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Dalle "tregue di Dio" alla "lotta agli infedeli"

Alle origini delle crociate: la violenza feudale

Al di là dei motivi occasionali – l’invasione della Terrasanta da parte dei turchi e l’appello di papa Urbano II alla guerra santa contro gli infedeli – alla base della prima crociata vi furono ragioni di natura religiosa, politica ed economica. Una di esse fu la reazione all’intollerabile clima di violenza che si era instaurato in Europa, e soprattutto in Francia, con il ramificarsi del sistema feudale. Alla turbolenza dei cavalieri, che dal secolo X si era scatenata sull’Europa, la Chiesa, come spiega qui lo storico francese contemporaneo André Vauchez, cercò di rispondere con la progressiva regolamentazione della violenza, fino a quando non si ritenne che l’unico modo per arginare con successo la pericolosa aggressività cavalleresca era quello di incanarla verso grandi obiettivi di fede, come la reconquista della penisola iberica agli arabi e la difesa del Santo Sepolcro.
14 dicembre 2003 - André Vauchez
Fonte: Da: A. Vauchez, in R. Fossier, "Il risveglio dell’Europa (950-1250)", Einaudi, Torino, 1985

Il successo incontrato dal movimento di pace tra il 990 e il 1020 nella parte occidentale della Cristianità incoraggiò il clero a spingersi piú avanti. In un primo tempo, i suoi sforzi avevano mirato a «limitare la violenza a un solo settore del popolo cristiano: quello degli uomini che portavano il gladio e lo scudo e che andavano a cavallo» (G. Duby). La stabilizzazione della nuova classe dirigente, però, e soprattutto il clima di tensione escatologica [vertente cioè sul destino dell’uomo e del mondo] che si determina in prossimità del millenario della Passione di Cristo, consentiranno alla Chiesa di aumentare le proprie esigenze, proponendo ai fedeli, ossessionati dalla prospettiva del Giudizio, un ideale di purificazione e di ascesi: una rinuncia comune intesa ad allontanare la collera divina, i cui segni premonitori, se dobbiamo credere ai cronisti del tempo, andavano moltiplicandosi. Ai laici, e soprattutto ai cavalieri, la Chiesa chiede di astenersi da quello che è il loro maggior piacere: la guerra. Da quel momento l’obiettivo del movimento di pace si sposta. Non si tratta piú di un patto sociale, ma di un patto con Dio, destinato a far diminuire il peccato nel mondo grazie al rafforzamento delle pratiche penitenziali. Tale è il senso della «tregua di Dio», che trova la propria codificazione definitiva nei concili di Arles (1037-’41). Da quel momento è fatto divieto ai signori di combattere dal mercoledí sera al lunedí mattina, cosí com’era rigorosamente proibito ai religiosi di acquistare per denaro cariche ecclesiastiche e di avere relazioni sessuali.
Né gli uni né gli altri rispettarono del tutto i nuovi interdetti. Essi però non erano destinati a rimanere completamente lettera morta, ed è opportuno interrogarsi sulle cause del successo – almeno relativo – di quei raduni di folla organizzati per iniziativa dei monaci e dei vescovi. Uno degli elementi di risposta risiede certamente nelle strette relazioni che si erano stabilite tra il monachesimo riformato e l’aristocrazia cavalleresca. La maggior parte dei monaci, in effetti, proveniva da quell’ambiente, e gli abati di Cluny in particolare si erano ben presto dati pena di proporre ai religiosi un ideale religioso adatto al loro genere di vita e alle loro capacità. Sin dal secolo X Oddone di Cluny non aveva forse esaltato la figura di san Geraldo di Aurillac (morto nel 909), un signore laico che era rimasto nel mondo e vi aveva raggiunto un alto grado di perfezione attraverso la pratica di quelle virtú – pietà, rispetto dei religiosi, senso di equità, generosità verso i poveri – che sino ad allora erano state considerate proprie del re giusto? La stretta simbiosi esistente tra il mondo dei monasteri e quello dei castelli, però, non basta a spiegare tutto. Per imporre la propria legge i religiosi si appoggiarono sulla fede dei fedeli nel potere dei santi. Fu sulle loro reliquie che vennero prestati i giuramenti di pace, e fu della loro vendetta che gli spergiuri vennero minacciati nel modo piú esplicito. Contro i violenti irriducibili, infatti, i monaci non esitarono a proferire maledizioni, tanto temute quanto erano ricercate le loro preghiere. A forza di minacce, di processioni di corpi santi e di sanzioni canoniche – la privazione di una sepoltura cristiana era la porta dell’inferno – riuscirono bene o male a vincere le resistenze e a far regnare intorno a sé quel minimo di tranquillità e di sicurezza di cui la società aveva bisogno per vivere.
Non era però sufficiente proibire o brandire la folgore dei castighi celesti. La violenza feudale momentaneamente contenuta rischiava di esplodere nuovamente se non avesse trovato un altro modo per sfogarsi. Cluny e il Papato lo compresero tanto bene che sin dalla metà del secolo XI invitarono i cavalieri cristiani ad andare a rafforzare gli eserciti dei piccoli regni del Nord della Spagna minacciati dalla pressione dell’Islam. Negli anni 1060-’70 Alessandro II assunse nuove iniziative: non contento di estendere a tutta la Cristianità le misure prese localmente in favore della «tregua di Dio», richiamò i cavalieri a non versare piú, d’ora in poi, sangue cristiano, ma a combattere i nemici della fede su quel fronte avanzato della Cristianità. Il suo messaggio fu ripreso e amplificato da Urbano II al Concilio di Clermont (1095). Con la predicazione della Crociata si precisano le prospettive offerte ai laici, e in particolare alla cavalleria: nel partire come penitenti e pellegrini per liberare il sepolcro di Cristo, i guerrieri avrebbero trovato un campo di azione fatto su misura per la loro fede e il loro dinamismo, e al tempo stesso la società occidentale si sarebbe sbarazzata dei suoi elementi piú turbolenti. La Chiesa, nella logica della sua opera di pace, si pose a capo del movimento: al richiamo dei predicatori e degli eremiti la folla dei crociati si mise in moto, e per la prima volta prese la via di Gerusalemme.

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