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    Osarono criticare ogni potere

    L’odissea degli anabattisti

    Fra le varie componenti della Riforma protestante, quella formata dagli anabattisti fu senz’altro la meno nota e la piú appartata, ma anche la piú radicale e la piú perseguitata. L’uso di battezzarsi da adulti, la pratica di una vita rigidamente conformata alle Sacre Scritture, ma tollerante nei confronti degli altri credi, il rifiuto di aderire alle istituzioni dello stato e di impugnare le armi, ne fecero, come spiega in questo brano lo storico americano Roland H. Bainton, un movimento temuto da tutte le autorità costituite, sia cattoliche che protestanti, per le sconvolgenti concezioni politiche e religiose professate; e per questo venne ferocemente combattuta ed emarginata.
    14 dicembre 2003 - Roland H. Bainton
    Fonte: Da: R. H. Bainton, La riforma protestante, Einaudi, Torino, 1958

    La designazione di «rinnovati» sarebbe la piú appropriata per indicare coloro che dagli avversari vennero detti anabattisti. La parola cara a loro stessi era «restaurazione». Assai piú conseguentemente di tutti i loro contemporanei, essi investigarono le Scritture per riconoscere i lineamenti della Chiesa dei primordi.
    Li colpí soprattutto il fatto che la Chiesa primitiva era stata composta solo di credenti convinti; e che, lungi dall’essere unita allo Stato, essa era stata perseguitata, disprezzata e reietta – Chiesa di martiri, insomma. Sempre, dicevano gli anabattisti, la vera Chiesa dev’essere cosí schernita, respinta e calpestata. A questo i cattolici – e analogamente i luterani e gli zwingliani [i seguaci del riformatore svizzero Ulrico Zwingli] – rispondevano ch’era naturale che la Chiesa fosse perseguitata in un’epoca in cui lo Stato era ostile alla vera fede; ma, una volta convertiti gli imperatori, perché mai questa ostilità si sarebbe dovuta perpetuare? Lo Stato s’era fatto cristiano e la Chiesa, con lo Stato, poteva adottare e comprendere tutta la società. Gli anabattisti replicavano che la conversione ufficiale dell’imperatore non aveva fatto cristiano lo Stato: il mondo rimane mondo, e se i cristiani vengono elogiati da esso, la sola spiegazione legittima è ch’essi hanno tradito la loro testimonianza. [...]
    La concezione anabattista si fondava sul pessimismo nei riguardi del mondo e sull’ottimismo nei riguardi della Chiesa. Il mondo – vale a dire la società in genere – sarà sempre complice della carne e del diavolo; ma la Chiesa deve procedere per un’altra via e deve trascrivere nella propria esistenza collettiva la vita e la morte del Signor Gesú. Deve essere una comunità di santi, i cui componenti, pur non essendo perfetti, aspirano tuttavia alla perfezione e vi si esercitano intensamente. [...] Il nerbo dell’anabattismo stava nella sua passione etica. Se il livello morale del cattolicesimo fosse migliorato, forse non sarebbe stato per loro impossibile rientrare nell’ovile; per Lutero invece l’incompatibilità con la Chiesa cattolica non dipendeva principalmente dalla pratica quotidiana della vita, ma dall’insegnamento dottrinale.
    Gli anabattisti facevano appello a una vita rigorosamente morale e indubbiamente ne davano essi stessi l’esempio. La testimonianza dei loro avversari è eloquente al riguardo. Zwingli diceva di loro: «Ai primi approcci la loro condotta appare irreprensibile, pia, modesta, attraente ... Anche i piú esigenti debbono riconoscere che la loro vita è eccellente». [...]
    Ma se la loro vita era cosí esemplare, come mai la teocrazia zurighese [il governo d’impronta religiosa esercitato a Zurigo da Zwingli e dai suoi seguaci a partire dal 1523], nel 1525, comminò contro di loro, con la piena approvazione di Ulrico Zwingli, la pena di morte per annegamento? Perché mai Felice Manx, uno dei loro primi capi, venne affogato nel lago? Perché si riesumò quella vecchia legge del codice giustinianeo [appartenente cioè alla grande raccolta legislativa, il Corpus iuris civilis, pubblicata al tempo dell’imperatore Giustiniano] che sanciva la pena di morte per coloro che reiterassero il battesimo e che negassero la santa Trinità?
