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Scuola e storia contemporanea

Laboratori e corsi organizzati dal Ministero della Pubblica Istruzione rivolti agli insegnanti
12 giugno 2009 - Laura Tussi

Per la storia contemporanea è sortito un immane lavoro del Ministero della Pubblica Istruzione dedito all’aggiornamento degli insegnanti a cui l’Istituto Nazionale della Resistenza ed i distretti decentrati su tutto il territorio italiano hanno collaborato a livello centrale e locale, con grandi esperienze dove si è messo a punto, anche grazie a ispettrici preposte, un modello di corso di aggiornamento che è poi stato utilizzato in altre circostanze, partendo dal presupposto che non è sufficiente l’aggiornamento relativo ai contenuti, appunto di tipo passivo e parziale, ma è risultato necessario facilitare l’intervento di altri elementi nella conoscenza storica: sicuramente la metodologia storica e la didattica della storia, ma, per esempio, anche oltre la storiografia, l’inserimento del tema delle testimonianze e delle memorie di vita. Alcuni corsi erano giocati appunto non sulla tematica della memoria divisa, ma sull’argomento relativo alla pluralità delle memorie, sia per quanto riguarda e concerne la seconda guerra mondiale, la resistenza, i movimenti del ’68, ma per esempio, anche la tragica diatriba tra palestinesi ed israeliani, argomento, oggi, di una sconvolgente e drammatica attualità. Quindi pluralità di memorie, ma anche di interpretazioni storiche a confronto. Sulla base di queste esperienze di iniziative ed attività educative concretizzatesi in corsi di didattica e divulgazione in tutta Italia a livello regionale per l’aggiornamento del corpo insegnanti e di laboratori con giovani studenti di discussioni relative alle condizioni di vita, focalizzate, al centro di  situazioni esperienziali in rapporto al loro tempo, sortiva il concetto di deprivazione di memoria nei giovani, deprivati, appunto di storia, depauperati di volontà di memoria e conseguentemente di motivazione ai perché, agli eventi, alle vicende storiche. La responsabilità non è certamente da attribuire ai ragazzi che non ricordano, perché essenzialmente non hanno vissuto gli eventi, “non c’erano”… Il problema sostanzialmente consiste nell’assenza di memoria, di consapevolezza del proprio vissuto che evita, impedisce a ciascun soggetto  di recuperare il senso dell’esistere e di esserci nella storia, l’esercizio passivo o attivo del vivere nella storia come primari, principali fattori causanti, attori  nel palcoscenico del divenire, nel teatro dell’avvicendarsi inesorabile degli eventi, del susseguirsi incessante degli avvenimenti.

Certamente alcuni periodi storici favoriscono la solitudine, l’individualismo, il disimpegno politico, la non partecipazione, l’astensione, nella “solitudine della società globalizzata”, a cui susseguono altri momenti, periodi più alti, elevati di impegno politico, collettivo che favoriscono, aiutano la trasmissione della memoria storica.

Era accaduto un dato su cui ci si è molto soffermati nella ricerca da parte del Ministero della Pubblica Istruzione “Memoria ed insegnamento della storia”: proprio la generazione che ha vissuto gli anni ’70 di maggior conflitto ideologico non ha passato, trasmesso, tramandato memoria, non avendo metabolizzato e rivissuto criticamente anche il sentimento, il senso diffuso di un fallimento  che alcuni dei partecipanti alle lotte politiche di quel tempo hanno sperimentato e reso proprio, personale, a livello di bagaglio culturale. I corsi ministeriali hanno centrato storicamente questo tema della memoria nei confronti degli insegnanti, attraverso gli anni della formazione individuale e professionale e culturale nel periodo prossimo al dopoguerra (anni 50 e 60) che coincide con la grande trasformazione economica, culturale e sociale del nostro Paese. Sussiste una difficoltà dell’educazione alla memoria per cercare gli strumenti finalizzati alla ricostruzione di memoria a scuola e sul metodo didattico da impiegare, non solo per l’utilizzo (il far tesoro) del testimone durante la spiegazione storica in determinati contesti, ma anche per usare criticamente la propria, personale memoria percettiva in modo che lo studente costruisca, in rapporto reciproco, relazioni interpersonali e possa sperimentare sulla propria persona la situazione che lo psicologo Giuseppe Mantovani sostiene in una conversazione in atto :”i giovani entrano in un flusso e processo di tipo storico e gli adulti devono loro spiegare a che punto si trova la conversazione, attribuendo loro gli strumenti perché intervengano nel processo di trasmissione di memoria”.

