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Lezione nel programma Biennale Democrazia

Gustavo Zagrebelsky, Sulla democrazia

Oligarchie - La democrazia è un'illusione? - E' il regime della possibilità - Cornice e contenuto etico - Dal decalogo dell'etica democratica: La fede in qualche valore; La cura delle parole - Ciò che è bellico non è politico -
24 aprile 2009 - Enrico Peyretti
Fonte: Appunti di Enrico Peyretti da una lezione importante di Gustavo Zagrebelsky

Gustavo Zagrebelsky, Sulla democrazia
Teatro Carignano, Biennale Democrazia, Torino 23 aprile 2009

Anticipata dal discorso del presidente Napolitano, davvero discorso “politico” in senso alto, la Biennale Democrazia di Torino si è aperta con la lezione di Gustavo Zagrebelsky (iniziata con un’ora di ritardo per dare tempo alla passerella pubblicitaria degli sponsors). Sarà da leggere bene il testo intero, perché l’oratore ne ha fatto solo un riassunto per mancanza di tempo. Molti rimasti fuori dal teatro seguivano sul maxischermo, nella storica piazza Carignano. Bello spettacolo gli studenti seduti a terra che prendevano appunti sui quaderni (come me). Ho pregato un fotografo di riprendere questa immagine simbolica.
Qui riporto una prima sintesi dai miei appunti. Tra parentesi quadra qualche mia breve nota.
La democrazia è come l’aria: ci si accorge della sua importanza quando manca. Nella definizione di Rousseau, è quella forma di associazione in cui ciascuno, obbedendo a tutti, non obbedisce che a se stesso. La democrazia è irraggiungibile, ma ci deve stare a cuore. Tutte le società sono sempre state governate da oligarchie, anche nelle dittature. Questa è una legge ferrea della storia. Nell’Atene democratica, Cimone dal patrimonio privato, Pericle dal patrimonio pubblico (le cariche pubbliche), svendettero beni per acquistare il favore dei più, con la corruzione. È un rovesciamento della democrazia, che vorrebbe essere il governo di tutti.
Elias Canetti dice che il segreto sta nel nucleo più centrale del potere. È vero anche il viceversa: il potere sta nel nucleo più centrale del segreto (arcana imperii). La democrazia ha bisogno di pubblicità [questo termine tecnico poteva richiedere di precisare, con una prima allusione all’attualità, che non si tratta della pubblicità commerciale, usata contro la democrazia]. Tutto quello che deve restare segreto è ingiusto, insegna Kant. Le oligarchie agiscono in segreto. Pubblicità democratica non è l’esibizione, la “teatrocrazia” (o politica-spettacolo), mentre il vero potere se ne sta dietro le quinte; non è l’esibizione del privato sulla scena pubblica per dire al volgo «siamo come voi».
Che cosa è la forza? In altre epoche era la cultura, la fama, l’onore [ma era proprio così?]. Oggi è il denaro: “pecunia regina mundi”. Schumpeter, sulla democrazia contemporanea, dice: è una competizione fra potentati per la conquista dei voti. Perciò dipende dal denaro. Diventa un’impresa, un investimento più fruttuoso dell’investimento finanziario. Così la democrazia si rovescia in plutocrazia.
Allora, lasciamo che ci cadano le braccia? Sulla democrazia non ci facciamo illusioni.
È dunque un inganno? I neri che in Sudafrica per la prima volta facevano la fila piangendo per votare, mentre i bianchi li guardavano dai caffè loro riservati, erano illusi? Gli italiani che, dopo il fascismo, ugualmente fecero la fila ai seggi per votare, erano illusi? No!
L’oligarchia è il potere monopolizzato, la democrazia è il potere diffuso fra tutti, o fra il maggior numero possibile di cittadini. La democrazia è un sistema sempre in crisi (su questo tema, c’è una quantità di libri e di convegni). Eppure non è un falso scopo. Non dobbiamo rassegnarci.
Nell’accusare la democrazia di essere una ideologia che copre la necessaria oligarchia, si incontrano reazionari e rivoluzionari.
La democrazia non è un sistema assestato. Dove c’è assestamento c’è oligarchia.
Si può dare questa definizione della democrazia: è quel regime in cui esistono le condizioni per la democrazia. È il regime della possibilità di democrazia.
L’ideale democratico dovrebbe essere l’ideale degli esclusi. La salvezza viene dagli esclusi. Sono loro che garantiscono – devono garantire – la democrazia. [Per questo, la massima falsificazione della democrazia si ha quando gli ultimi sono così tanto ingannati da ammirare e votare chi li inganna].
La democrazia è una cornice di possibilità, che deve essere riempita di un ethos. Dalla storia antica all’epoca moderna, ci sono (Senofonte, Machiavelli, Erasmo, … ) opere di educazione del principe. Sembra che non esistano opere analoghe per l’educazione del cittadino democratico. E invece occorrono, perché certe democrazie si sono suicidate a causa di questa mancanza.