    È vero che gli anabattisti insistevano sul battesimo dei soli adulti, ma è possibile che questo bastasse a far dimenticare intieramente la loro condotta cristiana e ne giustificasse la soppressione, quasi che si fosse trattato di cuccioli superflui? Quell’antica legge del codice giustinianeo – sia detto per incidenza – era stata diretta contro il donatismo [dal nome del vescovo africano Donato, vissuto nel IV secolo d.C.], cioè contro un movimento che, ai tempi di sant’Agostino [filosofo, vescovo e padre della Chiesa, nato a Tagaste, in Nordafrica, nel 354 d.C., e morto a Ippona nel 430], aveva cercato di fondare una Chiesa di santi, battezzando da capo tutti quei cattolici che entravano nelle sue file. Ma la ragione vera per cui si era proceduto legalmente contro i donatisti non stava in quest’usanza, ma piuttosto nel fatto che alcuni dei loro proseliti disturbavano la pace civile. Purtroppo l’imputazione contenuta nella legge non era questa, ma bensí la loro pratica battesimale; ed ecco che a Zurigo si riesumava quella disposizione ormai passata in prescrizione per rintuzzare gli attacchi degli anabattisti contro la religione stabilita.
    L’analogia fra anabattisti e donatisti va, peraltro, al di là delle apparenze. È vero che i primi anabattisti non erano affatto disturbatori diretti della quiete; ma essi sovvertivano tutta la struttura della Chiesa, dello Stato, della società. La loro dottrina della Chiesa ne faceva una conventicola e non una Chiesa dell’intiera collettività. Il cristianesimo, a loro avviso, esigeva un modo di vita che può e vuole essere attuato solo da credenti convinti che siano veramente morti in Cristo al peccato e risorti con lui a una vita nuova. È assurdo pensare che basti essere stati spruzzati da neonati per dare saggio di quella perfezione che vi fu in Gesú Cristo. Il battesimo non dovrebbe pertanto amministrarsi ai fanciulli perché non è un segno d’appartenenza a una società cristiana, come non è un rito d’iniziazione; esso è l’attestazione visibile di una rigenerazione che deve precedere nell’intimo. Nel battesimo, dichiara l’apostolo Paolo [nell’Epistola ai Colossesi, II, 12], noi moriamo e risorgiamo con il Cristo; ed è, questa, un’esperienza che non può farsi alla nascita, ma solo per una conversione e un impegno maturo. Solo quelli che hanno compiuto questa esperienza costituiscono la Chiesa; tutti gli altri continuerebbero a far parte del mondo anche se venisse loro versato addosso un fiume d’acqua. L’aspersione dei pargoli non è quindi per nulla un battesimo, ma solo «una spruzzatina del bagno papista». Il nomignolo di anabattisti, ossia «ribattezzatori», dato a questa gente, era di per sé un’insinuazione: essi non pretendevano infatti di ripetere il battesimo, in quanto l’aspersione dei pargoli non aveva, per loro, alcun valore. Rivendicavano pertanto il nome di battisti, non di anabattisti: la designazione ch’è divenuta tradizionale venne loro affibbiata per giustificare l’applicazione delle pene comminate dal codice giustinianeo contro i donatisti.
    La Chiesa, dunque, secondo i cosiddetti anabattisti, dev’essere [...] una comunità convocata [formata cioè da invitati, da eletti]; essa non può coincidere con la collettività, a meno che la collettività consti unicamente di credenti adulti, come talvolta avveniva nelle colonie anabattiste. Era assolutamente impossibile ritenere che una città spiritualmente eterogenea come Zurigo fosse l’Israele di Dio, dal momento che Zwingli non aveva promosso una epurazione sufficiente. La Chiesa deve essere conservata pura per mezzo della disciplina, espellendone tutti coloro che non si conformano al modello della condotta del Cristo. L’esclusione dalla Chiesa deve essere tuttavia l’unica sanzione; il braccio dello Stato non dev’essere mai invocato. La libertà religiosa era pertanto un principio fondamentale degli anabattisti, ed essi furono la prima Chiesa a farne un articolo fondamentale del loro credo.