Nella società precapitalistica tradizionale i cui momenti apicali erano scanditi da feste popolari in comunità, saghe narrate e cantate, rituali stagionali reiterati, ciclici in rapporto al divenire della natura circostante, di memorie povere o grandiose tramandate di padre in figlio, condizioni non più esistenti né in territori di campagna né di città, nell’ambito del nostro Paese d’appartenenza, gli anziani in questo tempo mitico, in illo tempore, svolgevano e praticavano l’importante e vitale funzione di spiegare ai giovani come si viveva, cosa era la vita nel presente, nella quotidianità… la situazione patriarcale chiusa, anche autoritaria, evidentemente, permetteva che sussistesse una rituale trasmissione di memoria anche a livello di quotidiano di piccole esperienze, di personali vissuti. Nella società contemporanea ancora una volta la scuola deve assumersi un compito che forse non le è proprio, appunto, la funzione basilare  relazionale tra generazioni di trasmissione della memoria storica, ma in assenza di un sistema formativo efficientemente integrato, di una più ampia ed estesa società educante in contesti di comunità. L’unico luogo educativo molto prezioso a tal fine risulta appunto l’istituzione scolastica, con tutti i suoi problemi irrisolti, le questioni pesanti, le difficoltà evidenti, sia a livello burocratico sia  sulla base dei rapporti di incontro ed interscambio dialogico e culturale tra generazioni, di intesa ed accordo comuni nei processi didattici ed educativi. Questo rapporto tra memoria e storia risulta un binomio relazionale tra le singole soggettività. Una frase di Holfam, nell’introduzione del “secolo breve”, che descrive la condizione dello storico nello studiare storia contemporanea, si adegua proprio alla posizione ed al ruolo degli insegnanti. Sostiene Holfam: “parliamo dei nostri ricordi ampliandoli e correggendoli e li rievochiamo come uomini e donne di un tempo e di uno spazio particolari, coinvolti in varie guise, ruoli, aspetti, nella storia, come attori di un dramma, per quanto siano state insignificanti le nostre parti, come osservatori del nostro tempo e, non da ultimo, come persone le cui opinioni sono state formate da ciò che noi siamo giunti a considerare come eventi cruciali: siamo portatori di questo secolo che è parte di noi”. Questo spiega, per esempio, l’attenzione per lo sterminio, per la Shoah, come parte fondante della coscienza successiva alla seconda guerra mondiale. Ma il problema consiste nel fatto che senza memoria diventa molto difficile presentare, prospettare, progettare il futuro. La memoria è una mappa di orientamento del presente in quanto permeabile, muta nel tempo, si trasforma, è proteiforme…per esempio, un problema emerso tra i colleghi del gruppo di progettazione di ricerca consisteva nel quesito: cosa può ricordare una generazione che non ha vissuto situazioni estreme e precarie da ricordare, eventi eroici da raccontare, condizioni traumatiche come la guerra da scongiurare…cosa ha da ricordare?

Nei laboratori ministeriali si sono svolti esercizi di memoria considerando e valutando che per la generazione degli anni ’50 e ’60 tra i colleghi non sussisteva tanto una memoria politica quanto di tipo sociale riflessa nei grandi cambiamenti intervenuti nella storia italiana. Siamo partiti dal presupposto, messo in luce dal pedagogista Alessandro Cavalli, nell’ambito della ricerca dal titolo “i giovani ed il tempo”, per cui ha evidenziato la netta cesura di memoria politica come elemento che non ha permesso il passaggio di consegna delle eredità conquistate come monito ed indicazione riguardo alla storia contemporanea trasmessa alle nuove generazioni. Il rapporto tra adulti e giovani consiste nel necessario passaggio di memoria come elemento di costruzione e di confronto della storia.

 

Riflessioni sulle “memorie”…

 

La memoria rappresenta per colui che racconta la ricerca del senso di un fatto accaduto nel passato in base alle indicazioni del presente: questo è di grande stimolo dal punto di vista della didattica della storia. Sono le domande del presente che portano ad evidenziare certe situazioni e condizioni vissute nel passato. Sempre più gli insegnanti sono chiamati alla responsabilità della scelta dei contenuti da sottoporre ai ragazzi, perché più si allarga il campo della storia, più la cernita responsabile, critica, storiograficamente accettabile e pertinente risulta importante ed insostituibile. Quando i giovani si rivolgono ad adulti o ad anziani per sentirsi raccontare dei fatti accaduti in un passato prossimo o remoto della storia del nostro secolo, essi stessi cercano e vogliono attribuire senso alla propria vita ed esistenza trovando radici, matrici di significato in ciò che è stato ed è accaduto, agli eventi della storia individuale e collettiva che li ha causati direttamente, a tutti gli effetti. Questo è il grande dono di colui che ha esperienza consolidata, rispetto a chi si deve costruire da solo un proprio senso dell’esistenza, per ragioni individuali e personali: molto spesso non si consolida tale utilizzo ed impiego proficuo, saggio, della memoria nella società contemporanea occidentale, in quanto si cerca di vivere in un eterno presente e probabilmente si sperimenta la difficoltà di attribuire senso anche alle singole esistenze e di costruire personalità strutturate, il che consiste di conseguenza nel compito precipuo dell’educazione, della pratica pedagogica volta alla formazione della persona ed all’istruzione di cultura. Jedlowskji sottolinea la memoria come esperienza, come saper fare, ed esperienza di sapere. Spesso nella scuola il “saper fare” non è sufficientemente sottolineato nel lavoro generale, nelle mansioni quotidiane, nei compiti propri dell’insegnante.

