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Giornata della Memoria, 27 gennaio

"Continueranno a vivere"

Percorso didattico svolto con gli studenti dell'Istituto Righi di Taranto
24 gennaio 2013 - Alessandro Marescotti

Continueranno a vivere”

 

Giornata della Memoria

 

Il 27 gennaio celebriamo in tutt'Italia la Giornata della Memoria e anche noi a scuola abbiamo dedicato uno spazio a questo evento.

 

La Giornata della Memoria è stata istituita con un'apposita legge e nell'articolo 1 c'è scritto:

"La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati".

 

Vi vogliamo raccontare cosa abbiamo fatto a scuola per esercitare il nostro diritto e dovere di ricordare.

 

In 4 BE Cosimo è stato il primo a rompere il ghiaccio e a buttare giù qualcosa: "Si deve ricordare – scrive – affinché tutto quello che è stato fatto non si ripeta mai più. E' importante ricordare che durante il nazismo i bambini venivano usati come cavie per esperimenti scientifici. E' importante ricordare che gli ebrei si nutrivano di carta straccia bollita in acqua sporca. E si deve ricordare per far sì che chi dice che "non è successo nulla" non prenda il sopravvento nella realtà di oggi. Milioni di persone persero la loro vita nei lager, campi di sterminio e non - come affermano alcuni storici - in "campi di guerra". Non sono stati infatti semplicemente uccisi ma umiliati e maltrattati. Tutto questo perché Hitler e la sua gentaglia non riteneva gli ebrei allo stesso livello della "razza pura", quella ariana. I nazisti si sentivano superiori. Ma è importante ricordare che, senza un fucile in mano e una divisa, non valevano niente. Sparavano a persone indifese, che venivano identificate con una stella e marchiate con un numero tatuato sul braccio. Bisogna vergognarsi di questo. Con che coraggio si può uccidere donne, bambini, persino neonati? Gli ebrei hanno perso milioni di vite, i nazisti hanno perso la dignità dell'uomo".

 

 

Michele (4BE) è lapidario: "E' stato l'apice dell'orrore umano”. E continua così la sua riflessione: “Nessun uomo può essere giudice della vita di un altro, di un suo fratello. Shoah significa "desolazione, catastrofe". Questo termine è stato utilizzato per la prima volta nel 1940 da un gruppo di ebrei. Shoah non era un semplice disastro, una semplice catastrofe. Per gli ebrei aveva un significato ancora più profondo. Shoah significava Morte. Sì, è proprio così. Come se la Morte abbia voluto avere un rapporto ravvicinato con l'Umanità. E' difficile pensare che una parte dell'umanità decida di sterminarne un'altra per divergenze ideologiche, culturali e persino delle differenze fisiche. Impossibile? Forse. Prima di allora sembrò impossibile. Ma accadde".

 

Vincenzo (4BE) si sofferma sulla memoria: "La Shoah è l'esempio più importante per imparare a ricordare. La maggior parte della popolazione ebrea venne uccisa dai nazisti guidati da Hitler. Ricordare è importante. E' importante come studiare la storia. Dobbiamo

imparare a rinnovare la memoria. La storia e la memoria hanno il compito di imparare dal passato e di preparare un futuro migliore, in modo da non ripetere gli errori commessi dagli uomini che ci hanno preceduto. Per vivere in un futuro migliore bisogna capire la desolazione, la catastrofe, il disastro. E non ripeterli mai più".

 

Una delle cose che ci è sembrato giusto fare è quello di leggere le lettere di coloro che hanno dato la propria vita per opporsi al nazismo e al fascismo. Dettero un contributo fondamentale per fermare la macchina di guerra e di sterminio nazifascista. Se i cancelli dei lager si aprirono fu anche grazie alla generosa testimonianza e alla loro coraggiosa azione. Essi si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite”, come recita l'articolo 1 della legge che istituisce la Giornata della Memoria.

 

Furono annientati, ma la loro voce e la Memoria no. Ci hanno lasciato delle lettere. Sono le Lettere dei Condannati a Morte della Resistenza Italiana ed Europea.

 

Sembrerà strano, ma abbiamo cominciato leggendo una lettera d'amore. Una lettera a Sandra, che esordisce così:

 

"Sandra carissima, dopo appena sette giorni dal mio arresto mi hanno condannato a morte, stamani".

 

E' il messaggio di un condannato a morte, è la sua ultima lettera, scritta il 22 gennaio 1945 dalle Carceri Giudiziarie di Torino. E' bellissima. Continua così:

 

"Ho agito in piena coscienza di ciò che mi aspettava. Il tuo ricordo è stato per me di grande conforto in questi terribili giorni. Non hanno avuto la soddisfazione di veder un attimo di debolezza da parte mia. Non mi sarei mai aspettato di scrivere la prima lettera ad una ragazza in queste condizioni. Perché tu sei la prima ragazza che abbia detto qualcosa al mio cuore. Mi è occorso molto tempo per capire cosa eri per me. Io ti amo, ti amo disperatamente. In questi giorni ho avuto sempre un nome in mente: Sandra. Due occhi luminosi - i tuoi - che hanno rischiarato la mia cella. Sandra, non lasciarmi mai. Perdonami questa mia debolezza, sii forte come voglio e saprò esserlo io. Sii felice, è il mio grande desiderio.