    La Chiesa e lo Stato devono anzi essere separati, in quanto lo Stato comprende tutti gli appartenenti alla collettività, mentre la Chiesa non consiste che dei santi. Lo Stato fu istituito a causa del peccato, ma la Chiesa è stata creata per i salvati. Queste affermazioni implicavano la dissoluzione di tutta la struttura della società medievale. Lutero e Zwingli non si erano mai spinti tanto oltre e si dissociarono tanto piú recisamente da queste tesi in quanto gli anabattisti giungevano ad affermare che i cristiani non devono solo ripudiare qualsiasi alleanza con lo Stato, ma devono disinteressarsene completamente; il mondo è mondo, essi dicevano, e non v’è speranza che divenga mai cristiano. Anche Lutero riconosceva che la società non può essere fatta cristiana, ma credeva tuttavia che i credenti debbano adire alle cariche pubbliche per contenere la violenza degli empi. Gli anabattisti replicavano che lo Stato fu bensí istituito da Dio a causa del peccato e per reprimere il peccato, ma che la sua amministrazione deve essere lasciata ai peccatori.
    Questo atteggiamento comportava di per sé il ritiro dalla vita politica. [...]
    Era questo, pertanto, un programma che non propugnava soltanto la libertà religiosa e la separazione della Chiesa dallo Stato, ma anche il pacifismo e l’astensione completa dalla vita pubblica. Gli anabattisti generalmente non erano sovvertitori, e non vanno confusi con quei pochi ribaldi che venivano accomunati con loro sol perché non curavano di battezzare i figli; né si deve dar troppo peso al fatto che taluni fra i primi anabattisti non condividevano il principio della rinunzia assoluta alle armi. La grande maggioranza obbediva ai magistrati in materia non incompatibile con i loro principî fondamentali, e disobbediva invece quando la coscienza lo imponeva, sopportando con docilità qualunque punizione.
    Questa gente che si considerava come un gregge pronto al macello veniva temuta e sterminata come se si fosse trattato di lupi. Essi sfidavano l’intiero modo di vivere della collettività: se fossero divenuti troppo numerosi, i protestanti non sarebbero stati in grado d’impugnare le armi contro i cattolici, e i Tedeschi non avrebbero resistito al Turco. E gli anabattisti diventarono, di fatto, numerosi: essi disperavano della società, ma non disperavano di conquistare proseliti al loro sistema di vita. Ogni membro del gruppo era considerato un missionario: uomini e donne abbandonavano le proprie case per sobbarcarsi a campagne evangelizzatrici. Le Chiese stabilite, fossero cattoliche o protestanti, erano allibite nel vedere che questi ministri religiosi d’ambo i sessi si insinuavano per i borghi e le campagne. In alcuni comuni della Svizzera e della valle del Reno, gli anabattisti cominciarono a prevalere numericamente sui cattolici come sui protestanti. Si temette che il moltiplicarsi di gruppi professanti idee di questo genere divenisse una minaccia per la sicurezza dello Stato, piú di quanto non potesse esserlo la demolizione delle mura cittadine. Nel 1529, la dieta imperiale di Spira decretò con l’approvazione concorde dei cattolici e dei luterani che agli anabattisti s’infliggesse la pena di morte. [...]
    Pochi di quelli che avevano l’audacia di intervenire a una riunione anabattista potevano sperare di morire nel proprio letto. La maggior parte dei loro capi piú moderati vennero eliminati in pochi anni con il fuoco, l’acqua, la spada. Basta solo scorrere un’innario anabattista [libro che raccoglie inni ad uso liturgico] per trovare, accanto ai nomi degli autori, indicazioni come queste: «annegato nel 1525, arso nel 1526, decapitato nel 1527, impiccato nel 1528», e via dicendo. Talvolta venivano prese intiere comunità; soprattutto i capi erano colpiti, e le moltitudini erano cosí lasciate senza pastore. [...]
    Comunque gli anabattisti sopravvivono tuttora. Essi si sono conservati tenendosi ai confini della civiltà e schivando cosí la società borghese, l’industrialismo, l’imperialismo, il nazionalismo. Essi si ritrassero in quelle zone marginali ove la tirannia delle strutture sociali dominanti non fosse ancor giunta a imporre il conformismo e dove quindi la comunità dei santi potesse vivere indisturbata. [...]
    Tutte le insidie della società moderna – ferrovia, telefono, automobile, cinematografo, giornale, specialmente se a fumetti, e perfino trattore – sono state tenacemente respinte. Naturalmente anche l’istruzione statale è stata considerata un pericolo per la struttura della comunità. La tradizione s’è conservata meglio dove maggiore è l’isolamento e piú acuto il contrasto. Una collettività appartata prospera nella persecuzione e ha bisogno di una specie di ghetto per preservare il suo zelo. Il contatto con l’esterno e l’affratellamento sono un insidioso invito al conformismo: i giovani cominciano a vestirsi e a pensare come gli altri e infine si arrendono al mondo.

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