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Il metodo obiettivo della storiografia

La Storia Teatro di Eventi

Storia, storiografia e memoria
9 luglio 2009 - Laura Tussi

Tratto dal Seminario del Convegno VIDAS 2001 “La Memoria”; relatori Montanelli, Cervi, De Giovanni 

Sono in molti a pensare che la Storia sia un fedele resoconto su basi sempre più scientifiche di eventi ed avvenimenti umani e poiché siamo il nostro passato, che nell’istante del presente si misura con il non ancora vissuto, il futuro, è evidente che noi siamo la nostra storia. L’agire umano sia a livello individuale che collettivo non avviene su basi scientifiche. Quindi la scientificità della Storia può solo dipendere dal metodo con cui viene compiuta la ricognizione in ogni tipo di vestigio, documento, testimonianza. Deve trattarsi di un metodo obiettivo che possa tramandarci, consegnarci la Storia distaccata dalla passione, senza astigmatismi, con orizzonti agli occhi: solo allora la Storia potrà essere magistra vitae.

Se la vita è prevalentemente passione come la storia, maestra di vita, può parlare un linguaggio diverso ai viventi, ai posteri, perché non dovrebbe assumere toni passionali ma non ne è del tutto priva.: per questo motivo la storia è solo parzialmente scienza. Insegnata nelle scuole, risulta soprattutto ordita di lotte e sopraffazioni, raccontata dai vincitori. In essa la pace non viene narrata… e spesso si legge:” seguì un lungo periodo di pace…”.Soprattutto per questo secolo battezzato e soprannominato “secolo breve” per l’accelerazione subita da ogni evento, segnato dalle vicende belliche, in cui la vita ed il pensiero sono stati scanditi dalla guerra anche quando i cannoni tacevano e le bombe non esplodevano. Eppure nella pace cresce la sapienza intesa come sapore della vita. La guerra è il contrario della giustizia ed anche se la pace non è il tutto, senza di essa gli eventi sono privi di senso e quindi la storia non è scienza né sapienza come la bellezza e l’amore. La storia è soprattutto un messaggio umano per i viventi anche quando racconta di eventi naturali; un messaggio tanto più percepito ed assimilato quanto più a trasmetterlo sono i testimoni, coloro che hanno assistito a tanti avvenimenti, e hanno compiuto lo sforzo tremendo di comporre una lettura, un codice, un’interpretazione.

A teatro un’opera cessa di esistere, di sussistere nel momento in cui finisce la sua rappresentazione ed il testo torna a giacere in attesa di essere riportato in vita sul palcoscenico. Così la storia giace se noi umani non le permettiamo di scorrere nel teatro delle nostre rappresentazioni mentali, nei territori immensi del pensiero nei palcoscenici delle relazioni di vita, nelle nicchie personali dei ricordi, del passato.

Dobbiamo imparare a scoprire i meandri, gli anfratti sotterranei dei labirinti della storia, dove i poveri emarginano altri poveri: la storia è un grande strumento per far crescere la coscienza, senza l’illusione di Hegel per cui “l’eticità è rappresentata dalla realizzazione del bene nella realtà storica”, troppo spesso la storia ci rimanda dei non sensi, da risanare, ma da non dimenticare.

Così anche la storia delle certezze diventa un affresco in movimento, pronto ad accogliere ogni domanda, impedendoci di vivere in un mondo di ciechi e soli contemporanei, come purtroppo troppi pretendono.

 

Memorie e storia italiana

 

Chiunque abbia rivisitato questo passato millennio, o gli ultimi cento anni, si è accorto dei  molti traguardi raggiunti dall’umanità, le positività acquistate, che hanno reso migliore anche dal punto di vista materiale la vita quotidiana.

Il nostro Paese, l’Italia, ancora un secolo fa viveva la fame, i fenomeni migratori, la miseria, l’emarginazione.

Un tempo esisteva il senso della famiglia patriarcale, caratterizzato da un forte spirito solidale per cui tutti i componenti del parentato assistevano i più anziani, alimentando e condividendo la quotidianità nella solidarietà tra generazioni, sperimentando il vero valore di comunità che attualmente risulta ampiamente perduto, nel dovere della corresponsabilità, un tempo molto sentito.

E’ difficile trovare un filo conduttore in mille anni di storia ed anche solo in qualche secolo per i tanti avvenimenti sviluppatesi e susseguitesi, gli eventi accaduti e cambiati, le tante popolazioni sovrappostesi…però si intuisce un nesso importante nella storia, nella vita italiana: una constatazione di qualità. Il popolo italiano possiede creatività, fantasia, inventiva, capacità, laboriosità, in sintesi una spiccata genialità. In una regione piccola rispetto alla dimensione europea qual era la Toscana del Rinascimento, vi confluì un assemblaggio di geni letterari, un crogiolo di innovazioni scientifiche, una fucina di idee e correnti artistiche: fermenti pittorici architettonici, scientifici quale forse non si erano mai conosciuti nella storia dell’umanità, se non nell’Atene di Pericle. Dunque l’Italia ha conservato e tramandato nel tempo queste caratteristiche e doti: creatività, fantasia, genialità.