Bruno

 

Sta vicina a mia madre, ne ha tanto bisogno. Sandra, Sandra"

 

 

Era un partigiano della Brigata Garibaldi e sapeva che quello era il suo addio alla Vita.

 

La giornata della Memoria deve essere anche una giornata di impegno per la pace, perché tutte le ideologie di sterminio sono state animate da propositi di guerra. Viceversa chi si è opposto ha spesso sognato la pace. Come Henk, un partigiano olandese, che nella sua ultima lettera al padre scriveva:

 

Caro papà,

peccato che non ci sarò più il giorno della pace. Ho sempre sperato di contribuire allora con tutta la mia forza ed energia alla ricostruzione, non soltanto materiale, ma anche spirituale. Il nostro lavoro propriamente detto non comincia che dopo la guerra: eliminare l'odio fra i popoli. Perché, solo quando questo non esiste più, la vera pace può venire. Solo allora il fondamento della pace - la fiducia - può fare il suo ingresso nel mondo. Fa' di contribuirvi anche tu come meglio potrai.

Per rendere migliore il mondo dobbiamo cominciare da noi stessi.

 

Tuo figlio Henk

 

 

Nella Giornata della Memoria rivivono i sogni dei giovani di allora. Come quello di Dimitra, partigiana greca, che nella ultima lettera alla madre racconta la sua imminente condanna a morte.

 

Mamma, perdi una figlia che non ti apparteneva, perché apparteneva prima di tutto alla Grecia. Con la mia morte diventano figlie tue tutte le figlie di Grecia, e tu diventi mamma del mondo intero, di tutti i popoli che combattono per la libertà, la giustizia e l'umanità. Sono orgogliosa, mai avrei aspettato un simile onore, di morire io, una povera ragazza del popolo, per ideali così alti e belli.

 

Vi bacio dolcemente tutti

 

Dimitra

 

 

Abbiamo letto anche la straordinaria testimonianza di altruismo di Daniel:

 

Non penso che la mia morte sia una catastrofe; considerate che in questo momento migliaia di giovani di tutti i paesi muoiono ogni giorno, trascinati nel gran vento che porta via anche me. Mi considero un poco come la foglia che cade dall'albero per fare terriccio. La qualità del terriccio dipenderà da quella delle foglie. Voglio alludere alla gioventù francese nella

quale ripongo ogni mia speranza.

 

Daniel

 

Era un partigiano francese e questa fu la sua ultima lettera prima della fucilazione.

Parole simili le scrive un anonimo partigiano olandese, nella sua ultima lettera:

 

Dell'amore per l'umanitò fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la pace e la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la Patria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.

 

Kim ci racconta la sua idea della morte e sembra di leggere una poesia.

 

Io non sono che una cosa piccola. Il mio nome sarà presto dimenticato. Ma l'amore, la vita, l'ispirazione che mi guidarono continueranno a vivere. Li incontrerai ovunque: sugli alberi in primavera, negli uomini sul tuo cammino, in un breve dolce sorriso. Incontrerai ciò che ebbe un valore per me, lo amerai e non mi dimenticherai.

 

Era danese, aveva 22 anni. Anche questa era l'ultima lettera prima di salutare laVita.

 

Abbiamo concluso con il padre dei fratelli Cervi:

 

...Ma i padri e le madri sono fatti così, adesso lo capisco. Pensano che loro moriranno, che anche il mondo morirà, ma che i loro figli non li lasceranno mai, nemmeno dopo la morte, e che staranno sempre a scherzare coi loro bambini, che hanno cresciuto per tanti anni, e che la morte è un'estranea. Che sa la morte dei nostri sacrifici, dei baci che voi mi avete dati fino a grandi, delle veglie che ho fatto io sui vostri letti, sette figli, che prendono tutta una vita! E tu Gelindo, che eri sempre pronto alla risposta, ora non mi conosci più e non mi rispondi? E tu Ettore che nell'erba alta dicevi: "Non ci sono più". E tu Aldo, tu così forte e più astuto della vita, tu ti sei fatto vincere dalla morte? Maledetta la pietà e maledetto chi dal cielo mi ha chiuso le orecchie e velati gli occhi, perché io non capissi, e restassi vivo , al vostro posto! Niente di voi sappiamo più, negli ultimi momenti, né una frase, né uno sguardo, né un pensiero. Eravate tutti e sette insieme, anche davanti alla morte, e so che vi siete abbracciati, vi siete baciati, e Gelindo prima del fuoco ha urlato: "Voi ci uccidete, ma noi non moriremo mai!"

 

Era Alcide Cervi.

 

Il nostro viaggio nella Memoria ci fa incontrare il Diario di Anna Frank, e in particolare questa pagina che dovremmo attaccare ai muri di scuola:

 

Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte il rombo l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui forse saranno ancora attuabili”.