Jedlowskji è un sociologo, ma compie una riflessione sostenendo che la forte accelerazione della nostra vita porta ad una crescente intellettualizzazione dei contesti artistici e culturali e per converso a non valutare, non assorbire e metabolizzare le emozioni su cui la memoria si basa soprattutto, come sugli affetti, sugli aspetti emozionali, nell’ambito dei sentimenti, delle passioni che comportano gli eventi. Quindi può avvenire una divaricazione tra memoria collettiva, sedimentata e memoria individuale, per cui il singolo individuo si manifesta in difficoltà, non riesce ad intrecciare ad interagire la propria esistenza con le altrui esperienze di vita. Se rapportiamo tale riflessione al mondo degli studenti, osserviamo che essi stessi non riescono ad attivare un interesse con la storia insegnata ed a rapportarsi con colui che la tramanda (insegnante, storico, studioso, testimone, operatore culturale). La memoria è la storia commentata dell’esperienza dell’uomo, come sostiene la Yourcenar, che fa dire ad Adriano: “ho ricostruito molto e ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di passato, coglierne lo spirito e modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire…significa scoprire sotto le pietre il segreto della sorgente”. La testimonianza a scuola porta l’uomo e la donna in carne ed ossa, come protagonisti esistenti e viventi della storia passata, con i loro sentimenti, passioni e scelte di vita con un impatto emotivo diretto ai ragazzi nei confronti degli eventi storici di elevatissima efficacia didattica, nei cui racconti e narrazioni sottesi all’impercettibile filo rosso del sentimento, del ricordo emotivo, si scopre “la sorgente sotto le rocce” sedimentate del tempo…La testimonianza riconsegna al legittimo attore degli eventi ed all’attento ascoltatore il senso dell’essere nella storia, in sé stessi e per sé stessi, nell’immanenza dell’attualità del momento presente.

Le parole testimonianti di Giovanni Pesce, Presidente nazionale dell’ANPI, rese note nelle scuole di ogni ordine e grado, scandiscono le date salienti della storia italiana, coincidenti con le scansioni, gli eventi, gli avvenimenti, le scelte, i cambiamenti della sua vita di militante, narrando i fatti storici collettivi, comuni che lo hanno visto protagonista, senza parlare di sé, in prima persona, risparmiando la testimonianza  della ricchezza della personale, unica ed irripetibile esperienza di vita, volendo però ricordare date collettive, ma in cui Pesce stesso c’era, era presente e militante, nella contemporaneità immanente di quegli eventi. 

Lo psicologo Mantovani considera la memoria una mappa per orientarsi tra passato, presente e futuro. Senza la memoria non esiste scansione storica, non ci si connette al passato ma neanche al futuro, non esiste il prezzo del senso della vita e questo fenomeno accade nelle società in crisi che cambiano radicalmente i parametri della vita collettiva. A proposito del processo di pacificazione del Sud Africa dove si è attuata un’esperienza diversa ed originale rispetto ad altri paesi, perché il governo ha presieduto una commissione dove sono stati chiamati a presenziare vittime e carnefici della guerra civile per raccontare le ingiustizie subite, sofferte o perpetrate. La ragione di tale fatto è che memorie così diverse, conflittuali, di forte contrasto venivano così a creare il variopinto ed astratto mosaico della memoria collettiva di un Paese che doveva uscire da una storia tragica. Questo processo di pacificazione, tramite il filo sublime e nobile della memoria, non è accaduto in molti Paesi europei, anche se la Germania, per quanto riguarda la Shoah ed il nazismo, ha elaborato e praticato forse un lavoro più approfondito e capillare rispetto a quello che è avvenuto in Italia o in altri Paesi successivamente.

La memoria è soggetta all’oblio del tempo, a cancellazione e rimozione: è continuamente manipolata. Chi plasma oggi la memoria collettiva? Si oscilla tra l’opinione che non esista memoria o che è partorita dai media. Anche se più che memoria i media generano un senso comune condiviso. La costruzione di memoria richiede necessariamente un intreccio interpersonale, mentre i mezzi di comunicazione di massa compiono un’operazione autoritaria, perché il messaggio risulta univoco e con cui non si può interferire ed interagire: è un contenuto non partecipato dialogicamente, dialetticamente, attraverso l’interazione relazionale e razionale tra soggetti.

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