Invece, d’altro canto, l’Italia come luogo geografico  e come Stato nazionale non ha posseduto nessuna delle qualità appartenenti a quei nostri progenitori ai quali il regime fascista si era voluto ispirare nella propria altisonante retorica e nell’intenzione di tramandare fasti di memoria storica: la romanità. La civiltà romana, era costituita da un popolo imperialista, proteso alle glorie terrene, adorante dei e divinità, importati dalla civiltà Greca, ancora immagini divine cariche di tensioni e pulsioni passionali terrene, difetti prettamente umani. Le vestigia dell’impero denotano una relativamente scarsa vocazione artistica, ma un grande senso giuridico, il senso del diritto, oggi si direbbe del cavillo: un popolo di grandi strateghi ed organizzatori di un grande stato di militari e condottieri. Queste qualità non ci sono state tramandate, ma ne abbiamo conosciute altre.

L’Italia con tutte le sue doti si è trascinata, per ragioni storiche, un difetto grave per la vita sociale, un deficit di senso civico, di sentimenti d’appartenenza ad una collettività e di condivisione delle responsabilità della comunità. Il senso civico di entità nazionale porta a ritenere che il bene pubblico non sia di nessuno, ma di tutti ed esistano doveri nei confronti di chi ci circonda e vive con noi, spartendo e condividendo l’appartenenza ad uno stato, e si debba avere in mente oltre al proprio interesse egoistico, anche un interesse della società globale, collettiva.

Risulta evidente che certe caratteristiche siano più carenti in Italia per vari motivi: le dominazioni straniere, la disabitudine ad essere padroni delle proprie sorti, il servilismo al modello capitalista di gestione dell’ente pubblico, e, come ultima conseguenza un rapporto di sfiducia tra cittadini, autorità, e burocrazia che non confida nei politici e nei cittadini: questa atmosfera di rassegnazione e di sfiducia costituisce una zavorra della società italiana. Si parla di revisionismo quando De Felice, con la sua monumentale opera, ha dato ordine accademico alla storia non proponendosi una visione riabilitativa, di rivalutazione, ma di riequilibrio di ciò che fu e non fu il periodo fascista, come già Montanelli scrisse nel libro "L’Italia della guerra civile”, dall’8 Settembre ’44 al 25 Aprile ’45.

La storia deve anche essere revisione per non limitarsi a ripetere pedissequamente l’interpretazione di altri storici. Per esempio Montanelli e Cervi sono revisionisti entro certi limiti e contro un certo revisionismo  di comodo per altri aspetti.

Montanelli, per esempio, ha abbattuto certi miti retorici del Risorgimento, ma senza negarlo globalmente, in quante periodo imprescindibile, parte importante della storia del processo di unificazione nazionale, perché ha rappresentato la stagione più rilevante dell’Italia unitaria e degli ultimi secoli. Non si accetta, in questa ottica, una certa tendenza alla rivalutazione dei Borboni, non si indugia sul fatto che Pio IX sia stato proclamato beato, non è stato positivo complessivamente nella storia d’Italia il Sillabo come buono e ragionevole e non si sostiene che il ruolo della Chiesa nel processo storico dell’Italia sia stato benefico… E’ una carellata del millennio con un’impronta laica; il Papa come re, come sovrano terreno di uno Stato doveva comportarsi da re, difendendo le prerogative, il territorio, l’integrità, l’autorità dello Stato e questo ragionamento è ineccepibile. Risulta invece eccepibile che il Papa, per difendere i privilegi, le prerogative terrene del suo Stato, usasse armi religiose, vale a dire, ricoprisse di anatemi e di scomuniche chi voleva attentare non alle sue vantaggiose prerogative di Papa, ma di sovrano terreno. Tale mescolanza si è dimostrata un grave equivoco della storia d’Italia ed è stata praticata in modo più spregiudicato rispetto ad altri papi in precedenza.

Montanelli è revisionista trattando del fascismo, sostenendo ormai quello su cui tutti concordano: il regime fascista non fu una cupola di pochi terribili uomini che hanno tenuto imprigionato un popolo anelante alla propria libertà. Il fascismo, soppressa la libertà come valore unico, etico, e non velleitario o arbitrario, è stato un regime dispotico, presentando connotazioni grottesche oed anche brutali, non feroci, ma il popolo italiano, a livello di masse, non spasimava certo per affrancarsi, nonostante le meritevolissime eccezioni degli “schierati contro”.