 

Era il 15 luglio 1944

 

Il 4 agosto 1944 venne scoperta dai nazisti e portata in un campo di concentramento, dove perderà la vita.

 

Fra le persone che con il loro coraggio hanno salvato vite umane c'è un pugliese poco conosciuto: Paolo Sabbetta.

 

Prima che Sabbetta morisse, su di lui Carlo Gubitosa ha scritto: “Nato a Cerignola, Sabbetta studia da agronomo specializzandosi in agricoltura tropicale, e nel settembre 1943 il regime fascista lo spedisce a dirigere la tenuta agricola di Tor Mancina, un Istituto Sperimentale Zootecnico a 27 chilometri da Roma sulla via Salaria, che si estende su una superficie di ben 1.200 ettari destinati a pascolo e a boschi”.

 

Sabbetta avrebbe dovuto consegnare venti giovani alle truppe tedesche. Ma lui non lo fa. "Il loro destino era ormai segnato - racconta Sabbetta - sarebbero stati deportati nei lager nazisti".

La soluzione ideata da Sabbetta è semplice: presentarsi il giorno dopo da solo, con venti certificati medici. I tedeschi, che avrebbero dovuto razziare i bestiame e portarsi i venti giovani, si trovano di fronte a questo imprevisto. "In quel momento ho pensato che sarei stato fucilato per aver disobbedito agli ordini - ricorda Sabbetta - ma sono uscito miracolosamente salvo da questo azzardo”.

 

Carlo Gubitosa ha potuto conoscere Sabbetta. L'anziano signore gli ha fatto vedere la storia della sua resistenza nonviolenta: “Frugando nel suo archivio – scrive Carlo Gubitosa - scopriamo che dal settembre '43 in poi, per ostacolare le razzie degli occupanti nazisti, le famiglie di Tor Mancina, sotto la direzione di Sabbetta, si sono inventate di tutto: maiali "parcheggiati" nelle grotte prossime alla tenuta, latte sottratto alle mucche di notte per nutrire i partigiani alla macchia, attrezzi di laboratorio murati in una stanza d'angolo, masserizie e indumenti murati nel caseificio, centinaia di quintali di grano, avena, patate, fagioli e granturco nascosti sottoterra o nei silos dell'ovile, olio e formaggi sotterrati, murati o dati in custodia alle famiglie dei dipendenti dell'azienda, finimenti, selle, coperte, libri e registri nascosti nei modi più vari e impensati”.

 

Ricorda Sabbetta: “Sarebbe bastata anche una parola di troppo sfuggita ad uno dei bambini della tenuta: se i tedeschi si fossero accorti delle nostre attività di sabotaggio e dei prodotti murati le conseguenze sarebbero state gravissime, e noi eravamo tutti consapevoli di vivere continuamente con il rischio di retate, deportazioni e fucilazioni”.

 

L'esempio di Sabbetta è quello dell'opposizione nonviolenta al nazifascismo, allo scopo di proteggere la popolazione.

 

Anche nel resto d'Europa – annota Carlo Gubitosa - migliaia di persone hanno combattuto il nazismo senza armi. Quando i tedeschi occuparono la Norvegia le scuole, le chiese e i lavoratori nei sindacati sostennero una tenace resistenza nonviolenta. Per reagire alla riforma nazista della scuola, nel 1941 gli insegnanti fecero un grande sciopero, sostenuti da genitori e scolari e dalle chiese. Le scuole ufficiali che avrebbero dovuto seguire i programmi nazisti rimasero chiuse nonostante le pressioni, e fu sviluppato un sistema parallelo di istruzione con il supporto dei genitori, che inondarono il ministero dell'Istruzione con lettere di protesta. Milletrecento insegnanti furono arrestati e inviati ai lavori forzati nei campi di concentramento nel freddo Nord del Paese”.

 

Questo storia, letta in classe, ci fa pensare all'eroismo quotidiano di chi ha fatto qualcosa, di chi non si è voltato dall'altra parte, e di questo abbiamo parlato nella 3AM, durante l'ora in cui abbiamo letto e studiato il Canto III di Dante, quello sugli ignavi.

 

Probabilmente oggi il maggiore ostacolo è l'indifferenza. Un clima di apatia e estraneità ai valori della solidarietà è oggi il contesto in cui matura il nuovo razzismo: quello ad esempio contro gli immigrati.

 

Non è necessario che il nazifascismo si ripresenti con le stesse forme. Si può ripresentare con gli stessi valori. E provocare danni nuovi e inaspettati. Su altri soggetti. Ecco perché la scuola è un importante luogo di formazione delle coscienze per allontanare i rischi di nuove forme di intolleranza e di violenza.

 

Andrea, uno studente della 4AM, alla fine dell'ora si alza in piedi e dice: “Il sonno della ragione genera mostri”. E aggiunge: “E' la frase di Francisco Goya che abbiamo studiato per l'Illuminismo. Può andare bene anche per la Giornata della Memoria. Vero?”

 

 

Questo testo è nato all'interno dell'esperienza didattica compiuta in 3AM, 4AM, 5AM e 4BE.

Docente: Alessandro Marescotti

Allegati

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    Giornata della Memoria
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