audace»: combattete il nazismo senz'armi, o meglio con armi nonviolente, lasciate che Hitler e Mussolini prendano «la vostra bella isola».
«Darete ai dittatori tutto, ma non darete mai loro i vostri cuori e le vostre menti. Se essi vorranno occupare le vostre case, voi le abbandonerete. Se non vi lasceranno uscire, voi insieme alle vostre donne e ai vostri figli vi lascerete uccidere piuttosto che sottomettervi. Questo metodo, che io ho chiamato non-collaborazione nonviolenta, in India ha avuto notevoli successi. (...) Ho sperimentato con rigore scientifico la nonviolenza e le sue possibilità di applicazione per più di cinquanta anni consecutivi. (...) Non conosco un solo caso in cui essa abbia fallito».
Gianni Sofri, studioso dell'India e di Gandhi, giudica oggi «radicalismo disumano» questa posizione. Ha ragione? O ne ha troppo poca?
In precedenza, nel 1938, Gandhi «ha l'ardire di affermare» che se i cecoslovacchi
«avessero conosciuto l'uso della nonviolenza come arma per difendere l'onore nazionale, avrebero potuto affrontare tutta la potenza della Germania e dell'Italia messe insieme. (...) . (...) Mi rifiuto di credere che un simile eroismo, che si può anche definire capacità di autocontrollo, superi i limiti della natura umana».
Un appello molto simile Gandhi rivolgerà il 24 maggio 1942 al suo proprio paese, l'amata India, che in quel momento temeva l'invasione giapponese, chiedendole di attuare «una totale non-collaborazione nonviolenta», la quale, se sarà unanime,
«dimostrerà che senza versare una sola goccia di sangue tutte le armi giapponesi (...) saranno rese impotenti. Ciò implica che l'India sia decisa a resistere ad oltranza e sia pronta a rischiare la perdita anche di milioni di vite. Io giudicherei tale prezzo molto modesto, e la vittoria guadagnata a tale prezzo gloriosa. (...) Un qualche prezzo deve essere pagato da qualsiasi nazione che voglia conservare la propria indipendenza. (...) Dunque, invitandola a seguire il metodo della nonviolenza io chiedo all'India di correre né più né meno gli stessi rischi che altre nazioni stanno correndo, e che correrebbe anche se decidesse di opporre una resistenza armata».
In uno scritto del mese precedente, Gandhi, dopo avere dato dettagliate istruzioni di principio e pratiche sulla resistenza nonviolenta, prevede oltre l'esito positivo anche l'effetto peggiore:
«Ma è anche possibile che i seguaci della resistenza nonviolenta trovino nei giapponesi degli avversari del tutto senza cuore, indifferenti al gran numero di uomini che uccidono. Ma i combattenti nonviolenti avranno vinto la loro battaglia nella misura in cui preferiranno lo sterminio alla sottomissione. (...) Se per l'esiguità del loro numero i seguaci della resistenza nonviolenta non riusciranno a raggiungere il loro fine, essi nondimenro non desisteranno dalla loro battaglia, ma la continueranno fino alla morte».
Dunque, per Gandhi, vincere è essere migliori, anche se si muore, perché ciò trasmette verità nel mondo. Ma non mi pare che si possa parlare di insensibilità. Tutta la profonda lotta alla violenza è mossa da una grande compassione per ogni vittima colpita. Il coraggioso si espone, a costo di morire, perché non ci siano più vittime.

5. UNA MORTE INUTILE ?
Riferendosi a queste proposte di Gandhi, espresse anche in una intervista al New York Herald Tribune in aprile, Marie-Alain Couturier, domenicano francese, scriveva nel suo diario, il 5 maggio 1942, col titolo "Gandhi e noi", diverse pagine ricche di fini sfumature, che qui tento di riassumere.