Non bastano buone costituzioni, occorrono uomini buoni, cioè che vivono lo spirito democratico delle costituzioni. Nella storia si riscontra un “ciclo delle costituzioni”: c’è una capacità degli uomini di corrompere ottime costituzioni.
Qui Zagrebelsky ha ricordato il “decalogo dell’etica democratica” da lui proposto in Imparare democrazia (Einaudi 2007, pp. 15-38), soffermandosi su due soli punti: la fede in qualche valore; la cura delle parole.
1) La fede in qualche valore. La politica è stare insieme, ma senza uno scopo comune non ha senso stare insieme. L’apatia è nemica della democrazia. Ci sono regimi più semplici, che ci scaricano dalla responsabilità. Resta la lotta per il potere, senza idee generali, senza buone intenzioni, senza programmi. Il potere ama presentarsi né di destra né di sinistra, onnicomprensivo [quindi coincidente, anche nel nome, con il popolo]. Mussolini diceva di avere «orrore per il dogma», cioè si sentiva libero dagli impacci della coerenza.
Nemici della democrazia sono il nichilismo del puro potere, come l’assolutismo dogmatico. La democrazia è relativista, ma ciò non significa indifferenza etica, non significa nichilismo. È relativista nel senso che non abbraccia a priori nelle istituzioni alcuna verità. Però non può essere relativista rispetto ai propri principi: la giustizia, l’eguaglianza., la partecipazione di tutti. Quindi, la democrazia è fine a se stessa.
2) La cura delle parole. Il dispotismo usa la paura e il bastone, la democrazia usa le parole, che sono il mezzo per decidere insieme. Ha una cura quantitativa delle parole: se ci sono poche parole, poche idee, c’è poca democrazia; se ci sono più parole, più discussione, c’è più democrazia. Il solo sì o no, è il plebiscito. Il solo sì è quello di un gregge che obbedisce al pastore.
Nella scuola di Barbiana don Milani insegnava che comanda chi conosce più parole, come il parolaio, come i sofisti. La democrazia esige uguaglianza nella distribuzione delle parole: è necessarissima una scuola egualitaria. C’è il pericolo del linguaggio ipnotico, che seduce le folle. Occorre un linguaggio come quello di Primo Levi: asciutto, concreto, preciso. Bisogna combattere ogni neo-lingua (Orwell, 1984), che capovolge i significati, in cui la cosa detta prevale sulle cose reali. Come dice il profeta Isaia: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, l’amaro in dolce e il dolce in amaro» (5,20).
La politica è con-vivere. Ma oggi si parla di politica di guerra, politica coloniale, ecc., e sono locuzioni contraddittorie. Carl Schmitt parlava di politica come divisione amico-nemico, ma questa è la definizione del bellico, non del politico.
È in uso un linguaggio rovesciato. I pogrom erano azioni di popolo: erano forse democratici? Così i cafoni del cardinale Rufolo erano popolo, ma erano democratici? C’è una perversione delle parole: la politica attraverso il popolo non è sempre democratica. La domanda decisiva è questa: «Da che parte stai? Dalla parte degli inermi o dei potenti?».
Le dittature ideologiche disprezzano i fatti. La realtà viene ridotta a parole mutevoli, che prevalgono sui fatti. La storia la scrivono i vincitori, ma la democrazia vuole che non ci siano né vincitori né vinti, e che la storia non la scrivano i vincitori.
La frode è occulta, la violenza è manifesta. È quasi più facile opporsi alla violenza che alla frode. I mentitori sono corruttori della politica, non sono uomini abili, degni di ammirazione. Socrate distingueva filologi e misologi, amanti o odiatori della parola corretta. Un grande pericolo è che nel ragionare si possa «andare su e giù» (come dice Socrate).
I dati di fatto devono essere verificati, e le parole devono avere lo stesso significato comune.
«Chi ama il dialogo si rallegra di essere scoperto in errore», dice Socrate molte volte nei dialoghi di Platone, e preferisce essere confutato che confutare, essere liberato da un male più che liberarne altri (Gorgia 458a). Hannah Arendt dice che nessuno da solo e senza compagni può vedere ciò che è obiettivo, perché a lui appare in un’unica prospettiva e diventa comprensibile solo se molti ne parlano insieme.
Se invece ci offendiamo per le confutazioni siamo fuori dall’etica della democrazia. Ora, dice Zagrebeslsky, non ricordo neppure un solo caso di un uomo politico che abbia ammesso un errore in uno dei tanti dibattiti televisivi.
L’art. 1 della Costituzione - «L’Italia è una repubblica democratica…» - descrive, ma anche impegna all’azione per la democrazia. Due sono i modi per prosciugare la democrazia dell’acqua che la fa vivere: chiudere le condotte, spegnerne il desiderio.

Enrico Peyretti, 23/04/2009, ore 22.30
e.pey@libero.it

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