Ma per molti anni il popolo italiano è stato acquiescente e anche per un certo periodo larghissimamente consenziente: il fascismo ha ottenuto l’appoggio ed il consenso degli italiani. Se si fosse votato liberamente dopo la guerra d’Etiopia, Mussolini avrebbe stravinto. La colpa, l’errore del fascismo è stato il precipitare un popolo in guerra, alleandosi con il nazional socialismo: il nazismo.

Il nazifascismo fu un sottoprodotto del nazismo con caratteristiche particolari, strane, anomali, crudeli, feroci, molto differenti dal fascismo.

Un’altra caratteristica dell’Italia attraverso i secoli è il trasformismo, per cui alcuni storici lo distinguono in buono e cattivo.

Buono è il trasformismo di Cavour che, avendo un grande progetto, strategie e traguardi da raggiungere,, si allea in connubio con Rattazzi per porsi grandi obiettivi.

Poi esiste il trasformismo minore alla De Pretis…di chi lo usa per mantenere a tutti costi il potere.

Poi il trasformismo minimo di chi salterella da un partito e schieramento all’altro solo per difendere il seggio, tanto agognato, in parlamento, per il posto di senatore, deputato o di altre cariche di sottogoverno.

 

L’Europa dei cambiamenti: la coscienza storica

 

 

La storia costituisce la forma di coscienza attraverso la quale l’Europa interpreta se stessa. Questo non vale per tutte le culture. Per esempio la sapienza cinese pensa il proprio passato non attraverso le categorie mentali europee, ma tramite un altro tipo di saggezza. L’Europa si riconosce attraverso la propria storia e la storiografia, il modo in cui noi europei abbiamo preso coscienza di noi stessi, che conduce ad una prima interessante conclusione : Cosa significa che l’Europa prende coscienza di sé tramite la storia? Vale a dire che l’Europa non si da un destino precostituito, non è un  continente terraneo come l’Asia, dove la determinatezza delle coordinate fisiche lascia individuare piuttosto un destino precostituito rispetto ad un divenire in fieri.

L’Europa si interpreta attraverso un progressivo allontanamento dalle radici, dalle matrici storiche e non per un destino prestabilito, ma è in continuo divenire, in metamorfosi storiche, in cambiamenti epocali: non sta, non è, ma diviene…questo il primo nucleo di riflessione sull’importanza che il principio della storicità ha per l’Europa, la cui evoluzione storica risulta così importante che costituisce il criterio per cui il nostro continente conosce e parla di se stesso. La scienza storiografica compie un continuo ripensamento della propria dimensione. Croce sosteneva che la storia è sempre contemporanea e nasce da una passione presente. Qual è il punto di equilibrio fra questa passione da cui nasce l’evoluzione degli eventi e la sua scientificità? La filosofia: continua capacità di rimettere in discussione, in interazione il presente ed il passato in un punto di principio, quando si vede che l’Europa nella Storia proietta il continuo riflesso  del proprio divenire e della propria presa di coscienza: un divenire di coscienze, di memorie, di eventi che scorrono nel fluire incessante dei tempi…dall’idea del divenire, che interessa la Realtà costituente e costituita dell’Europa, scaturisce il grande principio di libertà, valore in cui si identifica sommamente il nostro continente.

Il principio di libertà ha unificato la coscienza che gli Europei hanno di se stessi.

La coscienza europea si formava, già in tempi antichissimi, da Erodoto, Aristotele e nell’epoca moderna da Machiavelli, Voltaire, Hegel, Croce, intorno al contrasto con la non libertà, perché alle origini l’ Europa è contro l’Asia, la libertà contro il dispotismo, la cittadinanza contro la servitù… Hegel sosteneva che la caratteristica peculiare dell’Europa rispetto all’Asia terranea, caratterizzata dalla dimensione della terra, si connotava peculiarmente per la presenza prevalente dell’elemento acqua, il mare, origine, matrice, madre del tutto, che richiama, anche mitologicamente, l’idea di rischio, di viaggio: il divenire, la libertà, la storicità. Intorno a questi concetti si stringeva la consapevolezza che l’Europa prende di se stessa in un’identità peculiare. Memoria, storia europea richiamano il nodo difficile di problemi in una drammaticità di tensioni senza pari, poiché mettere al centro della propria coscienza l’idea di libertà di un’Europa i cui confini continuamente mutavano in geometrie e geografie variabili dove in un continuo trauma cambiavano, dilatandosi e restringendosi, i confini dei territori. Europa è fondamentalmente un’idea, uno stato d’animo, una sensibilità, un modo di essere, non un fatto geograficamente ed assolutamente determinato.