«I pensieri e i desideri di questo vecchio irriducibile sono conformi alle più pure ragioni per le quali i nostri fratelli avranno accettato di dare la vita nel 1939, più ancora che nel 1914». «Non c'è nessun cristiano che non ritrovi [nelle parole di Gandhi] una certa luce, e come l'eco di una certa voce che risuonò duemila anni fa sulle colline di Galilea». «Noi sappiamo che la violenza e la forza delle armi non risolveranno mai nessuno dei conflitti dello spirito, sappiamo che le armi non li toccano neppure. Anche nella guerra in corso, nel cuore della quale bisogna riconoscere uno dei conflitti spirituali più gravi della storia, la vittoria delle armi, per se stessa, non concluderebbe nulla, non risolverebbe nulla... E tuttavia, non siamo d'accordo con la scelta di Gandhi, anzitutto perché comporta la responsabilità di un rischio troppo grande». «In un mondo in cui le realtà migliori, e anche le peggiori, sono relative e complesse, le soluzioni assolute portano troppo spesso dei disordini peggiori dei mali precedenti». Noi lavoriamo «a colpi di cannone per la salvezza del mondo». «Il nostro cristianesimo ha dunque meno fede, una speranza meno alta, di questo indù ostinato? Non so... Il pensiero di Gandhi è, in fondo, che i santi finiscono sempre per vincere il mondo. E noi, noi non siamo sicuri» di questo. «Ci sono pochi santi, e un immenso gregge di deboli». La Chiesa, madre timorosa già vecchia, sa che «le persecuzioni fanno più apostati che martiri». Tutto ciò spiega «questa rassegnazione al male repellente della guerra» con cui gli stati assicurano, per qualche tempo, il diritto dei deboli, che non avrebbero la forza di sopportarne la prova. «Bisogna dunque talvolta ricorrere alla guerra». Gandhi invece spinge tutto un popolo all'eroismo spirituale, ma così espone anime senza numero alle peggiori contaminazioni dello spirito. Ci separiamo dunque da Gandhi, «ma ammetteremo che egli ci giudica: noi, le nostre armi, i nostri scopi». Le sue scelte «ci ricorderanno i nostri errori e le nostre responsabilità nel ciclo infernale delle guerre moderne (...) ci ricorderanno che a proteggere sempre la vita dello spirito con la forza materiale, si rischia anche di renderla anemica e di imprigionarla negli stretti limiti di questi bastioni tutelari». «Non è dunque a cuor leggero che ci separeremo da Gandhi, ma con un cuore molto pesante e pieno di molta amarezza». La decisione pericolosa di questo vecchio «rappresenta tuttavia la punta estrema e forse, in un certo senso, la perfezione» di quei valori e principi per cui noi ci battiamo. «Se questa guerra non è, nonostante essa stessa e le sue nefaste realtà, un passo avanti verso l'ideale spirituale rivendicato da Gandhi, non vale la pena di farla: ci si mette dalla parte di Hitler e Mussolini. La vittoria, una volta di più, sarà vana». «Chi combatte per la giustizia e la verità, combatte anche mediante giustizia e verità: e da quel momento si proibisce certe armi». «Il progresso della coscienza umana è decisamente molto lento. (...) Tuttavia la luce viene da una certa parte: il mattino nascerà da un certo punto dell'orizzonte e non da un altro. Noi sappiamo che, con tutta l'anima, siamo rivolti verso quella parte là, dove la luce ancora grigia non cessa tuttavia di crescere».
Ho voluto riportare molte righe di Couturier, perché, nel suo onesto e tormentato dissenso da Gandhi, rappresenta anche posizioni tuttora esistenti fra i cristiani, nonostante che, dopo il 1945 e l'avvento dell'era atomica, la guerra non sia più la stessa di cui egli parla, e nonostante le acquisizioni (pur esitanti) del pensiero cristiano sulla pace di questi decenni. Inoltre Couturier, in una frase in cui dice che Gandhi «rifiuta di battersi», dimostra di non aver capito la difesa nonviolenta come noncollaborazione di massa in grado di frustrare il potere nemico, ma di intendere la proposta gandhiana come pura e semplice scelta sacrificale, di non difesa, e quindi di grave irresponsabilità verso le masse. Con questa interpretazione, Couturier spiritualizza la strategia nonviolenta, che invece rivendica di essere una politica. Egli critica come pretesa di eroismo generale e miracolismo, come un tentare Dio, l'alternativa nonviolenta alla difesa armata, di cui tuttavia lo affascina il superiore valore, ma alla quale non riconosce possibilità di efficacia.
Per Couturier, dunque, Gandhi è solo profeta e non politico; si candida e invita il suo popolo al martirio, ponendo un grande segno all'orizzonte del mondo storico, ma non dentro di questo. Gandhi non si riconoscerebbe in questa conclusione, lui che si sente condotto dalla religione alla politica e dalla politica alla religione. Se Gandhi chiede ai nonviolenti di saper resistere fino alla morte, sa di non chiedere nulla di diverso da ciò che esigono tutti gli eserciti dai soldati, ma con un senso, una purezza, una verità, assolutamente diversi. La morte del resistente nonviolento può interrompere la catena della violenza, di cui la morte del soldato, vittima e carnefice, che muore uccidendo, è l'ennesimo anello.
Eppure si deve riconoscere che anche Gandhi ha delle oscillazioni, naturalmente: da un lato, la testimonianza di purezza assoluta, tutta affidata all'opera di Dio (come da lui inteso), quando accentua le proposte "sconcertanti" fino al martirio di milioni di persone; d'altro lato, l'azione efficace contro l'ingiustizia, di cui ritiene profondamente capace soprattutto la lotta nonviolenta, ma che gli fa preferire la violenza alla codardia per chi non crede alla noviolenza. Gandhi non si preoccupa tanto della coerenza con se stesso, quanto della continua ricerca della verità «come essa [gli] si presenta in un dato momento». I suoi «esperimenti con la verità» (che per lui è Dio) significano tanto mettere alla prova Dio con fede, quanto farsi mettere alla prova da Dio.

6. GANDHI E GLI EBREI
La rivista Micromega, nel n. 2/1991, pubblicava nove articoli di Gandhi sulla condizione degli ebrei nella Germania nazista e in Palestina, insieme a due lettere a Gandhi di Martin Buber e di Judah L. Magnes, il tutto presentato sotto il titolo La «doppia morale» del Mahatma. Questo materiale veniva in parte pubblicato e divulgato da La Stampa l'8 aprile 1991, con il titolo sbrigativo Gandhi contro gli ebrei, e con una breve presentazione di Pier Luigi Battista, che parlava semplicemente di «insensibilità di Gandhi di fronte alla persecuzione degli ebrei scatenata da Hitler». A questa denigrazione del Mahatma rispose con analitica precisione Giuliano Pontara.
Gandhi, scrivendo nel 1938, vedeva più chiaramente di tanti altri la natura spietata dello hitlerismo e dichiarava che, se mai una guerrra fosse giustificabile, quella «contro la Germania per impedire l'assurda persecuzione di un'intera razza sarebbe pienamente giustificata». Ma per Gandhi non vi sono guerre giustificabili. Tre tesi emergono dal suo scritto principale: «1) La via della resistenza nonviolenta di tipo satyagraha per gli ebrei residenti in Germania è possibile. 2) Una resistenza nonviolenta di tipo satyagraha da parte degli ebrei tedeschi sarebbe efficace. 3) La Palestina appartiene agli arabi».
L'accusa rivolta a Gandhi di «doppia morale» riguardava questa terza tesi, in cui egli avrebbe avuto una diversa considerazione per i diritti degli ebrei in Germania e per quelli degli arabi in Palestina, consigliando ai primi la difesa nonviolenta e riconoscendo la resistenza violenta dei secondi «stando ai canoni comuni di ciò che è giusto e sbagliato», pur volendo che anch'essi avessero scelto la via della nonviolenza. Pontara, nel suo saggio, argomenta in difesa di Gandhi da quell'accusa, pur ammettendo che «la posizione filo-araba assunta da Gandhi nel conflitto arabo-ebraico fu in gran parte dovuta al fatto che Gandhi non voleva urtarsi con i musulmani che in India facevano capo alla Lega musulmana».
Ma quella polemica ci interessa qui perché, nelle prime due tesi, riconduce alla questione che ci siamo posti, se Gandhi avesse proposto con troppa facilità e leggerezza agli ebrei (come ai cecoslovacchi, agli inglesi, agli indiani, e ad altri popoli ancora ), una difesa nonviolenta fino alla disponibilità a sacrificare la vita pur di non fare violenza e per convertire l'avversario.