Queste riflessioni mettono in moto categorie di storia, filosofia, politica e filosofia della storia, ma si concentrano su un punto aspro: il concetto di libertà che apre un abisso liberatorio da dati immediati ed imminenti, un quid in movimento , di rischio, libertà, avventura, in un crogiolo di etnie, intelligenze, culture, appunto.

La forza del principio “libertà” in cui Europa ha riconosciuto se stessa ha sempre rappresentato un principio di grande tensione e lotta per la conquista della libertà, al punto che filosofi da Croce a Husserl sostengono che la Storia d’Europa è conflitto tra le filosofie e se non ci fosse stata disputa, tensione, lotta non ci sarebbe stata unità. Nella prima metà del 900 è scaturita dalla cultura una vera diatriba tra diverse filosofie della vita, della storia, della politica, diversi modi di pensare l’organizzazione del mondo. In Europa sono convissuti drammaticamente degli opposti, in “enantiodromie” dominanti, conflitti radicali, dalla rivoluzione inglese alla rivoluzione francese: il continente dei diritti umani fondamentali da rivendicare con la ragione e con la lotta, la terra della resistenza attraverso i diritti umani, le rivendicazioni sociali al potere.

La storia da “Auschwitz” a tutto il fenomeno della Shoah, tutto nasce dalle viscere dell’Europa, a partire dalla dittatura fascista. Tutto il flusso dei drammatici e tragici eventi del secolo provengono dalle viscere dell’Europa…si potrebbero persino ricostruire coordinate culturali per osservare dove ha preso corpo una così tragica idea dell’interpretazione, dell’evoluzione, della progressione della storia da dover procedere attraverso l’abolizione di un intero mondo culturale, religioso, ideologico, come il tessuto ebraico, e come l’intera opposizione, la presa di coscienza, in generale, contrapposta all’ideologia del sistema dittatoriale dominante. Queste sono le dimensioni in cui si è mossa la storia nei caratteri primitivi di morte e tensione. Un continente che affida il proprio divenire al principio di libertà non è libero dal male, in quanto carico di tentazioni, tensioni, conflitti, lotte, guerriglie, rivendicazioni, aspirazioni, ideali...

La liberazione del principio di cittadinanza: questo il tema grandioso della storia dell’Europa moderna, connesso al principio dell’appartenenza. Heidegger è uno dei filosofi, grandi interpreti del nostro continente nel secolo breve, il ‘900, durante il discorso che tenne all’Università di Friburgo, nello stesso anno dell’ascesa al potere di Hitler nel 1933. Proferì una disquisizione rivolta ai giovani tedeschi, richiamando la forza dell’appartenenza alla terra, alla materialità che sfuggiva ai confini dell’universalismo della cittadinanza liberale del cosmopolitismo. Quindi due concetti e principi si sono contrapposti al centro, all’interno delle viscere di un’Europa in fermento, in ebollizione ideologica. Quale prospettiva storica oggi?

Occorre mantenere fortissima la coscienza della storicità del nostro continente non facile perché oggi la memoria è scardinata dalla dimensione obiettiva delle società. E’ difficile attualmente il rapporto tra società e memoria, per lo scollamento tra generazioni, risultato di tale discontinuità. Rispetto al globalismo che il continente ha sempre interpretato in funzione eurocentrica, da quando il globo è diventato tale, in seguito l’Europa ha vissuto la piena crisi per la messa in discussione della funzione di una propria centralità di coscienza storica.

L’Europa, attualmente, sta tentando una risposta al globalismo unendosi con tutte le enormi difficoltà e grandiosità di questo processo storico inevitabile. Questo secolo è stato testimone di guerre catastrofiche nell’annientamento di decine di milioni di vite; dal 1950 muta, cambia lo scenario…con una profondità nella storia europea di un percorso avviato ad interpretare risposte ai processi di globalizzazione che potrebbero spingere verso frammentazioni ancora più radicali. Invece l’Europa ha deciso di unirsi per rispondere al globalismo, e non solo dal punto di vista del mercato e della moneta unica, ma probabilmente, come istituzioni politiche per cui i processi che sono in corso si avvieranno, uscendo da arroccati provincialismi, ottusi settorialismi o scomodi localismi. I fantasmi dell’Europa si ripresentano continuamente esprimendosi nell’intolleranza, nel disconoscimento delle diversità, della non volontà di riconoscere e rispettare l’altro, il diverso: i fantasmi della Storia sono profondamente radicati nella mentalità comune, nella cultura nel ritorno irrazionale ai subnazionalismi, nei progetti assurdi ed obsoleti di localismi senza principio che rientrano nelle ataviche incongruenze della famosa dialettica storica, dove comunque la complessità, la ricchezza, il valore universale dell’idea di Storia d’Europa deve ancora accordare fiducia al genere umano…

 

 

 

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