Pontara tratta le due questioni dell'efficacia e della possibilità di una resistenza nonviolenta al nazismo da parte degli ebrei con argomentazioni convincenti. Qui ci basta trarne la conclusione, che cioè Gandhi fu tutt'altro che insensibile alla persecuzione e al temuto (a quella data) sterminio degli ebrei. Se proponeva il satyagraha non era certo perché si sacrificassero da soli, ma perché era certo che, in tal modo, avrebbero difeso pienamente il loro onore. Oggi «si può convenire con Gandhi» che con la lotta nonviolenta gli ebrei «avrebbero raggiunto questo obiettivo almeno quanto lo raggiunsero gli ebrei che scesero in lotta violenta». Con quel che sappiamo oggi sulle esperienze storiche di resistenza nonviolenta , «si può concludere che, forse, egli [Gandhi] aveva ragione; che, forse, se nel 1938-39 (e ancor prima) vi fosse stata una sistematica resistenza nonviolenta satyagraha di massa tanto dentro quanto fuori la Germania, il mazismo non avrebbe trionfato». Cioè, una resistenza satyagraha al nazismo poteva essere efficace, non chiedeva sacrifici inutili, fine a se stessi.

7. GANDHI E LA PROPRIA MORTE
E' noto come morì Gandhi. Nel prossimo cinquantenario, il 30 gennaio 1998, sarà ricordato. Lo uccise, con una pistola Beretta italiana, un indù fanatico, che non gli perdonava la sua volontà di pace e di unità politica con gli indiani musulmani. Gandhi cadde al suolo invocando il nome di Dio: «He Ram». Aveva subito attentati, sapeva di poter essere ucciso. Nelle biografie si può leggere come visse in preparazione a questa eventualità, fino agli ultimi momenti.
Tre giorni prima di morire aggiungeva la seconda appendice al Programma costruttivo, componente essenziale della lotta satyagraha. All'inizio di questo documento, Gandhi scrive:
«I precursori possono essere ostacolati (...). Essi han dovuto affrontare il fuoco della sofferenza in tutto il mondo. Non c'è Swaraj [autogoverno, indipendenza] senza sofferenza. Nella violenza, la verità è la prima e più grande sofferente; nella nonviolenza è sempre trionfante».
Cinque giorni prima di morire, accettava di interrompere l'ennesimo digiuno, dopo aver ottenuto non solo la cessazione di gravi scontri fra indù e musulmani nella città di Nuova Delhi e in altre parti dell'India, ma commoventi gesti di riconciliazione e di accoglienza con reciproci doni tra i contendenti. La cessazione del digiuno avveniva con l'usuale cerimonia di preghiera, nella quale furono recitati passi delle sacre scritture giapponesi, musulmane e parsi, seguiti dal mantra «Conducimi dalla falsità alla verità, dalle tenebre alla luce, dalla morte all'immortalità». Infine, delle giovinette dell'ashram cantarono un inno indù e l'inno cristiano «Quando contempo la mirabile croce».
Sulla croce di Gesù, Gandhi ha detto:
«Benché io non pretenda di essere un cristiano in senso confessionale, resta il fatto che l'esempio delle sofferenze di Gesù costituisce un fattore nella compagine della mia fondamentale fede nella nonviolenza, che guida tutte le mie azioni profane e temporali. Gesù sarebbe vissuto invano e sarebbe morto invano se non ci avesse insegnato a giudicare tutta la nostra vita in base alla legge eterna dell'amore».
Per Gandhi Gesù è
«il più alto esempio di chi ha desiderato di dare tutto senza chiedere in cambio niente». «Egli espresse, come nessun altro ha saputo fare, lo spirito e la volontà di Dio». «Dovremmo sapere che Dio è uno, sia che noi lo chiamiamo Ishwara o Khud, e che i suoi comandamenti sono uguali per tutti. Non dovremmo recar danno agli altri per ciò che noi consideriamo essere la Verità o essere giusto. Noi dovremmo essere preparati a morire per la Verità e, quando ci giunge la chiamata, dare la nostra vita per lei e santificarla col nostro sangue. Secondo me, l'essenza di tutte le religioni è questa. In questo giorno dovremmo riflettere su ciò e ricordarci che Gesù salì sulla croce per ciò che Egli riteneva fosse la Verità».
Aldo Capitini (1899-1968), il filosofo e maestro italiano della nonviolenza, pur senza essere uno studioso di Gandhi ne comprese e ne ereditò appieno lo spirito in modo personale e creativo. Nella sua profonda e libera religiosità aconfessionale, parlava così della nonviolenza nell'immediato dopoguerra:
«La nonviolenza non è l'antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui tutto infranto, lì tutto intatto. La nonviolenza è guerra anch'essa, o, per dir meglio, lotta (...). La nonviolenza fa bene a non promettere nulla del mondo, tranne la croce».
Hildegard Goss-Mayr, vivente, che, con il marito Jean Goss (morto nel 1991), ha compiuto una lunga e profonda azione educativa e politica in tutto il mondo, nello spirito della nonviolenza gandhiana ed evangelica, nel Movimento Internazionale della Riconciliazione, nel suo libro più recente e risssuntivo sottolinea più volte ciò che esprimeva nel 1977 un prete brasiliano, Alfredinho Kunz, che creò una "Fraternità dei Servi di Dio sofferenti":
«Egli scoprì che i più poveri del nordest brasiliano si identificavano col "servo di Dio sofferente" quale è presentato nei quattro canti di Isaia. Come il servo di Dio, essi sanno di essere chiamati a liberare il popolo. Resistono all'ingiustizia senza restituire i colpi e sconfiggono il male attraverso l'amore che si dona, sorretto dalla certezza imperturbabile che alla fine la giustizia e la vita vinceranno completamente».
Questa espressione dice in termini biblici e cristiani quella sofferenza per amore nella lotta nonviolenta che abbiamo visto essenziale nell'esperienza di Gandhi. La figura ispiratrice del servo di Dio si ritrova nei khudai khidmatgar (servi di Dio), il «primo esercito nonviolento professionale della storia», fondato nel 1929 da Badshah Khan, il "Gandhi musulmano", e composto da centomila uomini Pathan musulmani, popolo di tradizione guerriera e violenta, che resistettero eroicamente, senza violenza, alle violente repressioni inglesi nella Frontiera, regione indiana di confine con l'Afghanistan.

8. LA CROCE E LA VITA
Una volta, in una conversazione con Norberto Bobbio sul male e sul dolore, mi venne un cenno alla croce di Gesù. Egli, che «crede di non credere», mi disse: «Ci sono tante croci!». E' vero, verissimo. Se la croce di Gesù ha un senso per noi cristiani è quello di dare un senso alle tante croci degli uomini.
Un giorno, colsi da Vilma Gozzini un pensiero simile a questo: «Il dolore ci deve attraversare. La croce è dell'uomo, viene dal mondo. La risurrezione è di Dio. Cristo sulla croce è abbandonato. Dio lo esalta dopo». Mi pare che dica lo stesso Dorothee Sölle: «La croce non è un'invenzione teologica, ma la risposta data mille volte dal mondo ai tentativi di liberazione».
Gettata non da Dio ma dai violenti sui poveri, sui vinti, e sui colpevoli, la croce è presa su di sé da Dio, per amore di solidarietà. La potenza di Dio è questo amore, ed è la liberazione dalla morte dopo averne accettato il potere su di sé, pur di non usarne il potere contro altri, dopo aver preferito essere ucciso piuttosto che uccidere, soffrire piuttosto che far soffrire. Opera di Dio non è la croce, ma la risurrezione. Perciò il santo non sceglie la morte, ma l'immedesimazione fraterna nella sorte degli ultimi, dei colpiti. Allora opera Dio in lui.
Il persuaso della nonviolenza non sceglie la morte. Questa è data dalla violenza. Invece di restituirla e moltiplicarla, il nonviolento ne accetta il prezzo rispondendo con una forza più grande, il satyagraha, la forza della verità, che è vita.
La cancellazione del male, il perdono, è possibile solo da parte della vittima che lo ha patito, quando risponde al male col bene. Non da altri. Neppure Dio può togliere l'offesa fatta a te, solo tu lo puoi. Ma chi ha un cuore così grande? Allora Dio si fa vittima di ogni offesa, di ogni violenza, per solidarietà d'amore, e per comunicare alle vittime la santa creatrice capacità di perdonare.
E' nella fede in Dio, unità di tutti i viventi, che Gandhi, un santo del nostro tempo, risponde e propone di rispondere alla violenza con la resistenza libera da ogni violenza e animata dall'amore, tesa a riguadagnare il nemico all'umanità. In questa fede può morire e chiedere ai combattenti nonviolenti di saper morire, perché sa che una tale morte è vita, frutta vita, pace, liberazione ultima di tutti dall'ingiustizia e dalla violenza, liberazione anche dei violenti dalla loro violenza, per l'opera di Dio in noi.
Dio voglia che, almeno un poco, a partire dai piccoli conflitti quitidiani, sappiamo camminare su questa via.

Enrico Peyretti

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